Il fanatismo religioso della destra americana

04 settembre 2011 10:01

Mi chiedevo quale miscela di tè fosse adatta ai Tea party. L’earl grey è troppo inglese e il tè verde sa di ambientalismo. Forse il tè nero? Per fortuna ora abbiamo un’opinione autorevole sulle preferenze di questo movimento. E non è quella che mi aspettavo. Ci è sempre stato detto che i Tea party erano nati come movimento di protesta contro la spesa pubblica e l’indebitamento di Washington. Le questioni sociali – aborto, gay, creazionismo eccetera – erano irrilevanti, e anche la politica estera. Ci è stato detto che era un gruppo eterogeneo proveniente da tutti i partiti, anche se più spostato a destra, e che era nato dopo la recessione cominciata nel 2007: l’economia era il pilastro centrale del programma dei Tea party.

Ma un nuovo studio – un sondaggio basato sulle interviste a tremila statunitensi condotte a partire dal 2007 – fa pensare che dietro ci sia qualcos’altro. La ricerca rientra nell’American grace project, un progetto più ampio sulla fede religiosa negli Stati Uniti condotto da Robert Putnam, un professore di Harvard, e David Campbell. L’insieme dei dati è così ricco e le domande poste nel corso degli anni così varie e complete, che si può statisticamente affermare con sicurezza quali sono le caratteristiche più probabili di chi aderisce a questo movimento.

Prima di tutto è un repubblicano. Il movimento non è composto da indipendenti o democratici, ma da repubblicani che erano faziosi già prima dell’elezione di Barack Obama, molto impegnati in politica e abituati a contattare i loro rappresentanti locali. I militanti dei Tea party di solito non hanno perso il lavoro né hanno guadagnato di meno a causa della recessione. Sono quasi tutti bianchi e in genere hanno sempre avuto opinioni ostili verso gli afroamericani e le minoranze. Oltre al fatto di essere repubblicani, la cosa che li accomuna di più è il desiderio di vedere la religione (cioè il cristianesimo evangelico) al centro della vita pubblica e politica.

Vogliono costruire il regno di Dio in terra, e credono che l’America sia stata eletta per plasmare la storia dell’umanità. Si differenziano dagli altri cristiani perché sono convinti sostenitori del Partito repubblicano e perché non tollerano quello che considerano un laicismo eccessivo. Ormai i repubblicani statunitensi non hanno più molto in comune con i conservatori britannici o con i democristiani tedeschi. Il loro cristianesimo politico vuol metter fuori legge l’aborto, insegnare il creazionismo nelle scuole, vietare la teoria del cambiamento climatico, chiudere l’Agenzia per la protezione dell’ambiente e inserire nella costituzione il divieto delle unioni gay.

I politici preferiti dei Tea party sono soprattutto leader religiosi, come il governatore del Texas Rick Perry, Michele Bachmann del Minnesota o Sarah Palin dell’Alaska, e non, per esempio, il governatore dell’Indiana Mitch Daniels. Perry ha dato il via alla sua campagna in uno stadio con una giornata di preghiera, per invocare l’intervento divino nella crisi economica statunitense. Finora l’intera carriera di Bachmann si è basata su temi religiosi: dalla lotta ai programmi laici nelle scuole alla creazione di una società di consulenza per “curare” i gay. Anche Sarah Palin deve il suo successo all’affermazione degli evangelici in Alaska dagli anni ottanta in poi. Il maggior pregio agli occhi dei suoi sostenitori è aver portato a termine una gravidanza sapendo che il feto era affetto dalla sindrome di Down.

In un certo senso, naturalmente, c’è una naturale sovrapposizione tra sentimento antigovernativo e passione religiosa. Il governo federale viene spesso visto come simbolo di eccessiva regolamentazione e di laicismo, specialmente negli stati del sud o in quelli più rurali. Ma ciò che caratterizza sia il pensiero economico sia quello sociale dei Tea party non è tanto lo scetticismo verso lo stato (molti americani lo condividono), ma la sua rigidità. Le dottrine religiose non si possono discutere, quindi non si può scendere ad alcun compromesso sui diritti dei gay o sull’aborto o sul cambiamento climatico (l’uomo non ha il potere di cambiare la terra, solo Dio può farlo ). In base allo stesso principio, hanno trasformato la visione economica conservatrice in un dogma. Quindi il debito pubblico è sempre sbagliato, anche durante una grave depressione in cui i consumi sono crollati. Le tasse non devono mai essere aumentate, anche se le entrate fiscali sono al minimo degli ultimi cinquant’anni ed è politicamente impossibile far quadrare il bilancio solo con i tagli alla spesa.

Ma se fai parte di un gruppo fondamentalista religioso invece che di un partito politico, tutto ha un senso. Stai testimoniando verità eterne, non governando un paese in difficoltà. Quello che non capisco è come questo fanatismo religioso possa conquistare la maggioranza alle elezioni del 2012. Più l’opinione pubblica conosce i Tea party e meno li apprezza. Oggi nei sondaggi sono al 20 per cento. Se i repubblicani decidono di adottare il loro programma, difficilmente potranno superare queste percentuali.

*Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 913, 2 settembre 2011*

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