Lavoro a stretto contatto con un collega che da tempo lotta con l’alcolismo, al punto che più volte ha rischiato di perdere il lavoro. Di recente mi ha confidato che sua moglie lo ha lasciato e se n’è andata con i figli. Dice di non avere nessun altro. Ci siamo visti fuori dal lavoro una volta sola, più di un anno fa e per poco tempo, e da allora ha cominciato ad appoggiarsi molto a me, non solo per avere aiuto al lavoro, ma anche sul piano emotivo e personale.
Mi sta a cuore il suo benessere e gli ho detto che, sul lavoro, lo sosterrò come posso. Ma ho anche chiarito che fuori dal lavoro non posso essere la persona sui cui può sempre contare. Non ho le risorse emotive per farlo e, francamente, anche se stesse meglio, non credo che cercherei un’amicizia con lui.
Eppure mi sento malissimo. È isolato, è chiaro che soffre, e temo che se non faccio qualcosa forse non riceverà mai l’aiuto di cui ha bisogno. Ma so anche di non avere gli strumenti per essere allo stesso tempo il suo terapeuta, la sua famiglia e il suo amico. Come faccio a stabilire un confine senza avere la sensazione di abbandonare una persona in crisi?–Lettera firmata
A A volte nella vita capita di trovarsi in una posizione privilegiata per aiutare qualcuno in grave difficoltà, anche se non ci siamo mai offerti per quel ruolo. Pensiamo all’unico testimone di un reato, che all’improvviso è gravato da una responsabilità che non ha scelto. Oppure al buon samaritano della parabola del Nuovo testamento, che si imbatte in una persona derubata, spogliata, ferita e abbandonata. Se chi era passato prima avesse fatto ciò che doveva, il samaritano non avrebbe avuto bisogno di intervenire. Ma il fatto che il bisogno dipenda dalla negligenza altrui non lo esime dal fare qualcosa.
In questo caso, non puoi fingere di non vedere la crisi del tuo collega. All’inizio il tuo aiuto era solo una soluzione temporanea, mentre cercava di ritrovare un po’ di stabilità. Ma quando si comincia ad aiutare qualcuno, le responsabilità possono crescere. Se hai portato una persona a metà di un fiume pericoloso, non puoi lasciarla da sola in mezzo alla corrente. Allo stesso modo, se lasci che qualcuno costruisca intorno a te tutto il suo sistema di sostegno, i tuoi obblighi morali diventano più vincolanti. In entrambi i casi, tirarsi indietro può fare del male.
Saggiamente, hai riconosciuto questa dinamica e vuoi evitare che il tuo impegno aumenti oltre ciò che puoi sostenere. La cosa fondamentale è stabilire con chiarezza questi limiti. Hai già fatto un primo passo giusto dicendo al tuo collega che lo sosterrai sul lavoro, ma che fuori non può contare troppo su di te.
Ora devi essere coerente, con gentilezza e con fermezza. Valuta che tipo di sostegno vuoi e puoi offrire, poi comunica i tuoi limiti in modo chiaro. Potresti anche incoraggiare il tuo collega a rivolgersi agli Alcolisti anonimi o ad altre organizzazioni simili, in grado di assicurargli il supporto continuativo e specialistico di cui ha bisogno. Questi gruppi esistono proprio perché uscire da una dipendenza richiede più di quanto possa offrire un singolo amico.
Non si tratta di sottrarti alle tue responsabilità, ma di gestire bene la tua capacità di aiutare. Come dici anche tu, non puoi essere nello stesso tempo il suo terapeuta, la sua famiglia e il suo amico. Se lui rifiuta un aiuto professionale o cerca di forzare i tuoi confini, non devi cedere. Permettergli di evitare un percorso di cura adeguato non aiuta nessuno dei due. Tenendo saldi quei confini, preservi la tua capacità di offrirgli un aiuto concreto e lo spingi a cercare il sostegno più ampio di cui ha bisogno.
(Traduzione di Gigi Cavallo)
Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.
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