Lanciare una guerra senza una giustificazione credibile, senza definire gli obiettivi né una strategia per raggiungerli, senza aver valutato seriamente i probabili costi e benefici e sottovalutando la forza dell’avversario. Cosa poteva andare storto?

L’accordo firmato in settimana per mettere fine alla guerra in Medio Oriente formalizza quello che era chiaro da aprile: Trump non aveva una via d’uscita dignitosa dal pantano in cui si era cacciato e ne poteva venir fuori solo con un accordo di questo tipo, che potrebbe rendere l’Iran più influente (c’è chi parla di “pax iraniana” in Medio Oriente) e più ricco, che non porta agli Stati Uniti vantaggi sostanziali su nessuno dei dossier che per mesi erano stati presentati come decisivi, dal programma nucleare iraniano all’arsenale missilistico di Teheran fino ai rapporti con i gruppi radicali della regione.

Nell’articolo di copertina di Internazionale, un saggio scritto dall’editor di questioni militari dell’Economist, si spiega che la guerra in Iran e quella in Ucraina, pur essendo molto diverse, raccontano una storia simile, fatta di leader politici e strateghi militari convinti che le nuove tecnologie rendano la guerra più facile, rapida e controllabile di quanto sia realmente.

Negli ultimi anni droni, satelliti, sensori, sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale hanno creato quello che l’Economist definisce un nuovo livello di “trasparenza tattica”: i campi di battaglia sono osservati in modo quasi continuo e colpire un bersaglio è molto più semplice che in passato. Ma questa rivoluzione tecnologica non ha prodotto guerre con esiti più decisivi.

Al contrario, ha spesso rafforzato le capacità difensive, rendendo più difficile ottenere risultati politici attraverso la sola superiorità militare. In Ucraina, per esempio, i droni hanno contribuito a trasformare il fronte in una gigantesca “kill zone” dove anche un piccolo avanzamento costa tantissimo e conquistare pochi chilometri richiede mesi di combattimenti.

Minacce infruttuose

Questo paradosso è emerso in Iran. Stati Uniti e Israele hanno impiegato alcune delle tecnologie militari più avanzate del mondo, colpendo migliaia di obiettivi e decapitando gran parte della leadership iraniana. Eppure non sono riusciti a eliminare le capacità di rappresaglia di Teheran, di conseguenza hanno fallito gli obiettivi politici dichiarati. L’Iran continua a possedere gran parte del proprio arsenale missilistico e mantiene la capacità di minacciare lo stretto di Hormuz. Come osserva l’Economist, la convinzione che un’enorme superiorità tecnologica possa produrre una sorta di “colpo del ko” rientra in una lunga tradizione di illusioni strategiche: dall’aviazione del novecento agli interventi statunitensi in Afghanistan fino alle guerre di oggi.

Lo stallo militare aiuta a capire perché la guerra in Iran fosse destinata a finire in questo modo. Gideon Rose, direttore di Foreign Affairs, ha fatto un parallelo con la disfatta statunitense in Vietnam. In entrambi i casi gli Stati Uniti sono entrati in guerra per fermare una tendenza considerata pericolosa (l’avanzata militare del Vietnam del Nord nel primo caso, il programma nucleare iraniano nel secondo), ed erano convinti che una dimostrazione di forza avrebbe costretto l’avversario a fare marcia indietro.

Rose ricorda che Richard Nixon e Henry Kissinger provarono a uscire dal Vietnam alternando minacce, bombardamenti e negoziati, ma dovettero rassegnarsi al fatto che Hanoi non era disposta a capitolare. Trump ha seguito un percorso simile in Iran: prima l’escalation, poi gli ultimatum, infine la ricerca di un accordo che permettesse di chiudere il conflitto senza ammettere una sconfitta.

Come nel Vietnam del 1973, il risultato è un compromesso che interrompe i combattimenti ma rinvia le questioni fondamentali a una fase successiva. Il destino del regime iraniano e del suo programma nucleare, esattamente come quello del Vietnam del Sud, sarà deciso in un secondo momento. Cosa che evidentemente favorisce Teheran, che ha tutto l’interesse a tirare la questione per le lunghe mentre Trump non ha voglia di impegnarsi in un negoziato lungo e difficile.

Corto circuito

Passando all’Ucraina, Rose trova delle similitudini con la guerra di Corea. Dopo le grandi offensive iniziali, il conflitto si è trasformato in una guerra di logoramento lungo linee relativamente stabili. Né Mosca né Kiev hanno oggi la capacità di imporre una vittoria decisiva a costi accettabili. Per questo l’esito più plausibile è un armistizio che congeli la linea del fronte, come successe nel 1953 nella penisola coreana lungo il 38° parallelo. Un accordo probabilmente insoddisfacente per tutti, ma abbastanza stabile da durare molto più a lungo di quanto molti osservatori immaginino.

L’altra ragione profonda del fallimento statunitense è politica. In questi mesi, Washington ha finito per pagare il prezzo della sua storica incoerenza nei confronti dell’Iran. Dalla rivoluzione del 1979, tutti i presidenti americani hanno dovuto scendere a patti con il regime islamico di Teheran, ma tra i repubblicani statunitensi c’è sempre stato un fronte abbastanza ampio che ha spinto per il suo rovesciamento, considerandolo un interlocutore illegittimo con cui non si dovrebbe negoziare ma che andrebbe semplicemente sconfitto. La pressione di questo fronte ha contribuito prima alla decisione di Trump di stracciare l’accordo sul nucleare firmato da Obama nel 2015 e poi a quella di lanciare la guerra del febbraio scorso.

Entrambe le scelte hanno indebolito le componenti più pragmatiche del regime, rafforzato quelle più radicali e consolidato il potere della Repubblica islamica proprio nel momento in cui Washington sperava di metterla in crisi. Paradossalmente, dopo aver contribuito a rendere più improbabile il rovesciamento del regime, Trump si trova costretto a prenderne atto e ad accontentarsi di un accordo che, se mai verrà raggiunto, sarà meno favorevole agli Stati Uniti di quello che lui stesso aveva criticato e abbandonato undici anni fa.

È un corto circuito che mette in luce tutte le contraddizioni tra i conservatori: sono scontenti quelli che avevano sostenuto Trump perché prometteva di tenere gli Stati Uniti lontani da nuove guerre, ed è scontento anche chi vedeva in lui il leader capace di risolvere definitivamente il problema iraniano abbattendo il regime di Teheran.

A prendersi la responsabilità di questo disastro sembra essere il vicepresidente JD Vance, che ha basato la sua ascesa politica – e le sue ambizioni in vista delle presidenziali del 2028 – sulla promessa di essere la sintesi delle varie anime del movimento conservatore, e invece rischia di essere schiacciato da contrasti che sembrano irrisolvibili.

Per tutta la crisi iraniana Vance è stato il più scettico dell’amministrazione. Aveva espresso dubbi già prima dell’attacco di febbraio, temendo che gli Stati Uniti si stessero infilando nell’ennesima guerra mediorientale senza una strategia d’uscita credibile. Quando si è aperto lo spiraglio diplomatico, è stato messo a capo dei negoziati e ora paradossalmente è lui a dover difendere l’accordo che ha messo fine al conflitto, concedendo interviste, rispondendo alle critiche e cercando di convincere la base repubblicana che questa fosse l’unica conclusione possibile. In settimana ha attaccato apertamente Israele e i falchi repubblicani che avrebbero voluto proseguire la guerra, accusandoli di voler continuare a bombardare senza una chiara idea di come concludere il conflitto.

Da parafulmine a capro espiatorio il passo è breve. I sostenitori della guerra gli danno la colpa di una sconfitta che non possono attribuire direttamente a Trump, e chi pensa che la guerra non avrebbe mai dovuto essere combattuta lo guarda con sospetto.

Chi sembra aver intuito il pericolo è Marco Rubio. Pur essendo segretario di stato, e pur facendo parte dell’ala più interventista del Partito repubblicano, è rimasto sullo sfondo nelle trattative e nel dibattito sull’accordo con l’Iran. Questa prudenza ha alimentato le speculazioni su una sua possibile candidatura nel 2028. Rubio si presenta come l’“adulto nella stanza”, una figura più rassicurante e tradizionale: meno ideologica, meno coinvolta nelle guerre intestine del trumpismo e più vicina all’immagine di uno statista capace di governare e rappresentare gli Stati Uniti sulla scena internazionale.

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