A Providence, la capitale del Rhode Island, le sere d’inverno possono essere gelide. Il 7 gennaio 2025 c’erano otto gradi sotto zero. Il sindaco Brett Smiley aveva rifiutato di aprire un ricovero d’emergenza per le persone senza casa, così due consiglieri comunali trasformarono l’aula del consiglio in un dormitorio. Arrivarono coperte e pasti caldi e una trentina di persone passarono la notte sulle panche della sala. Con loro rimase David Morales, un giovane deputato del parlamento statale. Quella notte, avrebbe raccontato in seguito, capì che Providence aveva bisogno di un altro sindaco.

Il 9 settembre 2026 Morales, socialista democratico di 27 anni, ha sconfitto Smiley alle primarie del Partito democratico. Il sindaco uscente aveva speso più di 1,7 milioni di dollari in campagna elettorale, contro i circa 500mila raccolti dallo sfidante. Morales poteva però contare su migliaia di volontari, che avevano bussato a decine di migliaia di porte; parlavano di scuole, trasporti e immigrazione, ma soprattutto di case.

Tra il 2020 e il 2024 gli affitti mediani a Providence sono aumentati di più del 40 per cento. Morales conosceva il problema anche per esperienza personale: cresciuto in California con la madre, aveva trascorso alcuni periodi ospite di amici e parenti, prima che, quando lui aveva dodici anni, la famiglia ottenesse una casa popolare. Ma la sua vittoria, ha raccontato Nina Sparling sulla New York Review of Books, è stata soprattutto il risultato di anni di organizzazione politica.

Una costante

Reclaim Rhode Island, un gruppo nato dopo la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2020, aveva cominciato a contattare gli inquilini della città per aiutarli a organizzarsi e trattare con i proprietari. Le prime vertenze non avevano avuto successo, anche per le ritorsioni dei proprietari e la paura degli inquilini. Reclaim ha però continuato a lavorare, portando gli abitanti alle audizioni parlamentari e sostenendo nuovi candidati. Durante uno di questi incontri, una donna ha mostrato ai legislatori un sacchetto pieno di scaglie di vernice contenente piombo, che si erano staccate dalle pareti di casa. Poco dopo sono state approvate nuove misure per proteggere gli inquilini.

Anche Smiley riconosceva la gravità della crisi, ma puntava soprattutto sulla costruzione di nuove abitazioni, semplificando le procedure per ottenere i permessi e offrendo incentivi ai costruttori. Morales chiedeva invece anche interventi immediati per chi faticava a pagare l’affitto. Lo scontro si è acceso nell’aprile 2026, quando il consiglio comunale ha approvato un provvedimento che limitava al 4 per cento gli aumenti annui degli affitti per molti appartamenti. Smiley ha posto il veto, sostenendo che la misura avrebbe scoraggiato gli investimenti edilizi. Su quel veto Morales ha costruito buona parte della sua campagna. Alle primarie di settembre hanno vinto anche otto candidati di sinistra al consiglio comunale.

Le difficoltà degli inquilini sono una costante negli Stati Uniti di oggi. Secondo l’università di Harvard, nel 2024 quasi la metà delle famiglie statunitensi in affitto, 22,7 milioni, spendeva più del 30 per cento del reddito per casa e utenze. Per 12,1 milioni la quota superava la metà. Eppure gli inquilini votano molto meno dei proprietari: secondo il Census Bureau, alle elezioni di metà mandato del 2022 ha partecipato il 58,1 per cento dei cittadini proprietari di casa, contro il 36,5 per cento di chi viveva in affitto.

Redditi mediamente più bassi e traslochi più frequenti contribuiscono a spiegare il divario. Ma può pesare anche la scarsa attenzione della politica ai problemi degli inquilini. Uno studio della Cornell university sulle elezioni nello stato di New York nel 2022 ha rilevato che, nei collegi con candidati favorevoli a maggiori protezioni contro gli sfratti, il divario era più contenuto. Qualcosa però sta cambiando, almeno nelle candidature.

Come ha raccontato a maggio Claire Wang sul Guardian, sempre più persone che vivono in affitto cercano di entrare in politica, facendo della casa uno dei punti centrali dei loro programmi. Run for something, un’organizzazione che sostiene nuovi candidati, ha dichiarato che più di un terzo dei 275 candidati appoggiati nel 2026 viveva in affitto. Tra gli eletti statunitensi, secondo le sue stime, la percentuale sarebbe tra il 2 e il 7 per cento. A Washington Aparna Raj, inquilina e attivista per il diritto alla casa, si candida il 3 novembre al consiglio cittadino in un collegio dove circa due residenti su tre vivono in affitto.

A New York questo lavoro dal basso ha contribuito alla vittoria più importante dei sindacati degli inquilini. Fin dall’inizio della campagna elettorale, gli attivisti per il diritto alla casa hanno sostenuto Zohran Mamdani, che aveva promesso di congelare gli affitti se fosse diventato sindaco. Dopo la sua vittoria, hanno continuato a mobilitarsi perché la promessa fosse rispettata. Il 25 giugno la commissione comunale che regola gli affitti ha deciso di congelare gli aumenti per circa un milione di appartamenti soggetti a un sistema di controllo dei canoni. La misura riguarda i contratti annuali o biennali che cominciano tra l’ottobre 2026 e il settembre 2027. È il risultato anche di un lavoro di organizzazione cominciato decenni fa. I proprietari contestano il provvedimento, sostenendo che non tiene conto dell’aumento dei costi di gestione e manutenzione degli immobili.

Il costo della casa sta spingendo molti statunitensi a cercare un posto dove vivere lontano dal proprio stato. Il Massachusetts, per esempio, tra il luglio 2024 e quello del 2025 ha perso più di 33mila residenti nel saldo tra chi si è trasferito in altri stati e chi è arrivato dal resto del paese (la popolazione complessiva è comunque aumentata, grazie soprattutto all’immigrazione dall’estero). I prezzi delle abitazioni sono tra le ragioni che spingono le persone a partire e la questione è entrata anche nella campagna elettorale.

Il 3 novembre gli elettori del Massachusetts decideranno se rendere più facile la costruzione di case unifamiliari, permettendo di realizzarle su terreni più piccoli anche dove le norme urbanistiche comunali oggi lo impediscono. I sostenitori ritengono che la misura favorirebbe la costruzione di abitazioni meno costose. Gli oppositori temono invece che riduca eccessivamente il controllo dei comuni sullo sviluppo edilizio, senza garantire un calo dei prezzi.

Gli spostamenti da uno stato all’altro possono avere conseguenze anche sulla politica nazionale. Il numero di seggi assegnati a ciascuno stato alla camera dei rappresentanti dipende infatti dalla popolazione. Dopo il censimento del 2030, la distribuzione sarà aggiornata sulla base dei nuovi dati demografici. Cambierà di conseguenza anche il numero di grandi elettori attribuiti ai singoli stati nelle elezioni presidenziali.

In altri stati gli elettori saranno chiamati a decidere se destinare più soldi pubblici all’edilizia abitativa. In California si voterà su un piano che autorizzerebbe lo stato a indebitarsi per 11,25 miliardi di dollari. Di questi, 7,2 miliardi servirebbero soprattutto a costruire, acquistare o ristrutturare appartamenti da affittare a prezzi accessibili, contribuendo a finanziare fino a 40mila abitazioni. Una parte dei fondi sarebbe invece destinata ad aiutare le famiglie a comprare casa. In Rhode Island si voterà su un finanziamento da 120 milioni di dollari per l’edilizia abitativa, mentre a Providence gli elettori decideranno se autorizzare un prestito comunale da 25 milioni di dollari per costruire nuove abitazioni a prezzi accessibili.

A Providence Morales ha promesso che, se diventerà sindaco, ripresenterà entro i primi cento giorni il provvedimento sugli affitti che Smiley aveva bloccato con il veto.

Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.

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