Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prova a interferire con le raccolte dati ufficiali dal suo primo mandato. Basti ricordare che nel giorno del suo insediamento al governo, il 20 gennaio 2025, tra i primi provvedimenti della sua amministrazione c’era anche la chiusura temporanea di alcune pagine del sito federale che contiene tutti i dati pubblici e il blocco delle pagine di agenzie come i Cdc (Centers for disease control and prevention), la Noaa (National oceanic and atmospheric administration) e la Nasa.
Ora vuole cambiare il modo in cui si conta la popolazione che vive nel paese.
Il 2 novembre si chiude la consultazione pubblica attraverso cui i cittadini hanno potuto commentare la proposta governativa per cambiare la struttura del censimento. Le modifiche principali sono due: eliminare le domande sulla razza e sull’origine etnica, presenti in forme diverse fin dal primo censimento del 1790, ed escludere dal conteggio usato per distribuire i seggi alla camera dei rappresentanti le persone senza cittadinanza statunitense che non hanno la carta verde, cioè il permesso di soggiorno permanente. La proposta ha ricevuto più di 108mila commenti. Tra gli oltre 52mila già pubblicati eanalizzati da Axios, l’86 per cento è contrario ai cambiamenti.
Negli Stati Uniti il censimento si tiene ogni dieci anni, è universale, cioè è rivolto a tutta la popolazione, e il prossimo è previsto nel 2030.La proposta di revisione delle domande è arrivata dal dipartimento del commercio, da cui dipende il Census bureau, l’agenzia federale responsabile del censimento. Le domande sulla razza e sull’origine etnica scomparirebbero dal questionario universale e resterebbero solo nell’American community survey, un’indagine annuale condotta su un campione della popolazione. Non sarebbero più previste neanche le domande sull’orientamento sessuale. La proposta cambierebbe anche il modo in cui sono calcolati gli abitanti di ogni stato, da cui dipende il numero di seggi assegnati alla camera e il peso di ciascuno stato nelle elezioni presidenziali. Oggi vengono considerati tutti i residenti, anche quelli senza cittadinanza. Con le nuove regole, milioni di persone resterebbero escluse.
Internazionale logo 2 novembre 2026 Dati e grafici nelle notizie, a cura di Donata Columbro I dati e le persone che potrebbero sparire dal censimento degli Stati Uniti Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prova a interferire con le raccolte dati ufficiali dal suo primo mandato. Basti ricordare che nel giorno del suo insediamento al governo, il 20 gennaio 2025, tra i primi provvedimenti della sua amministrazione c’era anche la chiusura temporanea di alcune pagine del sito federale che contiene tutti i dati pubblici e il blocco delle pagine di agenzie come i Cdc (Centers for disease control and prevention), la Noaa (National oceanic and atmospheric administration) e la Nasa. Ora vuole cambiare il modo in cui si conta la popolazione che vive nel paese. Il 2 novembre si chiude la consultazione pubblica attraverso cui i cittadini hanno potuto commentare la proposta governativa per cambiare la struttura del censimento. Le modifiche principali sono due: eliminare le domande sulla razza e sull’origine etnica, presenti in forme diverse fin dal primo censimento del 1790, ed escludere dal conteggio usato per distribuire i seggi alla camera dei rappresentanti le persone senza cittadinanza statunitense che non hanno la carta verde, cioè il permesso di soggiorno permanente. La proposta ha ricevuto più di 108mila commenti. Tra gli oltre 52mila già pubblicati e analizzati da Axios, l’86 per cento è contrario ai cambiamenti. Negli Stati Uniti il censimento si tiene ogni dieci anni, è universale, cioè è rivolto a tutta la popolazione, e il prossimo è previsto nel 2030. La proposta di revisione delle domande è arrivata dal dipartimento del commercio, da cui dipende il Census bureau, l’agenzia federale responsabile del censimento. Le domande sulla razza e sull’origine etnica scomparirebbero dal questionario universale e resterebbero solo nell’American community survey, un’indagine annuale condotta su un campione della popolazione. Non sarebbero più previste neanche le domande sull’orientamento sessuale. La proposta cambierebbe anche il modo in cui sono calcolati gli abitanti di ogni stato, da cui dipende il numero di seggi assegnati alla camera e il peso di ciascuno stato nelle elezioni presidenziali. Oggi vengono considerati tutti i residenti, anche quelli senza cittadinanza. Con le nuove regole, milioni di persone resterebbero escluse. Più di 70 organizzazioni per i diritti civili hanno scritto al congresso per chiedere di bloccare la proposta: escludendo dal conteggio i residenti senza cittadinanza, la nuova indagine violerebbe infatti il quattordicesimo emendamento della costituzione, che prevede di distribuire i seggi in base al numero complessivo delle persone residenti in ciascuno stato, non soltanto dei cittadini. Secondo i calcoli di Justin Gest, professore di politiche pubbliche all’università George Mason, l’esclusione riguarderebbe circa 16,5 milioni di persone, tra cui studenti con visto, rifugiati e richiedenti asilo. Gest ha presentato questa stima in un articolo sul New York Times, usando i dati del Pew research center e del Migration policy institute. Non è la prima volta che Donald Trump cerca di modificare il censimento, racconta sempre Gest. Nel 2019 la corte suprema aveva bloccato il tentativo della sua prima amministrazione di introdurre una domanda sulla cittadinanza nel censimento del 2020. L’anno successivo Trump aveva firmato un memorandum presidenziale per escludere gli immigrati senza documenti dal conteggio usato per distribuire i seggi della camera tra gli stati. La corte suprema aveva evitato di pronunciarsi sulla legittimità del provvedimento, ritenendo che non ci fossero ancora le condizioni per esaminarlo nel merito e poi la direttiva non era mai entrata in vigore. E sempre nel primo mandato l’amministrazione repubblicana è stata accusata anche di aver diminuito i fondi destinati al censimento, aumentando il rischio di errori nel conteggio delle minoranze e delle persone più vulnerabili, come quelle senza dimora. Le conseguenze delle modifiche previste per il 2030 però potrebbero andare oltre l’esclusione di una parte della popolazione. L’introduzione di domande sulla cittadinanza e sullo status migratorio rischierebbe di scoraggiare la partecipazione, anche tra le persone che risiedono legalmente nel paese. Un rapporto del Census bureau del 2019 aveva dimostrato che una domanda sulla cittadinanza avrebbe ridotto il tasso di risposta nelle famiglie in cui potevano essere presenti persone straniere, oppure, per timore di possibili conseguenze, alcune persone potrebbero anche decidere di non dichiarare la presenza di tutti i componenti della famiglia. Secondo una bozza ottenuta da Talking points memo, scomparirebbero anche le casella che prevede di potersi identificare come American Indian or Alaska Native e il campo in cui indicare l’appartenenza a una tribù, senza essere sostituiti da altre domande. Il Native american rights fund, un’organizzazione che difende i diritti delle popolazioni native, ha sottolineato che questi dati sono usati anche per distribuire i finanziamenti federali, come quelli destinati all’edilizia abitativa delle comunità native. L’American community survey resterebbe l’unica fonte di queste informazioni, ma non fornisce stime annuali per le aree con meno di 65mila abitanti, una soglia che esclude gran parte dei villaggi nativi dell’Alaska. Il problema non riguarda soltanto la disponibilità dei dati, ma anche il modo in cui vengono raccolti. In una lezione sulla statistica per la serie Ted education, la giornalista e illustratrice Mona Chalabi racconta come le categorie usate per classificare la popolazione si siano evolute nel corso dei secoli, spesso con grande ritardo rispetto ai cambiamenti della società. La disegnatrice e giornalista Mona Chalabi esplora l’importanza del linguaggio nella raccolta dei dati e spiega perché considerare alcune categorie dentro il censimento della popolazione potrebbero includere o escludere alcune comunità
Più di 70 organizzazioni per i diritti civili hanno scritto al congresso per chiedere di bloccare la proposta: escludendo dal conteggio i residenti senza cittadinanza, la nuova indagine violerebbe infatti il quattordicesimo emendamento della costituzione, che prevede di distribuire i seggi in base al numero complessivo delle persone residenti in ciascuno stato, non soltanto dei cittadini.
Secondo i calcoli di Justin Gest, professore di politiche pubbliche all’università George Mason, l’esclusione riguarderebbe circa 16,5 milioni di persone, tra cui studenti con visto, rifugiati e richiedenti asilo. Gest ha presentato questa stima inun articolo sul New York Times, usando i dati del Pew research center e del Migration policy institute.
Non è la prima volta che Donald Trump cerca di modificare il censimento, racconta sempre Gest. Nel 2019 la corte suprema aveva bloccato il tentativo della sua prima amministrazione di introdurre una domanda sulla cittadinanza nel censimento del 2020. L’anno successivo Trump aveva firmato un memorandum presidenziale per escludere gli immigrati senza documenti dal conteggio usato per distribuire i seggi della camera tra gli stati. La corte suprema aveva evitato di pronunciarsi sulla legittimità del provvedimento, ritenendo che non ci fossero ancora le condizioni per esaminarlo nel merito e poi la direttiva non era mai entrata in vigore. Esempre nel primo mandato l’amministrazione repubblicana è stata accusata anche di aver diminuito i fondi destinati al censimento, aumentando il rischio di errori nel conteggio delle minoranze e delle persone più vulnerabili, come quelle senza dimora.
Conseguenze
Le conseguenze delle modifiche previste per il 2030 però potrebbero andare oltre l’esclusione di una parte della popolazione. L’introduzione di domande sulla cittadinanza e sullo status migratorio rischierebbe di scoraggiare la partecipazione, anche tra le persone che risiedono legalmente nel paese. Un rapporto del Census bureau del 2019 aveva dimostrato che una domanda sulla cittadinanza avrebbe ridotto il tasso di risposta nelle famiglie in cui potevano essere presenti persone straniere, oppure, per timore di possibili conseguenze, alcune persone potrebbero anche decidere di non dichiarare la presenza di tutti i componenti della famiglia.
Secondo una bozza ottenuta da Talking points memo, scomparirebbero anche le casella che prevede di potersi identificare come American Indian or Alaska Native e il campo in cui indicare l’appartenenza a una tribù, senza essere sostituiti da altre domande.
Il Native american rights fund, un’organizzazione che difende i diritti delle popolazioni native, ha sottolineato che questi dati sono usati anche per distribuire i finanziamenti federali, come quelli destinati all’edilizia abitativa delle comunità native. L’American community survey resterebbe l’unica fonte di queste informazioni, ma non fornisce stime annuali per le aree con meno di 65mila abitanti, una soglia che esclude gran parte dei villaggi nativi dell’Alaska.
Il problema non riguarda soltanto la disponibilità dei dati, ma anche il modo in cui vengono raccolti.
In una lezione sulla statistica per la serie Ted education, la giornalista e illustratrice Mona Chalabi racconta come le categorie usate per classificare la popolazione si siano evolute nel corso dei secoli, spesso con grande ritardo rispetto ai cambiamenti della società.
Nel primo censimento del 1790 la popolazione era divisa in poche categorie, che distinguevano soprattutto le persone libere da quelle ridotte in schiavitù. La possibilità di identificarsi con più di una razza, per esempio, è stata introdotta soltanto nel 2000.
Chalabi cita il caso delle persone originarie del Medio Oriente e del nord Africa, a lungo classificate come bianche nel censimento. In un test condotto nel 2015, quando ai partecipanti è stata offerta la possibilità di scegliere una categoria specifica per queste origini, la percentuale di persone del gruppo che si identificavano come bianche è passata dall’86 al 20 per cento.
Queste distinzioni hanno conseguenze concrete. I dati del censimento sono usati per distribuire fondi federali destinati a ospedali, strade, scuole e altri servizi pubblici, ma anche per individuare le disuguaglianze tra gruppi della popolazione. Se una comunità non compare nelle statistiche, diventa più difficile misurare le sue condizioni di vita e stabilire quali interventi siano necessari per risolvere le discriminazioni.
Il Census bureau dovrà comunicare al congresso l’elenco definitivo delle domande del censimento del 2030 entro il primo aprile 2027 e dopo quella data si avranno stime più accurate di quante persone scompariranno dalle statistiche ufficiali. E dalle politiche del governo.
Questo testo è tratto dalla newsletter Numeri.
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