Nell’ottobre 2025 sono bastati 25 minuti, il tempo necessario per arrivare in auto all’aeroporto di Adelaide, perché Rocco Longo, un imprenditore vinicolo di 41 anni, vedesse svanire sotto i suoi occhi gran parte dei risparmi che aveva investito per assicurarsi la pensione. Come racconta Bloomberg, i suoi soldi sono stati bruciati dal crollo di Kaspa, una criptovaluta poco conosciuta. Era l’unico investimento del suo portafoglio pensionistico: quel giorno il valore di Kaspa era in caduta libera e in poco meno di mezz’ora i risparmi di Longo sono passati da quarantamila dollari australiani (circa 25mila euro) a seimila dollari. L’imprenditore, però, ai giornalisti di Bloomberg ha detto di non avere rimpianti: “Dopo tutto si tratta del mio futuro. Perché dovrei affidare i miei soldi a qualcun altro perché prenda decisioni al posto mio?”.

Longo è uno degli 1,2 milioni di australiani che in tutto hanno messo da parte 1.200 miliardi di dollari australiani e se li gestiscono da soli per avere la pensione. Hanno scelto il Self-managed superannuation fund (Smsf), che permette ai risparmiatori di investire liberamente su qualunque titolo e bene, dalle azioni alle proprietà immobiliari fino alle criptovalute, con guadagni tassati solo il 15 per cento all’anno (di solito l’aliquota si azzera quando si va in pensione).

Mentre la maggioranza sceglie ancora fondi professionali regolati severamente, il numero di lavoratori che aderisce allo schema Smsf è cresciuto del 40 per cento negli ultimi cinque anni. Sono tutte persone insoddisfatte dei rendimenti garantiti dai fondi tradizionali e particolarmente inclini a prendere rischi senza seguire i consigli di un professionista: dal 2021, per esempio, gli investimenti in strumenti digitali come le criptovalute sono aumentati del 1.200 per cento.

In realtà il principale fattore che spinge molte di queste persone a correre più rischi è una certa “ansia” per il futuro, dettata dal fatto che l’Australia deve affrontare le conseguenze del calo demografico. Secondo le stime più recenti, nei prossimi dieci anni 2,5 milioni di australiani lasceranno il mondo del lavoro e almeno la metà di loro rischia di non avere una pensione adeguata. Un destino che in realtà accomuna molti paesi, soprattutto quelli che hanno economie sviluppate. Anche altrove, infatti, si studiano soluzioni per la pensione che prevedono una maggiore apertura agli investimenti, sia pure in forme meno estreme di quella australiana, per compensare il fatto che le nuove generazioni non saranno più in grado di finanziare le pensioni degli anziani.

L’ultimo caso in ordine di tempo è la Germania, dove il cancelliere cristianodemocratico Friedrich Merz, alla guida di una grande coalizione con i socialdemocratici dell’Spd, ha fatto sue le proposte di una commissione di esperti che consiglia per il sistema pensionistico l’adozione del “modello svedese”. La caratteristica principale del modello è che in futuro il 2 per cento dello stipendio lordo di un lavoratore (inizialmente lo 0,5 per cento) confluirà in un fondo incaricato di fare investimenti sui mercati finanziari. La commissione ha spiegato che il fondo svedese, l’Ap7, dal 2000 al 2025 ha ottenuto una rendita del 651 per cento. Il meccanismo sarà accompagnato dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Questa però in futuro sarà gradualmente legata alle aspettative di vita e potrebbe arrivare a settant’ anni.

Il governo tedesco, come quelli di molti altri paesi, tra cui l’Italia, è chiamato a correggere il sistema pensionistico tradizionale, che da anni registra forti squilibri a causa del declino demografico. Una sfida che non fa certo guadagnare consensi ai partiti politici. Però i numeri sono impietosi e vanno affrontati: come spiega Der Spiegel, dal 1990 il rapporto tra la pensione media e il reddito da lavoro in Germania è passato dal 55 al 48 per cento nonostante le trattenute in busta paga siano piuttosto consistenti; entro il 2070, inoltre, potrebbero esserci cinquanta persone pensionabili ogni cento cittadini in età da lavoro.

La questione è enorme, e ovviamente non riguarda solo la Germania. Resta da vedere se la soluzione indicata dalla commissione di esperti funzionerà bene come in Svezia. Per il momento non mancano gli scettici, soprattutto tra i sindacati. Alcuni, inoltre, guardano ai periodici disastri combinati dagli investimenti incauti di alcune casse pensionistiche tedesche. Clamoroso è il caso di quella dei dentisti: nel 2025 la Versorgungswerk der berliner Zahnärzte (Vzb), il fondo pensione che gestisce i risparmi dei dentisti di Berlino, ha mandato in fumo praticamente metà dei soldi che gli erano stati affidati dagli iscritti. L’ente gestiva 2,2 miliardi di euro, che per il 70 per cento erano investiti in proprietà immobiliari, aziende non quotate e crediti. Nella stessa situazione si trovano anche i fondi pensione dei dentisti di Brema e di quelli del Land del Brandeburgo. In tutto sono coinvolti circa diecimila professionisti.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

Iscriviti a
Economica
La newsletter su economia e lavoro. A cura di Alessandro Lubello. Ogni venerdì.
Iscriviti
Iscriviti a
Economica
La newsletter su economia e lavoro. A cura di Alessandro Lubello. Ogni venerdì.
Iscriviti

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it