Per un po’ di tempo Kawtar non ha voluto rivolgersi ai servizi sociali. Le avevano detto di fare affidamento a loro per trovare un lavoro e provare a sistemare la difficile condizione economica della sua famiglia, ma lei, che oggi ha 43 anni, tre figli ed è originaria della Tunisia, era intimorita. “Le persone intorno a me continuavano a dirmi che mi avrebbero tolto i bambini”, ricorda. “Ecco perché ho lasciato perdere”.

Quando la sua situazione economica si è fatta più critica, Kawtar si è arresa e ha fissato un appuntamento con un’operatrice del comune lombardo in cui vive. Dice di essere stata seguita con molta attenzione e dopo poco tempo ha trovato quello che è ancora il suo lavoro. “Prima avevo molti pregiudizi, oggi cerco di convincere altre persone di origine straniera a rivolgersi ai servizi sociali”, dice.

In Italia gli assistenti sociali non vivono un momento facile.

Giornate piene

Nel paese ci sono più di 47mila lavoratori in questo settore. Il 90 per cento sono donne. La maggior parte lavora nel settore pubblico come dipendente dei comuni e di altri enti locali. Gli altri si muovono nel settore del privato sociale, sotto contratto con cooperative, associazioni, fondazioni e strutture residenziali. E una piccola percentuale, infine, rientra nel mondo dei liberi professionisti.

Le persone a cui questi lavoratori prestano sostegno sono molto diverse tra loro, e comprendono individui e famiglie in situazioni di povertà e altre fragilità, chi ha un background migratorio, chi vive per strada, chi ha problemi di tossicodipendenza o problemi psichiatrici. In alcuni casi sono queste persone a rivolgersi agli assistenti sociali, in altri sono questi ultimi a intercettarli a partire da segnalazioni di amministrazioni locali, scuole, ospedali, carceri, parrocchie.

Jenny Peppucci, 35 anni, è un’assistente sociale del comune di Spino d’Adda, in provincia di Cremona. Nel corso di una mattina ha già aiutato due famiglie a fare domanda per il fondo sociale destinato alle persone con disabilità, e poi altre persone che chiedevano informazioni su servizi specialistici come mense, asili nido, Servizi per le dipendenze patologiche (Serd) e centri d’impiego. Ha anche gestito le pratiche del corso d’italiano per le persone di origine straniera organizzato dall’amministrazione locale e ha compilato pile di scartoffie burocratiche. “Alle 9 stai facendo una cosa, alle 9.05 sei impegnato in tutt’altro. Quando finisci la giornata ti rendi conto che è difficile anche solo raccontare quante situazioni e pratiche molto diverse tra loro hai gestito”, racconta. “Eppure, per tanti, il nostro lavoro è quello di togliere i bambini alle famiglie”.

Attacchi

La destra ha strumentalizzato alcune notizie di cronaca recenti e la pressione politico-mediatica sta complicando ulteriormente una professione che già deve fare i conti con molte criticità e mancanze. A partire dal 2018 il caso Bibbiano ha travolto l’immagine degli assistenti sociali. L’inchiesta giudiziaria cosiddetta Angeli e demoni ha gettato ombre sull’attività dei servizi sociali dei comuni dell’Unione Val d’Enza e dell’onlus torinese Hansel e Gretel. Assistenti sociali, psicologi e amministratori pubblici locali sono stati accusati di aver messo in piedi un sistema di affidi illeciti basato su manipolazioni, abusi d’ufficio e frode.

Se già in passato alcune inchieste come quelle sui cosiddetti diavoli della bassa modenese e sulla comunità del Forteto avevano contribuito a demonizzare la figura degli assistenti sociali, il caso Bibbiano ha avuto un effetto ancora più dirompente.

“Parlateci di Bibbiano” è diventato un ritornello onnipresente nel dibattito politico e civile. Il Partito democratico, che governava la città, è diventato il “partito di Bibbiano”, da cui tenersi alla larga. Molti esponenti di destra sono corsi a farsi fotografare sul posto dietro lo slogan “Giù le mani dai bambini”. Adesivi e murales dello stesso tenore hanno tappezzato mezza Italia.

Nel luglio 2025 il processo di primo grado ha portato all’assoluzione di quasi tutti gli imputati e alla condanna di tre persone per reati minori non riconducibili all’accusa principale degli affidi illeciti. Pochi mesi più tardi una nuova storia, quella della cosiddetta famiglia nel bosco, legata all’allontanamento di tre figli minori dai genitori che avevano scelto di vivere appunto in un bosco, si è presa il palcoscenico politico e mediatico.

La destra ha ripreso a dire che gli assistenti sociali tolgono in maniera illecita i figli ai loro genitori e altre storie simili hanno guadagnato sempre più spazio nel dibattito pubblico.

La crisi

“La demonizzazione in corso comporta due rischi”, spiega Barbara Rosina, presidente del Consiglio nazionale ordine assistenti sociali (Cnoas). “Da una parte genera sfiducia nelle persone che saranno più restie a rivolgersi agli assistenti sociali e a costruire relazioni e buone pratiche con loro. Dall’altra aumenta la già forte pressione su questi lavoratori, sottoposti a una delegittimazione continua”.

Secondo un report del marzo 2025, nei dodici mesi precedenti più di mille assistenti sociali sono stati vittime di aggressione. Negli scorsi mesi in alcune località come Vasto, Arezzo, Sansepolcro e Città di Castello sono comparse scritte offensive contro gli assistenti sociali.

“La pressione politica e mediatica su di loro si inserisce in un ventaglio di altre criticità per il settore e questo rischia di ricadere ulteriormente sulla qualità del loro impegno”, sottolinea Rosina.

I carichi di lavoro sono molto alti e gli impegni coprono diverse aree, mentre le risorse umane ed economiche sono insufficienti. A pesare sono anche gli stipendi bassi, in media inferiori ai 1.300 euro, che rendono poco attrattiva la professione.

Lo stress causato dal lavoro, con casi frequenti di burnout, fa sì che molti decidano di fare altro. Tra il 2023 e il 2024 i candidati all’abilitazione sono scesi del 35 per cento e gli assistenti sociali abilitati di più del 40 per cento. Oggi in Italia mancano migliaia di operatori per raggiungere la media stabilita dalla legge di un assistente sociale ogni cinquemila abitanti.

I carichi di lavoro sono molto alti e gli impegni coprono diverse aree, mentre le risorse umane ed economiche sono insufficienti. A pesare sono anche gli stipendi bassi, in media inferiori ai 1.300 euro, che rendono poco attrattiva la professione. Tra il 2023 e il 2024 i candidati all’abilitazione sono scesi del 35 per cento e gli assistenti sociali abilitati di più del 40 per cento.

Oggi in Italia mancano migliaia di operatori per raggiungere la media stabilita dalla legge di un assistente sociale ogni cinquemila abitanti. In alcune regioni del paese la situazione è ancora peggiore. In Abruzzo, Campania e Calabria, per esempio, si conta un solo assistente sociale ogni diecimila persone. Ci sono poi aree completamente scoperte, come succede per i servizi per le tossicodipendenze.

Nel terzo settore c’è infine il problema delle gare al ribasso, dove per aggiudicarsi dei bandi gli operatori sono costretti a presentare progetti che poi comportano tagli al personale, alle attività e un turnover alto.

Una normativa che Rosina definisce “a canne d’organo” fa poi sì che i diversi ambiti d’intervento, come la scuola, la casa, il lavoro o la salute, siano oggetto di interventi separati , invece che di approcci integrati.

“Soprattutto nei piccoli comuni ci si ritrova spesso in ufficio da soli e tutto ricade sulle spalle di un’unica persona, anche compiti che non rientrerebbero nelle sue competenze. Questo ha sicuramente un impatto negativo sulla qualità del servizio fornito”, racconta Aliné Bochmann, 39 anni, assistente sociale del comune di Spino d’Adda. “C’è anche tanta attività amministrativa da fare e questo toglie tempo prezioso a quello che è realmente il nostro lavoro, il contatto con le persone”.

Jenny Peppucci sottolinea invece che “non si riesce a fare quello che si vorrebbe per mancanza di tempo e risorse, e il risultato sono interventi che hanno pochi effetti. Resta una grande frustrazione”.

Formazione carente

Diverse volte a settimana Michela Forgione, antropologa, presta servizio allo sportello di Napoli di Sweet net. Il progetto, nato da ActionAid e dalla fondazione Cassa depositi e prestiti, punta a costruire un ponte tra le persone con background migratorio e le istituzioni. Tra i servizi c’è l’assistenza legale e sociosanitaria per contrastare i bias culturali nei tribunali e nei servizi territoriali. In diversi casi recenti che hanno coinvolto stranieri sono infatti emerse discriminazioni nei tribunali e nelle relazioni degli assistenti sociali.

“Gli assistenti sociali a volte hanno atteggiamenti influenzati dagli stereotipi, che nascono da un’ idea di bambino e di maternità che non tiene conto di una lettura transculturale delle pratiche genitoriali”, spiega Forgione.

L’antropologa si è occupata di diversi casi di donne pachistane che non andavano ai colloqui a scuola dei figli, non accedevano ai servizi a causa delle barriere linguistiche, non lavoravano e vivevano in appartamenti piccoli con tante altre persone. Tutto questo è stato segnalato come un sintomo di un’inadeguatezza genitoriale, non tenendo appunto conto della cultura del paese di origine e delle difficoltà oggettive di certe situazioni. Qualcosa di simile è successo anche in diversi casi di donne provenienti dalla Nigeria e vittime di tratta.

“Nel percorso di formazione degli assistenti sociali manca un focus sull’approccio transculturale alla genitorialità e questo è un problema, soprattutto oggi, visto che la popolazione di origine straniera è aumentata rispetto al passato”, continua Forgione. L’approfondimento di questi temi diventa una scelta volontaria dell’operatore. “Ma sono in pochi a farlo. Il sistema tende piuttosto a indirizzarli verso percorsi socio-legali e amministrativi-burocratici”, conclude l’antropologa.

Le responsabilità della politica

Invece di accendere i riflettori su queste mancanze con l’obiettivo di risolverle e migliorare i servizi, molti politici vanno nella direzione opposta. Al di là delle differenze culturali, il lavoro degli assistenti sociali nei contesti legati all’accoglienza si sta facendo sempre più difficile e non solo per gli attacchi legati ai fatti di cronaca.

Da quando si è insediato, il governo Meloni ha ridotto o eliminato servizi essenziali all’interno dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) e favorito un approccio emergenziale alla questione, generando difficoltà nella presa in carico degli ospiti e nella predisposizione di progetti di inclusione attiva. Come ha denunciato l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), questa contrazione dei servizi essenziali ha trasformato le strutture in “parcheggi”.

“Gli assistenti sociali si ritrovano molto spesso a fare case manager, cioè a erogare prestazioni e basta”, spiega Ivana Fazzi, 35 anni, assistente sociale a Como. Dopo aver cominciato a lavorare ha deciso di iscriversi a un master in etnopsichiatria e psicologia delle migrazioni. Si era resa conto che la sua laurea in servizio sociale non le aveva dato gli strumenti necessari per affrontare il lavoro da fare con persone arrivate da altri paesi e culture.

“Il compito dell’assistente sociale dovrebbe essere squisitamente relazionale e prevedere la costruzione di percorsi di sostegno strutturati e approfonditi”, dice Fazzi. “Ma è molto difficile che avvenga nel contesto attuale”.

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