A una settimana dai devastanti terremoti che hanno colpito il Venezuela, causando circa duemila morti e 50mila persone disperse, la rabbia sta prendendo il sopravvento sul dolore. Come riferisce il quotidiano spagnolo El País, è diretta contro i soccorritori, accusati d’inefficienza, e contro il governo della presidente ad interim Delcy Rodríguez, che guida il paese con il sostegno degli Stati Uniti dalla cattura di Nicolás Maduro a gennaio.
Il governo e l’opposizione si accusano a vicenda di strumentalizzare il disastro per fini politici, afferma il New York Times. L’opposizione, guidata dalla premio Nobel per la pace María Corina Machado, teme che Rodríguez possa sfruttare l’emergenza e la gestione degli aiuti umanitari provenienti dall’estero per riaffermare la sua legittimità.
Nei giorni scorsi le forze di sicurezza avrebbero impedito ai volontari legati all’opposizione di raccogliere fondi per le persone rimaste senza casa, sostenendo che “tutte le donazioni devono passare attraverso il governo federale”, sottolinea il quotidiano statunitense: “Lo scontro su chi debba prendersi il merito degli aiuti umanitari fa parte di una battaglia più ampia, dalla posta in gioco molto alta, per consolidare la propria influenza politica in un Venezuela profondamente diviso”.
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Il 29 giugno Machado, che si trova a Panamá, ha accusato il governo venezuelano d’impedirle di tornare nel paese, riferisce il sito d’informazione venezuelano indipendente Efecto Cocuyo. In esilio da dicembre, dopo la spettacolare fuga dalla clandestinità per ricevere il Nobel a Oslo, ha pubblicato un video in cui sostiene di voler rientrare per dare il suo contributo in “questi giorni strazianti”. “Il governo ha chiuso lo spazio aereo commerciale del Venezuela per impedirmi di tornare, prima di essere costretto a fare marcia indietro, ma continua a minacciare chi vorrebbe agevolare il mio rientro”, ha precisato.
Secondo molti osservatori, anche l’amministrazione Trump è contraria al ritorno di Machado, temendo che possa aumentare l’instabilità nel paese, sottolinea Efecto Cocuyo.
Dopo la cattura di Maduro, che era stato rieletto nelle presidenziali del luglio 2024 grazie a brogli sistematici, secondo l’opposizione e le Nazioni Unite, Washington aveva deciso di sostenere la sua vice Rodríguez, mettendola però di fatto sotto tutela. Aveva invece estromesso Machado ed Edmundo González Urrutia, il candidato dell’opposizione alle presidenziali, considerato da molti il vero vincitore.
Un test per la dottrina Donroe
“Abbiamo ottenuto una grande vittoria in Venezuela”, aveva dichiarato Trump il 20 giugno, riferendosi al controllo del paese e al dirottamento verso gli Stati Uniti dei flussi di petrolio e oro. “Il Venezuela non è mai stato così prospero”, aveva aggiunto, nonostante la crisi economica continui a colpire pesantemente la popolazione.
Appena quattro giorni dopo le nuove relazioni tra Washington e Caracas sono sotto pressione a causa del duplice terremoto, afferma il New York Times: “Il più grave disastro naturale in Venezuela degli ultimi decenni sta mettendo alla prova l’alleanza forzata con gli Stati Uniti, ostacolando la campagna di Washington per trasformare il paese in un protettorato economico. Le prossime settimane chiariranno se l’amministrazione Trump è disposta a impegnarsi a fondo per ricostruire il Venezuela”.
Anche El País parla di “test” per la cosiddetta “dottrina Donroe” (un gioco di parole tra la “dottrina Monroe”, enunciata nel 1823, e il nome “Donald”), che sancisce la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano.
“Gli Stati Uniti, che durante il mandato di Trump hanno drasticamente ridotto gli aiuti umanitari internazionali, si sono subito mobilitati per il Venezuela”, afferma il quotidiano spagnolo, stanziando 300 milioni di dollari per le agenzie delle Nazioni Unite e le ong (finora invece sistematicamente indebolite), mobilitando squadre d’intervento rapido e mezzi militari, e sospendendo fino al 23 ottobre alcune sanzioni contro il paese.
“Una reazione immediata”, prosegue El País, “era necessaria dal punto di vista umanitario, considerando la gravità del disastro. Ma per Washington era soprattutto una priorità assoluta di politica estera. Ridotto a uno stato sotto tutela, il paese sudamericano ha un ruolo geostrategico fondamentale per gli Stati Uniti. Trump considera infatti Caracas un esempio di successo del nuovo interventismo statunitense in America Latina”.
Il quotidiano sottolinea infine l’enorme differenza con altri disastri naturali che ci sono stati nel mondo durante il secondo mandato di Trump: “In occasione del devastante terremoto del marzo 2025 in Birmania, Washington aveva stanziato appena nove milioni di dollari”.
Stato vassallo
“Trump si è più volte vantato di dirigere il Venezuela. Ora sta facendo marcia indietro”, titola invece il sito d’informazione statunitense di sinistra The Intercept.
“Dopo aver ‘rapito’ il presidente venezuelano Maduro, Trump aveva affermato che sarebbero stati gli Stati Uniti a ‘gestire’ il Venezuela. ‘Siamo noi a comandare’, aveva dichiarato a gennaio. Eppure dopo i terremoti del 24 giugno Trump si è limitato a offrire assistenza: ‘Ho ordinato a tutte le agenzie governative di attivarsi. Saremo al fianco dei nostri nuovi e grandi amici’, ha scritto sul suo social network Truth”, riferisce il sito d’informazione.
Un funzionario di Washington che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato a The Intercept che l’offerta di Trump è insufficiente, dato che il Venezuela è ormai di fatto uno “stato vassallo” degli Stati Uniti: “Non siamo forse noi a governare il Venezuela? Abbiamo quindi un obbligo che va ben oltre l’amicizia”.
L’esempio del Cile
Secondo il quotidiano venezuelano indipendente El Nacional, “i terremoti del 24 giugno hanno evidenziato ancora una volta l’incapacità del regime venezuelano di amministrare il paese. Sono stati semplici cittadini e volontari a raggiungere per primi le zone più colpite dal sisma, mentre i vertici dello stato hanno impiegato ore a farsi vedere e poi si sono dimostrati del tutto impreparati. Lo stesso si può dire di poliziotti e militari, che sono stati addestrati solo per reprimere i propri connazionali”.
Il quotidiano messicano di sinistra La Jornada denuncia invece le “sanzioni omicide” contro il Venezuela: “I principali responsabili della trasformazione di una catastrofe naturale in una crisi sociale e umanitaria molto più ampia si trovano a Washington e, in misura minore, a Bruxelles”.
Il quotidiano brasiliano Folha de S.Paulo sottolinea che i grandi terremoti producono sempre conseguenze politiche e si sofferma sugli errori del regime venezuelano in materia di prevenzione.
Dopo aver elencato le conseguenze politiche di alcuni dei più gravi terremoti nella storia dell’America Latina – tra cui quelli del 1812 in Venezuela, del 1972 in Nicaragua, del 1985 in Messico e del 2001 in Salvador – la Folha de S.Paulo evidenzia l’eccezione del Cile, all’avanguardia nella prevenzione: “Uno dei paesi a più alto rischio sismico del mondo convive da decenni con terremoti di grande intensità e, proprio per questo, ha fatto della prevenzione una politica di stato. Norme edilizie rigorose, sistemi di monitoraggio, protocolli di emergenza, squadre di soccorso addestrate e una popolazione abituata a reagire rapidamente hanno ridotto il numero delle vittime di terremoti che avrebbero potuto avere conseguenze ben più gravi”.
“Il modo in cui un paese affronta un terremoto”, conclude la Folha, “è il risultato di decisioni politiche prese nel corso dei decenni”.
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