Si chiamava Thunchanok Donhomla e aveva 17 anni. Da appena una settimana era arrivata a Pattaya, la capitale tailandese del turismo sessuale, da Kalasin, cinquecento chilometri a nordest, per raggiungere una compaesana. L’hanno trovata il 25 giugno nuda, chiusa insieme a qualche oggetto personale – i vestiti, le scarpe, la sigaretta elettronica – in un trolley buttato nell’erba lungo i binari del treno.
A indicare alla polizia dove si trovava la valigia è stato un australiano di 45 anni, Simon Peter Carman, che le telecamere dell’atrio del condominio dove alloggiava hanno ripreso prima entrare mano nella mano con la ragazza nel cuore della notte, poi, la sera del giorno dopo, uscire da solo trascinando il pesante trolley nero per rientrare a mani vuote poco dopo.
“Non sapevo cosa fare con il cadavere”, avrebbe detto alla polizia Carman, che ha raccontato di aver agito per difendersi durante una lite con la ragazza, perché le aveva offerto meno della cifra concordata. Secondo le autorità Thunchanok Donhomla è morta soffocata.
A Pattaya, la cui economia dipende in buona parte dall’industria del sesso, episodi simili sono rari. Ma quando accadono fanno riaprire nel paese il dibattito sulla legalizzazione della prostituzione, secondo molti una precondizione per cercare di tutelare chi lavora nel settore, teoricamente proibito ma ampiamente tollerato dalle autorità.
Non ci sono dati ufficiali, ma si calcola che l’industria del sesso frutti al paese tra il 2 e il 4 per cento del pil. A Pattaya, in particolare, la composizione demografica è impressionante: ai 116mila residenti tailandesi regolarmente registrati si aggiungono tra i 40 e i 70mila stranieri che vivono in città in modo permanente o per lunghi periodi e 60mila lavoratrici del sesso, molte delle quali provenienti dalle provincie più povere della Thailandia.
Prenoto e ritiro
L’origine dell’industria del sesso in Thailandia risale agli anni sessanta. “Fiorì a Bangkok e nel centrosud del paese durante il governo autoritario e sviluppista del generale Sarit Thanarat”, scrive Jasmine Chia sul Thai Inquirer, “per una combinazione di fattori: il reddito della classe media che cresceva, un flusso di uomini che migravano dalle provincie rurali per lavorare, l’arrivo dei soldati statunitensi impegnati nella guerra del Vietnam in cerca di svago e quello inedito di turisti e uomini d’affari”.
Chia parla di un’usanza chiamata tow keow (raccolta verde), ancora diffusa nelle regioni povere negli anni novanta, per cui gli intermediari passavano a “prenotare” le bambine che avrebbero poi “ritirato” una volta finite le scuole medie. Il motivo per cui le famiglie mandavano le figlie a lavorare nell’industria dell’intrattenimento, che per la maggior parte significava diventare prostitute, è ovviamente la povertà.
“Il prezzo del riso era precipitato negli anni settanta e ottanta, quando l’Indonesia cominciò a coltivarne per il proprio fabbisogno. La ‘modernità’ era arrivata, come promesso dallo stato, e imponeva di esibire i simboli del benessere – tv e motociclette diventarono importanti status symbol, in particolare nei villaggi rurali”, prosegue Chia. “Le ragazze giustificavano la scelta di ‘andare a sud’ con ragioni legate alla pietà filiale e alla necessità di saldare il debito morale con la famiglia e lo stigma intorno al lavoro sessuale si attenuò via via che le ex prostitute tornavano a casa e compravano case nuove ai genitori”.
Anche se oggi una parte delle lavoratrici del sesso lo fa per scelta, la povertà è ancora l’elemento principale che spinge molte ragazze a prostituirsi, spesso con il benestare delle famiglie.
Negli ultimi quindici-vent’anni, racconta Ronald Weitzer, docente all’università della California e autore di Sex tourism in Thailand: inside Asia’s premier erotic playground, nel parlamento tailandese ci sono stati tentativi di legalizzare la prostituzione, senza successo. Al momento c’è una proposta di legge in discussione alle camere ma, spiega Weitzer, “il mercato della prostituzione è legato a doppio filo all’intero sistema: è tollerato perché le autorità ci guadagnano, c’è molta corruzione, la polizia periodicamente riscuote mazzette dai bar e dai bordelli, che per i proprietari – molti dei quali stranieri – è una tassa. Quindi legalizzare il lavoro sessuale significherebbe intervenire anche sulle forze dell’ordine”.
La legge del mercato
Finché ci sarà domanda, ci sarà offerta. E la domanda non accenna a diminuire, anche se, dice Weitzer, negli ultimi dieci anni c’è stato un cambiamento notevole: i clienti sono sempre più spesso uomini coreani, giapponesi e indiani che arrivano in gruppi per divertirsi, e in generale sono più giovani, tra i 25 e i 40 anni. Non più, quindi, solo vecchi uomini bianchi dal Regno Unito, dagli Stati Uniti o dall’Australia, che ci sono sempre e costituiscono la comunità degli expat. Tra gli uomini coinvolti nello sfruttamento della prostituzione minorile in Asia gli australiani sono la maggior parte.
C’è poi un mercato domestico parallelo di posti frequentati da uomini tailandesi, spiega Weitzer, che non andrebbero mai nei bar per turisti stranieri: “Una percentuale incredibilmente alta di tailandesi nella vita ha pagato per il sesso, in alcune zone fino al 70 per cento, e alcuni l’hanno fatto più volte”.
Quanto alla prostituzione minorile, è punita da leggi piuttosto severe, e nei bar e nei centri massaggi non è diffusa, mentre per strada non ci sono regole, le minorenni si trovano lì. Oppure nelle zone di confine con Laos, Cambogia e Birmania, dove le ragazze sono attirate oltre la frontiera con la Thailandia da compensi più vantaggiosi. I clienti in quei casi sono tailandesi.
In posti come Pattaya, Bangkok o Phuket la prostituzione è ovunque e alla luce del sole. Il problema è che, dato il peso del turismo sessuale sull’economia, il governo non ha voglia di contrastarla. E nemmeno le famiglie che dipendono dal settore, conclude Weitzer.
Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.
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