Una questione per lo più statunitense sulla cosiddetta ideologia woke è arrivata in Italia a fine agosto: dopo una lettera del leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte a Repubblica, il giornale ha alimentato il dibattito e poi si sono aggiunte varie testate, politici, intellettuali, giornalisti, persone che hanno prodotto articoli, contenuti, reel, commenti e post.

Proviamo a riassumere brevemente come inizia oltreoceano una storia molto complessa. Tutto parte dalla Abc, con una lunga intervista in cui la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha citato un consigliere di New York che aveva scritto due volte su X: “Woke 1 was crazyyyy”. Il tweet si può tradurre con varie sfumature: “Il primo woke è stato una follia”, per esempio. Oppure: “Il primo woke è stato una cosa di dimensioni eccezionali”.

Nell’intervista, Ocasio-Cortez fa una critica alle modalità retoriche politiche emerse durante il covid ma ne difende, almeno in parte, i contenuti e alcuni risultati. Poco dopo, sulla stessa Abc, la battuta fatta dal consigliere su X è stata attribuita direttamente a Ocasio-Cortez nell’accezione più critica.

Poi è stata usata per dire che la deputata ha preso le distanze dalle politiche più estreme dei socialisti democratici statunitensi (cosa parzialmente vera).

In Italia è arrivata nell’accezione negativa di ‘follia’, addirittura virgolettata. Secondo Giuseppe Conte, che ha colto la palla al balzo, con il woke si è arrivati a punte di “repressione della libertà di opinione”. Nella sua lettera, però, il presidente del Movimento 5 stelle non fa alcun esempio pratico di quando, esattamente, questo sarebbe successo in Italia.

E anche tutti gli altri contributi che prendono le distanze dal woke estremo fanno parecchia fatica a uscire dalle sensazioni per proporre qualche esempio pratico. Non solo. Le critiche al woke vengono spesso usate proprio dalle destre per criticare, in generale, qualsiasi difesa dei diritti civili, secondo una vera e propria strategia codificata dall’attivista conservatore statunitense Christopher Rufo.

Quali pregiudizi

Ma cosa c’entra tutto questo con le intelligenze artificiali? Ebbene, quando Matteo Renzi si è accodato a Conte rivendicando di aver già detto le stesse cose, ha scritto, fra l’altro: “La cultura woke è ancora forte: ha informato e continua a informare gli algoritmi dei social e dell’intelligenza artificiale. E dunque, ahimè, i nostri pensieri”.

Algoritmi e intelligenze artificiali sono diventati gli ingredienti perfetti da citare in ogni momento. Ma questa volta sono stati citati davvero a sproposito. Il 23 luglio 2025, infatti, Donald Trump aveva già prevenuto questa curiosa paura di Renzi con un ordine esecutivo.

Per la precisione, è l’executive order 14319, Preventing woke ai in the federal government (Evitare il woke delle intelligenze artificiali nel governo federale). Vediamo insieme di cosa parla.

Nella premessa il documento della Casa Bianca afferma che le intelligenze artificiali giocheranno un ruolo molto importante nel modo in cui gli statunitensi di ogni età imparano e si informano. Per questo, secondo Trump, ci vogliono ia prive di pregiudizi ideologici.

Ma di quali pregiudizi si preoccupa il presidente degli Stati Uniti? Lo dichiara subito dopo, riprendendo proprio le strategie di Rufo.

“Una delle ideologie più pervasive e distruttive”, si legge nel documento, “è la cosiddetta ‘Diversità, equità e inclusione’ (Dei). Nel contesto delle ia, la Dei comporta la soppressione o la distorsione di informazioni fattuali riguardanti la razza o il sesso; la manipolazione della rappresentazione razziale o sessuale negli output dei modelli; l’integrazione di concetti quali la teoria critica della razza, il transgenderismo, i pregiudizi inconsci, l’intersezionalità e il razzismo sistemico; nonché la discriminazione basata sulla razza o sul sesso. La Dei sacrifica l’impegno verso la verità a favore di esiti prestabiliti e, come dimostra la storia recente, rappresenta una minaccia esistenziale per le ia affidabili”.

Questa parte del decreto esecutivo andrebbe studiata bene non solo da chi si interessa alle ia ma anche da chi parla genericamente del woke. Anche perché non esiste alcuna misura analoga rispetto, per esempio, alle idee fasciste o naziste o suprematiste bianche. Non c’è un ordine esecutivo che dice che le ia non devono proporre solo il punto di vista dei ricchi o che non devono riprodurre la propaganda israeliana.

Esempi pratici

Fortunatamente, a differenza di Conte, Renzi e di tutti gli intellettuali che si sono accodati al curioso dibattito in Italia, l’ordine esecutivo ci offre un paio di esempi pratici su cui ragionare.

“Uno dei principali modelli di ia ha cambiato la razza o il sesso di figure storiche – incluso il papa, i padri fondatori e i vichinghi – quando gli è stato chiesto di fare queste immagini, perché era stato addestrato per dare la priorità alla Dei a scapito dell’accuratezza”.

Era successo nel 2024 con un modello generativo di Google.

Ora, chiunque conosca un minimo queste tecnologie sa che lavorano nel campo del possibile, del probabile: si chiamano generative. Non ci si affida alle tecnologie generative per l’illustrazione con accuratezza storica (qui puoi vedere sedici esempi diversi di ‘papi’ che ho fatto con MidJourney).

“Un altro modello”, prosegue l’ordine esecutivo, “rifiuta di produrre immagini che celebrino i successi di persone bianche ma lo fa per persone di altre etnie. In un altro caso, un modello di ia ha detto che non si dovrebbe attribuire a qualcuno un genere errato anche se fosse necessario per fermare un’apocalisse nucleare”.

Quest’ultimo esempio, anch’esso puramente aneddotico, era stato riportato addirittura dalla Bbc.

C’è un problema, in questa visione del mondo che vede la Dei come l’origine di tutti i nostri mali e di tutti i problemi discriminatori delle ia: possiamo proporre altrettanti esempi contrari. E non solo. Possiamo anche raccontare casi di discriminazione veri, con effetti reali sulle persone, studiati e analizzati: strumenti di valutazione automatica dei curriculum che penalizzano donne o candidati sopra i quarant’anni; servizi finanziari che assegnano fidi inferiori o tassi peggiori alle donne; algoritmi di riconoscimento facciale che sbagliano molto di più sulle persone di pelle scura; modelli predittivi che, negli ospedali, danno la priorità ai pazienti bianchi rispetto ai neri nelle stesse condizioni di salute a causa di dati sanitari storicamente distorti.

Di queste evidenze né Renzi né Conte né l’ordine esecutivo di Trump fanno menzione. Ma Trump, se non altro, governa uno stato che i modelli di ia li produce e li esporta. E va molto oltre.

“Sebbene il governo federale debba mostrarsi cauto nel regolamentare la funzionalità dei modelli di ia nel mercato privato”, conclude il suo ordine esecutivo, “nell’ambito degli appalti pubblici ha l’obbligo di non acquisire modelli che sacrifichino la veridicità e l’accuratezza in favore di agende ideologiche”.

Così, il finto nemico woke – importantissimo per le destre di tutto il mondo per intossicare qualsiasi dibattito sui diritti di chi ha meno – è sistemato: gli appalti federali, come sappiamo, sono una fonte di guadagno importante per le aziende che producono ia.

Invece le vere discriminazioni, con o senza ia, possono continuare ad agire indisturbate. Mentre in Italia ci preoccupiamo, come al solito, delle cose sbagliate, con grave ritardo e senza fare assolutamente nulla di costruttivo nel campo delle nuove tecnologie, tirate in ballo quasi a caso perché vanno di moda.

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