Damon Albarn ricorda che quando era bambino a Leytonstone, nell’est di Londra, suo padre Keith, appassionato di arte indiana, gli faceva ascoltare spesso il suonatore di sitar Ravi Shankar. Ed è per questo forse che, dopo che il padre è morto nel 2024, Albarn è andato a spargere le sue ceneri a Varanasi. Ed è probabilmente da questo lutto che arriva la principale fonte d’ispirazione per The mountain, il nono disco dei Gorillaz, la band virtuale creata nel 1998 insieme al fumettista Jamie Hewlett. Un album registrato tra Londra, l’India e il Medio Oriente e cantato in cinque lingue (inglese, hindi, arabo, spagnolo e yoruba).
The mountain, in uscita il 27 febbraio, è un disco ricco di spunti e suoni globali, nonostante la materia di partenza sia la solita del mondo Gorillaz: il pop elettronico. Ci sono due temi onnipresenti nei testi delle sue 15 canzoni: il lutto e la spiritualità. “La cosa più difficile è dire addio a qualcuno che ami”, canta Albarn in Orange county. Alcune collaborazioni presenti nell’album, inoltre, sono postume: da quella con Dennis Hopper, voce narrante nel brano strumentale di apertura, a quella con il batterista Tony Allen (collaboratore e amico del cantante, scomparso nel 2020), che recita in yoruba in The hardest part.
Lo stesso discorso vale per Mark E. Smith dei Fall, che regala uno spoken word ferale in Delirium, e per il rapper Proof, al quale è affidata la seconda parte del cumbia-rap The manifesto, uno dei pezzi migliori, dov’è presente anche il giovane argentino Trueno. E come dimenticare il monumento del soul Bobby Womack, morto nel 2014, che arricchisce con la sua voce The Moon cave?
Nella cultura induista, del resto, la morte non è considerata la fine di tutto, ma un passaggio naturale del ciclo di rinascita. E quindi ecco che Albarn, usando la voce di artisti non più in vita, piange la loro morte, ma al tempo stesso li rende eterni, mentre sale verso la vetta (la montagna a cui si riferisce è l’Himalaya? Probabile) dove “tutte le anime buone vengono a riposarsi”, come recita il primo pezzo.
L’ambizione di usare il pop come fonte di trascendenza si riflette sul suono del disco, più spirituale del solito, anche se il clima da festa mobile tipico dei dischi dei Gorillaz è ben presente. Stavolta, però, la tradizione melodica britannica, che emerge soprattutto nei ritornelli, abbraccia più del solito i suoni del mondo, dalla musica indiana a quella latina, dal rap al dub. E nella maggioranza dei brani al sitar c’è proprio Anousha Shankar, la figlia di Ravi, che aggiunge ulteriore fascino all’atmosfera generale. Ah, e poi ci sarebbero anche un certo Johnny Marr e un certo Paul Simonon, ma in questa baraonda quasi te li dimentichi. Chissà quali di questi ospiti seguiranno la band nel tour dei prossimi mesi, che toccherà anche l’Italia per due date: il 27 giugno al festival La prima estate e il 25 luglio a Trieste.
Come tutti i dischi dei Gorillaz, anche The mountain gioca sull’ambiguità tra virtuale e reale. La voce di Albarn è quasi sempre sommersa dal vocoder e da altri effetti, e in The plastic guru duetta con l’intelligenza artificiale. Come sempre, però, la tecnologia è al servizio della creatività e non viceversa, e Albarn si diverte a decostruirla, a farsene quasi beffe. Del resto la sua musica nasce anzitutto dall’incontro tra le persone e dai viaggi fisici in giro per il mondo.
The mountain non è solo un ottimo lavoro, ma è l’ennesima tappa della carriera invidiabile di Albarn. Da queste parti il concetto è stato espresso a più riprese, ma riesce difficile non ribadirlo in ogni occasione: non ci sono artisti come lui in circolazione. Da quando ha fondato i Blur negli anni novanta, il musicista di Londra ha attraversato i generi senza sosta, ha studiato e ha esplorato il mondo con la curiosità di un antropologo. A chi altro della sua generazione verrebbe in mente di reclutare un giovane rapper come Trueno, che in Argentina è una star ma che dalle nostre parti pochi conoscono? O di far duettare Yasiin Bey (meglio noto come Mos Def) con Omar Souleyman in Damascus, un irresistibile brano di dance orientaleggiante? E di far cantare nel pezzo successivo Asha Bhosle, star novantunenne del cinema e della musica indiana?
Per questo motivo i Gorillaz, come di recente abbiamo raccontato io e Daniele Cassandro nel podcast Il Mondo Cultura, restano una creatura aliena del pop internazionale, una splendida falla nel sistema del pop prefabbricato. Non somigliano a nient’altro. Sanno guardarsi indietro – come succede molto, e spesso con toni malinconici, in questo album – ma soprattutto sanno guardare avanti, sempre alla ricerca di nuovi posti da esplorare, di nuovi ospiti da coinvolgere nella loro festa mobile.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale
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