Nel 2019 il Green new deal era la grande promessa della sinistra statunitense. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez e il senatore Ed Markey proponevano un piano di investimenti pubblici per affrontare la crisi climatica, trasformare il sistema energetico e creare posti di lavoro. Sette anni dopo, alla vigilia delle elezioni di metà mandato, molti democratici evitano perfino di parlare di crisi climatica.
Oliver Milman ha analizzato per il Guardian i siti dei candidati al senato in otto stati che potrebbero decidere l’esito del voto. Solo due menzionano il clima: Abdul El-Sayed, candidato al senato in Michigan, che ha preso le distanze dal Green new deal, pur continuando a sostenere le rinnovabili; e James Talarico in Texas, che un tempo paragonava petrolio e gas alle videocassette destinate a scomparire, e oggi difende l’industria petrolifera, sostenendo che contribuisce a finanziare le scuole. Tutti gli altri parlano prevalentemente di inflazione, sanità e guerra contro l’Iran.
Il paradosso è che, proprio mentre i politici parlano meno di clima perché sono convinti che non convenga, le energie rinnovabili continuano a guadagnare terreno. Il solare sta conquistando sostenitori perfino nel mondo di Donald Trump. A convincerli sono soprattutto il prezzo dell’elettricità e la necessità di produrne molta di più, anche per alimentare l’intelligenza artificiale.
Nel 2025 solare ed eolico hanno fornito il 17 per cento dell’elettricità prodotta dai grandi impianti statunitensi, secondo l’Energy information administration. Vent’anni fa erano sotto l’1 per cento. Questa crescita deve molto alle politiche di Joe Biden. Il Green new deal non fu approvato, ma alcune sue proposte entrarono nelle leggi del 2021 e del 2022, soprattutto nell’Inflation reduction act, che finanziò le tecnologie pulite con incentivi fiscali e aiuti all’industria. Molti impianti inaugurati oggi nascono da investimenti avviati allora.
Più solare ed eolico, però, non significano automaticamente meno petrolio, gas e carbone. La crescita delle rinnovabili non ha impedito alle emissioni statunitensi di tornare ad aumentare. Nel 2025 quelle di anidride carbonica legate all’energia sono salite del 2 per cento, secondo l’Energy information administration. L’aumento maggiore è arrivato proprio dal settore elettrico, dove la domanda è cresciuta e si è fatto più ricorso al carbone. A livello mondiale le emissioni prodotte dai combustibili fossili hanno raggiunto un nuovo record, mentre la temperatura media del pianeta è stata di circa 1,43 gradi superiore ai livelli preindustriali.
Negli Stati Uniti, la costruzione di nuovi impianti continua a scontrarsi con le politiche di Trump, che ha tagliato gli incentivi, ostacolato alcuni progetti e favorito petrolio, gas e carbone. Ma anche se l’amministrazione può rallentare la diffusione delle nuove tecnologie, non può cancellarne i progressi. Un editoriale del Financial Times spiega perché: in molte zone solare ed eolico sono tra le fonti meno costose per produrre nuova elettricità. Un impianto può essere costruito in meno di due anni, mentre una centrale a gas richiede spesso almeno tre anni. Alcune agevolazioni sono sopravvissute ai tagli e le aziende cercano di sfruttarle prima che scadano.
Due delle principali scelte di Trump hanno inoltre rafforzato, indirettamente, la convenienza delle rinnovabili. La guerra contro l’Iran ha fatto aumentare il prezzo della benzina, spingendo più famiglie a interessarsi all’installazione di pannelli solari e a considerare l’acquisto di un’auto elettrica per ridurre la spesa per i carburanti. E la corsa all’intelligenza artificiale, promossa e incentivata dalla Casa Bianca, sta facendo crescere rapidamente la domanda di elettricità. I centri dati hanno bisogno di enormi quantità di energia e di nuovi impianti che possano essere costruiti in tempi brevi, come quelli solari. Ma questa domanda potrebbe favorire anche il gas: alcune aziende valutano di costruire centrali dedicate ai propri centri dati, con il rischio di far aumentare le emissioni.
Amici Maga
Con un occhio alla preoccupazione delle famiglie per l’aumento costante del prezzo delle bollette, l’industria solare sta cercando di conquistare nuovi alleati tra i repubblicani. I produttori sostengono che i pannelli possano contribuire ad aumentare rapidamente l’offerta di elettricità, contenendo i prezzi. A questo argomento economico ne aggiungono uno legato alla sicurezza nazionale: gli Stati Uniti devono sviluppare una propria industria solare per ridurre la dipendenza dalla Cina. In questo messaggio la lotta al cambiamento climatico quasi non compare più.
Noah Shachtman racconta su Wired che T1 Energy, un’azienda statunitense che produce componenti solari, ha assunto lobbisti vicini a Trump, tra cui un vecchio compagno di caccia di Donald Trump Jr. L’azienda chiede alla Casa Bianca di proteggere i produttori americani di pannelli. Katie Miller, ex portavoce del Doge e moglie del consigliere presidenziale Stephen Miller, promuove il solare sui social come una questione di sicurezza nazionale.
Qualche segnale in questa direzione arriva perfino dall’amministrazione Trump. Evan Halper ha raccontato sul Washington Post che a gennaio il presidente ha condiviso su Truth social un video che propone di installare pannelli e batterie sui tetti di milioni di abitazioni, liberando elettricità per fabbriche e centri dati. A febbraio il segretario all’energia Chris Wright, che aveva definito il solare un parassita della rete elettrica, ha ammesso invece che può fornire energia conveniente e affidabile. Alcuni progetti bloccati hanno inoltre potuto riprendere le procedure per ottenere i permessi, anche se la Casa Bianca continua a ostacolarne molti altri.
Un’organizzazione favorevole al solare ha commissionato un sondaggio alla società di Kellyanne Conway, ex consigliera di Trump. Il 75 per cento degli elettori trumpiani intervistati in cinque stati si è detto favorevole ad aggiungere energia solare alla rete. L’indagine è stata pagata da chi promuove questa tecnologia e va considerata con cautela, ma indica comunque che i pannelli possono piacere anche a chi rifiuta le politiche climatiche dei democratici.
Non tutti gli imprenditori del settore cercano il dialogo con i repubblicani. Chris Larsen, miliardario delle criptovalute, finanzia un comitato che ha previsto di spendere circa venti milioni di dollari contro i candidati ostili alle rinnovabili. Alcuni spot, però, non parlano affatto di energia: anziché contestare le posizioni politiche dei candidati, li attaccano su episodi imbarazzanti della loro vita. Uno prende di mira Lauren Boebert, deputata del Colorado vicina a Trump, riproponendo le immagini del 2023 in cui fu allontanata da un teatro di Denver durante uno spettacolo. Russell Gold, dirigente di T1 Energy, teme che questi attacchi allontanino proprio i repubblicani che le aziende solari stanno cercando di convincere.
Il sostegno di una parte della destra ha un limite. Accettare nuovi pannelli non significa voler ridurre il consumo di petrolio e gas. Secondo un rapporto di Atlas public policy, stanno aumentando i progetti per nuove centrali alimentate da combustibili fossili. Se tutti quelli annunciati fossero realizzati, nel 2030 rappresenterebbero circa il 70 per cento della nuova capacità elettrica installata quell’anno. Anche il sondaggio sugli elettori trumpiani citato prima mostra una contraddizione: il 74 per cento degli intervistati è favorevole all’eliminazione degli incentivi pubblici alle rinnovabili. Il solare insomma piace, purché Washington non lo finanzi, e purché non si parli troppo di crisi climatica.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Americana.
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