Il 30 settembre, con la partenza degli ultimi militari statunitensi di stanza a Erbil, nel Kurdistan iracheno, gli Stati Uniti e gli altri paesi della coalizione internazionale antijihadista hanno completato il ritiro dall’Iraq, un evento che l’Iran e le milizie sciite alleate di Teheran hanno celebrato come una vittoria.
L’esercito statunitense aveva invaso l’Iraq nel 2003 per destituire il dittatore sunnita Saddam Hussein. Dopo aver occupato il paese, contribuito all’insediamento di un governo sciita e combattuto per anni un’insurrezione sunnita, si era ritirato una prima volta alla fine del 2011. Meno di tre anni dopo era tornato nel paese per aiutare le forze irachene a combattere il gruppo sunnita Stato islamico (Is), che nel frattempo aveva assunto il controllo di un terzo del paese, prima di essere sconfitto nel 2017.
Secondo alcuni esperti di sicurezza iracheni, il disimpegno statunitense – frutto di un accordo firmato nel 2024 dall’amministrazione Biden e dal governo iracheno, e confermato da Donald Trump nonostante la guerra in corso con l’Iran – finirà però per rafforzare l’influenza in Iraq di Teheran e delle milizie filoiraniane, e potrebbe anche rivitalizzare l’Is, altro grande nemico di Washington.
Anche se la maggior parte degli iracheni è favorevole al ritiro statunitense, in nome della “ritrovata sovranità” del paese, le preoccupazioni sono molto forti, soprattutto nel Kurdistan iracheno. Negli ultimi anni le forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti avevano infatti protetto la regione autonoma curda da droni e missili lanciati dalle milizie filoiraniane contro obiettivi militari e impianti petroliferi. Questi attacchi, oltretutto, si sono intensificati dopo l’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran.
“Negli ultimi anni l’Iraq è stato l’unico paese a mantenere stretti legami politici e militari sia con gli Stati Uniti sia con l’Iran, che hanno usato il territorio iracheno come campo di battaglia alternativo”, afferma l’agenzia di stampa britannica Reuters, facendo alcuni esempi: “Nel 2020 gli Stati Uniti avevano ucciso un alto comandante iraniano, Qasem Soleimani, in un attacco mirato all’aeroporto di Baghdad, mentre le milizie filoiraniane hanno più volte preso di mira le basi e gli interessi statunitensi. Sette dei diciotto militari statunitensi rimasti uccisi dall’inizio della guerra in Iran si trovavano in territorio iracheno”.
“L’Iran, il cui obiettivo finale è costringere le forze statunitensi a lasciare tutto il Medio Oriente, ha definito il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq una vittoria del cosiddetto ‘asse della resistenza’, composto dai gruppi armati alleati nella regione”, prosegue la Reuters. “Washington continua invece ad accusare le milizie filoiraniane di svolgere un ruolo di primo piano nel conflitto in corso, lanciando attacchi contro gli stati del Golfo su ordine di Teheran”.
“Alcuni funzionari della sicurezza iracheni, sia del governo federale sia dell’amministrazione autonoma del Kurdistan, temono inoltre un ritorno in grande stile del gruppo Stato islamico, che dopo la sconfitta del 2017 ha mantenuto in Iraq una rete di cellule dormienti. Alcuni di questi funzionari hanno anche avvertito di possibili attentati terroristici in occasione del ritiro statunitense”, conclude l’agenzia.
Le milizie non disarmano
Il 30 settembre era anche la data entro la quale il governo iracheno, guidato da Ali al Zaidi, avrebbe dovuto disarmare le milizie filoiraniane, come previsto dall’accordo con gli Stati Uniti.
“Ma alcune delle più influenti – Kata’ib Hezbollah, Harakat al Nujaba e Kata’ib Sayyid al Shuhada – hanno respinto l’invito a consegnare le armi e a integrarsi nelle forze armate irachene e, anzi, hanno intensificato gli attacchi”, scrive Alina L. Romanowski, ex ambasciatrice statunitense in Iraq tra il 2022 e il 2024, in un’analisi del centro studi statunitense Atlantic council.
“La vera sfida per Al Zaidi sarà convincere gli Stati Uniti a continuare a collaborare con l’Iraq in materia di difesa e investimenti mentre le milizie sono ancora fuori controllo. Per l’amministrazione Trump, invece, non sarà facile mantenere un’influenza nel paese dopo il ritiro delle truppe”, aggiunge Romanowski.
“Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Iraq, lasciandosi alle spalle una nazione in pericolo”, titola il Wall Street Journal. Il quotidiano statunitense, di orientamento conservatore, sostiene che quello attuale non sia il momento migliore per andarsene. “Dopo aver speso 1.700 miliardi di euro in 23 anni, gli Stati Uniti hanno chiuso quella che i critici definivano la ‘guerra eterna’ in Iraq proprio nel momento in cui il conflitto iniziato dagli Stati Uniti contro l’Iran ha destabilizzato il paese, dove milizie filoiraniane armate fino ai denti stanno consolidando il loro potere”.
Anche il quotidiano francese Le Monde si sofferma sulla questione del disarmo delle milizie, lasciando intendere che probabilmente non avverrà. Il governo Al Zaidi aveva inizialmente fissato per il disarmo la scadenza del 30 settembre, “ritenendo che il ritiro delle truppe straniere le avrebbe private di qualunque pretesto per tenere le armi”. Ma poi ha dovuto posticipare la data al 30 giugno 2027, citando negoziati difficili per “regolamentare” le armi.
“Alcune fazioni hannno accettato d’integrarsi nell’esercito iracheno, ma altre, le più influenti, hanno rifiutato di farlo. Hanno posto come condizione per il disarmo non solo il ritiro delle forze internazionali, ma anche la fine di qualunque forma d’influenza statunitense, sia politica sia economica”, afferma Le Monde.
Cosa dice la stampa irachena
La stampa irachena ha dato grande spazio al ritiro delle truppe internazionali. “Il 30 settembre, giorno del ripristino della sovranità irachena, costituisce una svolta per l’Iraq, che può ora sperare in un futuro migliore”, scrive il quotidiano governativo Al Sabaah, pubblicando in prima pagina la foto di due soldati iracheni che sorridono con sullo sfondo dei veicoli militari con la bandiera nazionale.
“In effetti tutti i gruppi armati sono pronti a partecipare alle celebrazioni”, afferma con ironia il quotidiano indipendente Al Mada. “Il governo ha proclamato il 1 ottobre festa nazionale e sospeso il lavoro per quattro giorni. Il portavoce dell’esercito iracheno, Sabah al Numan, ha detto con toni trionfalistici che dopo il 30 settembre ‘in Iraq non ci sarà un solo soldato straniero’.
“Ma dietro quest’entusiasmo”, continua Al Mada, “politici e analisti si fanno una domanda molto seria: chi può garantire che non si ripeta il disastro del 2011, quando le forze statunitensi se ne andarono e l’Is s’impadronì di ampie zone del paese? ‘Nessuno’, risponde Masud Barzani, leader del Partito democratico del Kurdistan”.
Non a caso sul sito d’informazione curdo iracheno +964 si discute da tempo di veri o falsi casi di attacchi del gruppo jihadista.
“Tra i politici iracheni, soprattutto d’opposizione”, scrive Al Mada, “c’è anche il timore che un possibile ritorno dell’Is possa essere usato come pretesto per giustificare il mancato disarmo delle milizie e, più in generale, una maggiore influenza di Teheran nella politica irachena. Nello scenario peggiore le tensioni tra le fazioni, legate al possesso delle armi e alla gestione delle entrate petrolifere, potrebbero provocare scontri più ampi e perfino una guerra civile. È un pericolo reale se l’Iran provasse a trasformare l’Iraq in un nuovo Libano”.
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