L’8 agosto al festival Outsider Lands di San Francisco gli Strokes hanno ospitato sul palco la popstar britannica Charli XCX. Quando il cantante della band Julian Casablancas l’ha chiamata sul palco per suonare con lei Take it or leave it, ha definito Charli “una superstar” e ha aggiunto “sei la regina delle vendite”. Si riferiva al fatto che la cantante aveva appena superato gli Strokes nelle classifica degli album più venduti negli Stati Uniti. Ma il fatto che quella sera si siano esibiti insieme (e che abbiano collaborato in un brano del 2025) non è per niente un caso. Gli ultimi dischi della band statunitense e della cantante britannica– rispettivamente Reality awaits e Music, fashion, film, entrambi pubblicati il 24 luglio – hanno molte cose in comune.

In Reality awaits gli Strokes, a venticinque anni dall’uscita del loro esordio Is this it, sembrano fare i conti con i fantasmi del loro successo del 2001, tanto fulminante quanto difficile da ripetere. Da un mese all’altro si erano trovati ai vertici del rock mondiale, ma negli anni successivi non sono mai riusciti a bissare quel disco, anche a causa di forti dissidi interni che hanno messo a dura prova la tenuta del gruppo. Oggi gli Strokes, dopo essersi lasciati alle spalle le faide interne, sono dei reduci, e sono abbastanza disillusi rispetto alla società e all’industria musicale per non prendersi troppo sul serio. Anzi, sembra che vogliano decostruire il loro mito.

Per questo Reality awaits suona molto poco rock in senso tradizionale, e in brani come l’iniziale Psycho shit e Falling out of love la voce di Casablancas a tratti sembra andare per i fatti suoi, così satura di autotune e altri effetti (è sempre successo, ma stavolta sembra di essere dalle parti dei Voidz, il progetto parallelo del cantante) da risultare quasi inintelligibile. Se in passato gli Strokes inseguivano la canzone perfetta sulle orme del profeta Lou Reed e scrivevano fuori inni come The modern age e Reptilia, oggi si limitano a surfare con leggerezza su melodie oblique con il sorriso amaro di chi ne ha viste troppe per credere in una rinascita artistica.

A volte le cose funzionano molto bene, come nel caso dell’ottima Going to babble on e del singolo Going shopping, altre volte il gruppo scivola nella ricerca ostentata della stranezza, come in Dine n’dash e The fruits of conquest. A tratti, come nel brano finale Tyrants of the mellow moon, gli Strokes diventano esplicitamente politici, appoggiandosi su un arpeggio di chitarra che echeggia A wolf at the door dei Radiohead. A conti fatti, Reality awaits è un disco interlocutorio, sicuramente affascinante per il modo in cui suona (Nick Valensi e Albert Hammond Jr. hanno fatto un ottimo lavoro con le chitarre, sotto lo sguardo del produttore Rick Rubin) ma non abbastanza radicale nelle sue innovazioni da risultare davvero spiazzante e innovativo. Non basta usare vocoder e autotune (strumenti contro i quali non ho assolutamente nulla, anzi) per ribaltare il tavolo. A questo lavoro, personalmente, preferisco il precedente The new abnormal, i cui pezzi trasudavano più urgenza espressiva.

Alla base di Music, fashion, film di Charli XCX c’è un simile intento decostruttivo. Il nuovo disco della popstar britannica è il successore del brillante brat, uno degli album pop più innovativi degli ultimi anni. Non era facile dargli un seguito ma Charli XCX, a differenza degli Strokes, ha deciso veramente di ribaltare il tavolo.

Dopo aver rivitalizzato la dance nel 2024 e averla portata su palcoscenici enormi, nel primo brano del nuovo disco – sulla cui copertina ci sono nientemeno che Martin Scorsese, John Cale e Marc Jacobs – ci dice senza mezzi termini che la pista ballo è morta. “Per questo facciamo musica rock”, canta sardonicamente in Rock music, uno spassoso anti-manifesto saturo di effetti vocali. Quello che segue è un pezzo di pop alternativo da manuale, SS26, con un’ottima melodia e un testo brillante. La cantante sembra mettersi in piedi sulle macerie della nostra società mentre sentenzia: “Primavera estate ’26 / Quando il mondo sta per finire, non c’è speranza per niente / Stiamo camminando su una passerella che porta dritta all’inferno / Niente ci salverà, né la musica, né la moda, né il cinema”, sentenzia citando il titolo del disco. Del resto il cinismo è da sempre uno dei codici espressivi di Charli XCX.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Le buone intuizioni sonore sono disseminate in tutto il lavoro, e raggiungono l’apice nella canzone finale No one lasts forever, chiusa da uno spoken word del regista David Cronenberg, una riflessione sul rapporto tra arte ed eternità che si conclude con la frase “oblivion is freedom”, l’oblio è libertà. Come se il vero intento della popstar britannica fosse quello di scrollarsi di dosso brat, conscia di non poterlo superare e vogliosa di disfarsi dell’etichetta di salvatrice della dance. Come se volesse deludere il pubblico, invece che compiacerlo. E questo la rende un’artista vera. Anche stavolta Charli XCX merita un applauso per il coraggio e la coerenza.

Al di là del largo ricorso all’autotune, il vero tratto comune di Reality awaits e Music, fashion, film è proprio questo: sono due dischi pop, ma cercano di arrivare al risultato senza scorciatoie, anzi seguendo la strada più tortuosa. E sono perfettamente immersi nei tempi incerti e poco lineari che stiamo vivendo. Restano sotto i riflettori, ma cantano l’oblio.

Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it