Tra gli ospiti del festival di Internazionale a Ferrara quest’anno c’è stato anche Iosonouncane. Per l’incontro Approdi sonori il musicista ha preparato una playlist da ascoltare con il pubblico. “L’idea era quella di tracciare con alcune scelte musicali una sorta di mappa potenziale del mio rapporto con l’acqua, e più in generale con il mare, ora che sono un uomo di 43 anni che vive lontano da casa da 25. Sono cresciuto con il mare davanti, con un padre pescatore che passava sei giorni su sette al largo davanti alle coste libiche”, ha spiegato Iosonouncane, che è nato nel 1983 ed è cresciuto tra Buggerru e Iglesias, in Sardegna. “Mi è sembrato interessante creare una mappa sonora che, senza nessuna pretesa di essere esaustiva, provasse a tracciare i contorni della mia relazione con il mare, soprattutto ora che questo elemento non fa parte del mio quotidiano”.
Ecco i brani scelti da Iosonouncane.
The Caretaker, Von Restorff effect
“Questo pezzo fa parte di un disco del 2008 che s’intitola Persistent repetition of phrases, basato su una serie di studi sulle malattie che causano disturbi della memoria. Non credo di essere una persona legata all’idea di memoria come qualcosa di scontornabile, da preservare in una forma pura. Probabilmente credo poco alla memoria, ma paradossalmente proprio per questo ci credo tantissimo. Sono convinto che attraverso il lessico ogni essere umano sviluppi una geografia del proprio inconscio che continua a riverberare in qualsiasi età della sua vita, perché fa parte del linguaggio. Che ruolo ha la memoria in questa playlist? Non lo so. Che ruolo ha per me la memoria? Nemmeno. Credo che sarò capace di rispondere dopo l’ultimo brano in scaletta”.
Pink Floyd, Cirrus minor
“Ho scelto questo pezzo per due motivi, uno biografico e uno artistico. Parto da quello artistico. Quando ero adolescente amavo i Pink Floyd, da The dark side of the moon in poi. Negli anni universitari ho scoperto le origini del gruppo, quando c’era ancora Syd Barrett. E invece negli ultimi dieci anni ho finito per amare principalmente i Pink Floyd tra queste due fasi, quindi quelli di tutta la transizione che va dalla colonna sonora di More, album di cui fa parte Cirrus minor, a Obscured by clouds. Quel periodo è stato costellato da una serie di tentativi artistici caratterizzati da strutture incompiute. Anche Cirrus minor ha una struttura particolare: ci sono i suoni ambientali, la chitarra, Waters canta in modo spettrale, la sua voce si allontana nel riverbero e poi sale un organo liturgico. I Pink Floyd esordirono nel 1967, trovarono la loro forma più nota a metà degli anni settanta, ma di fatto operavano nel decennio in cui tutti i gruppi erano composti da musicisti molto tecnici, virtuosi. Mentre loro, al di là forse di David Gilmour, erano modesti da un punto di vista tecnico. Tuttavia, fecero di questo limite la loro più grande virtù, modellando un’idea di suono e un’attitudine allo strumento, alla ripetizione, al disfacimento della forma e all’immersione, che dal mio punto di vista preannunciava tutto quello che poi il rock avrebbe raggiunto vent’anni dopo. Dentro Cirrus minor ci sono i Mogwai, i Sigur Rós, i Radiohead e cose estremamente contemporanee, come il modo in cui certi pezzi pop usano i campionamenti acustici. Il dato biografico è questo: mio padre è morto giovane, a 44 anni, e ha vissuto trent’anni di questi 44 in mare aperto perché aveva cominciato a lavorare a 14 anni. Salpava su dei grandi pescherecci che partivano la domenica notte e tornavano in porto il sabato successivo, quindi ha passato gran parte della sua vita in mare. E quando rientrava a casa arrivava con due grandi borse. In una c’era la sua parte di pesce, nell’altra i vestiti della settimana. I suoi abiti avevano un odore fortissimo di pesce, di sudore e del gasolio dei motori dei pescherecci. E la cosa che faceva era che si spogliava, metteva i Pink Floyd e si faceva la doccia. Quindi il mio primo ricordo musicale, che ho sviluppato intorno ai due o tre anni, è legato proprio ai Pink Floyd”.
The Bathers, Garlands
“Ho scoperto questa band scozzese leggendo sul sito di OndaRock una recensione di Sirenesque, il disco del 2023 in cui è contenuto questo brano. L’articolo mi aveva incuriosito molto perché parlava di pop. Io adoro il pop, probabilmente è il genere che amo di più. Ovviamente intendo il pop come luogo di ricerca, quindi non di accondiscendenza. La recensione parlava di Sirenesque in modo molto interessante, toccando delle corde che in me risuonano facilmente, come l’atmosfera plumbea e invernale. Tutto l’album è meraviglioso e ha proprio una dimensione portuale. Rievoca certe sensazioni, che dimorano nei miei ricordi, legate ai lunghi inverni passati negli anni ottanta a Buggerru di fronte alle mareggiate infinite. L’inverno piovoso davanti al mare è la mia condizione esistenziale preferita, e quindi non potevo non mettere Garlands. Il brano dei Bathers mi fa sempre venire il sospetto di aver vissuto qualcosa che non sto ricordando, di aver vissuto in un tempo che non sto ricordando”.
Fabrizio De André, Da a me riva
“Questa è una canzone molto piccola, fatta di pochissime cose, uno dei rari casi in cui De André scrive un testo che è quasi unicamente descrittivo, lontano dalla tentazione dell’aforisma. La cosa meravigliosa è che racconta qualcosa d’inevitabilmente drammatico con profonda serenità. Ho sempre visto quella serenità nelle persone con cui sono cresciuto, costrette a campare in mare aperto oppure nella profondità delle miniere, che un tempo costituivano il settore principale della zona della Sardegna da cui provengo. Entrambi i lavori, quello del pescatore e quello del minatore, logorano il corpo delle persone. I pescatori che hanno fatto quel mestiere per tanti anni hanno proprio l’aspetto di una scogliera: sono completamente scavati, stanno lì, immobili, ma hanno continuamente a che fare con la risacca che li devasta e a trent’anni sembrano già vecchissimi. I minatori vivono nel buio, nel silenzio della pietra che nessuno ha mai visto prima di loro, che se ci pensi è una cosa terribile. Eppure parlando con loro sentivo un grandissimo amore per una cosa profondamente dolorosa. Da a me riva restituisce pienamente questa accettazione rassegnata e serena, che vista dall’esterno risulta quasi incomprensibile. È come amare il proprio aguzzino. E l’unica cosa che salva il pescatore descritto nel brano è la foto di lei, che gli serve per poter almeno, idealmente, continuare a baciare Genova dalla distanza che il mare genera”.
Robert Wyatt, Sea song
“Questa è la canzone di apertura dell’album del 1974 Rock bottom. Se dici che Rock bottom è il più grande disco di sempre forse non hai ragione, ma sicuramente non hai torto. È un album con una storia incredibile. Wyatt l’anno prima di pubblicarlo si trovava a Venezia con la compagna, che faceva l’assistente alla regia e stava girando un film lì. Era rimasto colpito da Venezia, dalla presenza di quest’acqua magmatica, melmosa, che era ovunque. Comprò un organo da un rigattiere e cominciò a scrivere queste canzoni. Tornarono a Londra, andarono a una festa e Wyatt, ubriaco, precipitò dalla finestra del quarto piano. Fu ricoverato per tanto tempo. In ospedale c’era un pianoforte, con cui Wyatt terminò la scrittura dei brani. Registrò il disco con la produzione artistica di Nick Mason, il batterista dei Pink Floyd. Rock bottom è l’album di un batterista (Wyatt era l’ex batterista dei Soft Machine) che però non suona il suo strumento in modo canonico, infatti non compare mai la grancassa, ci sono solo il rullante e i piatti. E poi la vocalità di Wyatt è incredibile. Ha un approccio dadaista, ha sempre dichiarato di non aver mai avuto dei cantanti di riferimento, ma trombettisti di riferimento. Rock bottom è a metà strada tra l’avanguardia, il pop, il jazz e le prime sperimentazioni ambient di Brian Eno e Robert Fripp. Nel disco il mare è ovunque, ma è un mare senza vita, statico, in cui ci sono delle presenze senza alcun senso di vitalità. Eppure Wyatt continua a librarsi in alto su questa grande distesa di mare fangoso, pieno di alghe morenti. E questa cosa somiglia molto al mio modo di sognare Buggerru. Il fatto che lui abbia cominciato a scrivere l’album a Venezia mi lega ulteriormente a questo lavoro, proprio perché Venezia è uno dei pochi posti al mondo in cui io mi sento esattamente nel luogo in cui sono e in cui mi piacerebbe passare tutto il tempo possibile della mia vita”.
The Beach Boys, Surf’s up
“Ho scelto Surf’s up perché per me è la più grande canzone che sia mai stata scritta. All’interno della cornice di quello che siamo abituati a chiamare canzone pop è il brano che si è spinto più al largo, fino ai margini della dissoluzione. Nel pezzo accade di tutto, c’è una vitalità incredibile. Allo stesso tempo, ed è questo forse il motivo per cui l’ho scelto, anche Surf’s up somiglia al modo in cui sogno Buggerru. Il paese è in una gola molto stretta sul mare. Tra le case ci sono quelli che furono gli ingressi delle miniere. Negli anni ottanta siamo cresciuti nei resti dell’attività estrattiva, quindi è un posto che è nato morente, in qualche modo. Buggerru è sulla costa occidentale, battuto dal maestrale, quindi quando ero piccolo gli inverni erano veramente rigidi e la natura era ostile. D’estate, invece, diventava il paradiso terrestre, con una luce incredibile e cieli stellati. Quando sogno Buggerru lo faccio sempre dalla stessa prospettiva: dal mare guardo verso le montagne, il cielo è grigio, in quel tempo sospeso che c’è prima di un temporale, in cui nulla accade. Molto spesso nel sogno appaiono persone che frequento a Bologna o altre conosciute nell’infanzia. Non si capisce quali siano la stagione e il momento della giornata. Quando mi sveglio, mi resta la sensazione di aver sognato un tempo assoluto, in cui tutte le vite passate da Buggerru convivono nello stesso istante in un luogo sovrappopolato di assenze. Questa canzone di Brian Wilson nasconde la stessa sospensione del tempo nella sua concezione orizzontale e progressiva, e spalanca un buio spaventoso, ma in qualche modo illuminatissimo. Se Da a me riva di De André è la vita del mare nel suo esprimersi esteriore, Surf’s up è la mia vita del mare nel rimestarsi e brulicare in una dimensione interiore e sotterranea. E poi è la più grande canzone che sia mai stata scritta. Punto”.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it