Quando il premier australiano Antony Albanese, laburista, alla fine di ottobre è andato alla Casa Bianca per il suo primo incontro con il presidente statunitense Donald Trump, era pronto a tutto. L’esperienza degli ultimi dieci mesi ha insegnato a chiunque varchi la soglia della sala ovale che il rischio di essere presi a pesci in faccia è alto. Ma Albanese aveva un asso nella manica che probabilmente lo rendeva più fiducioso di altri. L’incontro, infatti, è andato incredibilmente bene.
Cosa portava con sé il leader australiano? Un accordo sulle terre rare e i minerali critici, risorse sempre più centrali negli equilibri geopolitici di cui l’Australia detiene il 13 per cento dei giacimenti noti a livello globale. Nulla di paragonabile alle quantità a disposizione della Cina, che nel suo suolo ha la metà dei giacimenti noti e soprattutto ne domina la lavorazione, producendone i tre quarti del totale.
Questo vantaggio serve a Pechino come leva nella guerra commerciale con gli Stati Uniti e in generale spinge il resto del mondo a cercare fonti alternative per diversificare l’approvvigionamento. La tregua su cui il presidente cinese Xi Jinping e Trump si sono accordati all’inizio di novembre nell’incontro in Corea del Sud consiste in particolare nel ritiro da parte di Pechino dei nuovi limiti alle esportazioni di terre rare e minerali critici annunciati a ottobre.
Tuttavia, ricorda Asia Times, i precedenti controlli annunciati ad aprile sull’export di sette elementi, tra cui gallio e germanio, entrambi fondamentali per l’industria della difesa e dei semiconduttori, rimangono saldamente in vigore. L’accordo annunciato da Trump e Albanese alla Casa Bianca s’inserisce in questo quadro come uno sforzo per ridurre la dipendenza dalla Cina. Washington e Canberra si sono impegnate a investire un totale di 8,5 miliardi di dollari (di cui tre nei prossimi sei mesi) per sviluppare due progetti “prioritari” che riguardano i minerali critici.
Con il solito fare da gradasso, parlando ai giornalisti insieme ad Albanese Trump ha parlato di “così tanti minerali critici e terre rare” disponibili “tra un anno” che “non saprete cosa farne”. Gli esperti dicono che in realtà ci vorrà molto più tempo prima di vedere dei risultati, ma intanto a guadagnare da questa corsa alle terre rare alternative a quelle cinesi è in particolare una persona, la più ricca d’Australia: la regina del settore minerario Gina Rinehart.
Grande ammiratrice di Donald Trump e sostenitrice delle sue politiche, che vorrebbe vedere applicate anche in Australia, Rinehart, 71 anni, è a capo di un impero ereditato dal padre negli anni novanta e fatto fruttare enormemente (negli ultimi dieci anni il suo patrimonio personale è triplicato). Come scrive Bloomberg, l’imprenditrice ha scommesso fin dall’inizio sullo sviluppo delle terre rare ed è anni avanti rispetto alla concorrenza nel trarre vantaggio da questo riallineamento strategico del mondo rispetto alla Cina. Attraverso la sua azienda, la Hancock Prospecting, “Rinehart è una protagonista in gran parte invisibile ma indispensabile nel mercato delle forniture di questi elementi”, improvvisamente diventato centrale.
Per essere una scettica del cambiamento climatico causato dall’essere umano (esattamente come Trump), Gina Rinehart sta investendo molto nei minerali che guideranno la rivoluzione dell’energia pulita, scrive il Saturday Paper. Poco dopo l’annuncio dell’accordo tra Trump e Albanese, la Hancock Prospecting ha investito 125 milioni di dollari in una piccola società mineraria, la Arafura Rare Earths, che dovrebbe avviare uno dei due progetti estrattivi “prioritari” annunciati dal premier australiano.
Secondo un comunicato dell’ufficio di Albanese, “una volta operativo, questo progetto produrrà il 5 per cento delle terre rare globali, essenziali per la sicurezza energetica e la difesa”. In particolare, produrrà il neodimio e il praseodimio, ingredienti chiave in potenti magneti permanenti usati in una varietà di prodotti, dall’elettronica di consumo alle turbine eoliche, dai veicoli elettrici alle attrezzature per la difesa.
Attraverso le partecipazioni in quattro aziende specializzate nel settore delle terre rare e quotate in borsa – investimenti che risalgono almeno al 2020 – Rinehart sta esplorando anche altri giacimenti in Malaysia, Brasile e Stati Uniti. Ma, spiega al settimanale australiano Susan Park, docente di governance globale all’Università di Sydney, “il motivo per cui il 90 per cento della lavorazione delle terre rare avviene in Cina è che si tratta di un processo molto dannoso per l’ambiente. I minerali delle terre rare contengono spesso elementi radioattivi naturali come il torio e l’uranio. La lavorazione separa le terre rare da questi elementi radioattivi, che finiscono per concentrarsi nei rifiuti o nei sottoprodotti”.
In Cina questo ha portato alla nascita dei cosiddetti villaggi del cancro vicino ai siti di lavorazione. Inoltre i complessi processi implicati dall’estrazione dei minerali usano altri materiali tossici, oltre a grandi quantità di acqua. “Quindi ci si ritrova con acqua tossica, inquinanti nell’aria e forse anche nel suolo. E con un problema di stoccaggio a lungo termine”. Oltre a costi di bonifica enormi. Ma di fronte al monopolio cinese, Trump e Albanese sembrano non vedere alternative e, stando al rapporto del think tank di Washington Center for Strategic and International Studies, nel 2024 la gran parte delle esplorazioni di terre rare al mondo era concentrata in Australia, che oggi ospita 89 progetti attivi di questo tipo.
Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.
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