Quest’anno le novità per chi torna in classe sono molte. Il ministero del merito e dell’istruzione, guidato da Giuseppe Valditara, non ha finora realizzato nessuna riforma generale, ma il suo governo e il parlamento hanno continuato a emanare nuove norme, anche piccole, che insieme hanno finito per modificare in modo complessivo molti aspetti dell’impianto scolastico.
L’elenco è stato ripreso da molti giornali: Il Messaggero le ha raccontate in due puntate, la Tecnica della Scuola ha fatto un sondaggio tra i lettori, Orizzonte Scuola ha ordinato le norme per riferimento normativo, Il Sole 24 Ore ne ha contate addirittura venti.
Ma a leggerle una accanto all’altra, le venti novità sono una sola. Non un elenco di misure, ma il progetto più coerente, organico e ideologico che un ministro dell’istruzione abbia messo in campo dai tempi di Letizia Moratti e Mariastella Gelmini.
Castighi e punizioni
Vanno a regime la legge 150/2024 e i suoi decreti attuativi: con il cinque in condotta si è bocciati anche se si ha dieci in tutte le materie; con il sei si è rimandati a settembre (o a luglio), con l’obbligo di scrivere un “elaborato critico su tematiche di cittadinanza attiva e solidale”. Le sospensioni di più di due giorni si convertono in attività di “cittadinanza solidale”, cioè di volontariato; il divieto di usare il telefono in classe si estende alle superiori.
Saranno misure efficaci? Con che logica pedagogica sono state pensate? Obbligare a scrivere un tema perché si ha sei in condotta somiglia a una punizione, sottintendendo che la scrittura è un castigo e la solidarietà una sanzione: il contrario esatto di qualunque pedagogia democratica, da Maria Montessori a John Dewey, da don Milani a Paulo Freire.
Chi colpiranno queste misure? Gli studi e le statistiche sulla dispersione scolastica dicono che le sanzioni disciplinari, sia le note sia le bocciature per condotta, si concentrano sugli studenti più poveri, sui figli delle persone migranti, e si verificano per lo più nelle scuole di frontiera.
La scuola che boccia per condotta è, di nuovo, l’ospedale che respinge i malati e cura i sani: sessant’anni fa lo scrivevano i ragazzi di Barbiana, oggi il ministero l’ha trasformato in un programma di governo.
La nazione come orizzonte
Entrano in vigore le nuove Indicazioni nazionali del primo ciclo, ossia infanzia, primaria e secondaria di primo grado (le medie). Le misure prevedono il latino facoltativo alle medie; la centralità della Bibbia e dell’epica; la storia come se fosse solo una storia dell’occidente; più lettura e riassunti; una forte spinta su scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (Stem), con digitale e intelligenza artificiale fin dalla primaria (per la formazione di maestre e professori sono previsti cento milioni, anche se non è ancora chiaro quale sarà la natura di questi corsi, tra prompt engineering o nozioni di logica).
Nei licei la separazione di storia e geografia e l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei programmi sono invece rimandate al 2027-2028.
Queste Indicazioni sono state scritte in contrasto con buona parte della comunità scientifica. Molte associazioni di storici, geografi e linguisti le hanno smontate punto per punto. La parte, molto criticata, dedicata alla didattica aveva un incipit – “Solo l’occidente conosce la storia” – che è stato giudicato infelice e irricevibile, e da più parti si è scritto che l’impronta generale è “fortemente nostalgica del novecento”. Questi rilievi sono rimasti purtroppo inascoltati.
La cornice – l’occidente e la nazione come destino e orizzonte – mostra un nazionalismo pedagogico che rischia di usare i programmi come apparato ideologico, prescindendo per molti versi dal dibattito scientifico nelle diverse discipline e dalla vocazione all’universalità espressa dalle precedenti Indicazioni nazionali.
La famiglia sovrana
Con l’approvazione definitiva del ddl Valditara (che oggi è la legge 104/2026) il consenso informato entra nella scuola italiana. La legge non istituisce l’educazione sessuale e affettiva, che in Italia continua a non essere materia curricolare. Ne disciplina e ne restringe il perimetro.
Alle medie e alle superiori ogni attività extracurricolare o di ampliamento dell’offerta formativa che tocchi “temi attinenti all’ambito della sessualità” richiede il consenso scritto e preventivo dei genitori, o dello studente se maggiorenne, da raccogliere almeno sette giorni prima.
La richiesta deve esplicitare finalità, obiettivi, contenuti, modalità e nomi di eventuali esperti o associazioni esterne, con i materiali didattici messi preventivamente a disposizione delle famiglie.
Gli esperti passano al vaglio del collegio dei docenti e del consiglio d’istituto, e alle attività con minorenni deve sempre assistere un docente. Chi non ha il consenso non partecipa, e la scuola deve garantire attività alternative già previste dal Piano triennale dell’offerta formativa (Ptof).
Nelle scuole dell’infanzia e nella primaria il tema è escluso del tutto, al di fuori di quanto già previsto dalle Indicazioni nazionali.
Questa norma (e la ratio con cui è stata formulata) è stata ed è oggetto di un confronto molto aspro tra il ministero e le diverse associazioni che da anni lavorano sui temi dell’educazione sessuale e affettiva.
Secondo molti è un’occasione persa. Più che una norma sulla trasparenza, è l’istituzione di un diritto di veto delle famiglie sulla scuola pubblica.
L’esito di un’estesa discussione pubblica è stato considerato da tanti deludente se non peggiorativo, in un paese in cui l’educazione affettiva e sessuale era stata invocata da tutti, governo compreso, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, e in cui la violenza di genere è spesso presente all’interno delle relazioni familiari.
Il risultato prevedibile è la paralisi. Molti progetti rischiano di non vedere mai la luce. Quale dirigente investirà su quelli che parlano di affetti, consenso e identità di genere, e che potrebbero essere considerati problematici o controversi?
La matrice ideologica del provvedimento è riconoscibile: il “primato educativo della famiglia” è il lessico di Comunione e liberazione e dei Family day. La scuola statale è ridotta a chiedere il permesso su ciò che riguarda la vita degli adolescenti e la loro educazione sentimentale.
Contro la legge è partita una raccolta di firme per un referendum abrogativo, che ha superato le centomila adesioni già nella prima settimana.
Il peso delle aziende
La filiera tecnologico-professionale 4+2 va a regime con 21mila studenti. Istituita dalla legge 121 del 2024 e sperimentata dal 2024-2025 in 171 istituti, da quest’anno entra nell’ordinamento.
Sono quattro anni di istituto tecnico o professionale invece di cinque, con un diploma che ha lo stesso valore legale del quinquennale e promette gli stessi obiettivi di apprendimento con un anno di meno, e poi due anni negli Its academy, i bienni professionalizzanti cresciuti sull’onda del Pnrr.
In parallelo la riforma degli istituti tecnici parte dalle classi prime, con più laboratori, più Stem, inglese veicolare (cioè usato come strumento essenzialmente comunicativo), quote di autonomia oraria. Questo avviene dopo la marcia indietro sulla versione più radicale annunciata nel 2025 (che aveva prodotto molte critiche e proteste).
Il liceo matematico debutta in cento scuole; 150mila studenti di quarta potranno accedere a corsi di lingua e stage all’estero, con 15mila professori coinvolti nella formazione linguistica.
Dietro la retorica delle “pari dignità” emerge il rischio di un indirizzamento precoce, un anno di scuola in meno per chi sceglie – spesso per chi è costretto a scegliere, per condizioni economiche e per geografia – il percorso quadriennale. In più il dibattito sulla riforma dei tecnici e dei professionali ha spesso mostrato il rischio di una formazione schiacciata sull’orizzonte del trovare lavoro, così come la debolezza pedagogica di curricoli scritti con le aziende del territorio. Che l’unica sperimentazione che lavora sull’innovazione sia un liceo matematico è un sintomo della gerarchia implicita dei saperi.
Il sostegno a colpi di voucher
Comincia il progetto AscoltaMI: un voucher che si può richiedere una sola volta all’anno sulla piattaforma Unica, che dà diritto a cinque incontri con uno psicologo in videoconferenza. Riguarda gli studenti di terza media e dei primi due anni delle superiori, previo – anche in questo caso – consenso dei genitori.
I voucher disponibili sono 36mila in tutta Italia e valgono 250 euro l’uno: coprono circa il 2 per cento di una platea di più di un milione e mezzo di studenti. Le domande sono accolte in ordine cronologico fino a esaurimento dei fondi, tramite un clic day forse poco opportuno rispetto alla rilevanza e alla delicatezza della questione.
Con questo progetto è finalmente riconosciuto un bisogno importante, ma la misura introdotta rischia di rispondere in modo inadeguato. Non ci saranno psicologi nelle scuole, non ci saranno presidi territoriali stabili, non ci sarà lavoro sui gruppi classe, ma una prestazione individuale, digitale, contingentata, burocratizzata. Anche qui, la centralità della famiglia fa sì che rischia di essere escluso due volte chi ha genitori che non chiedono il voucher, non sanno che esiste o non lo vogliono usare.
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