“Regolarmente sposata, in quanto regolarmente comprata dal padre”. Con questa formula, pronunciata in tv nel 1969, poi ospite nel programma di Enzo Biagi nel 1982 e di nuovo sul Corriere della Sera nel 2000, Indro Montanelli raccontò per mezzo secolo l‘acquisto di una bambina eritrea di dodici anni, Destà, nel 1936, durante la guerra in Etiopia. Senza pentimento, anzi con leggerezza. Per decenni è stato anche questo uno dei modi in cui molti in Italia hanno raccontato – o evitato di raccontare – il colonialismo del paese.
Il tema è tornato d’attualità con la messa in onda di un nuovo racconto televisivo dedicato a quelle vicende, le due puntate di Una giornata particolare di Aldo Cazzullo su La7. La rete di attivisti e associazioni Yekatit 12-19 febbraio, che dal 2022 incoraggia una rilettura critica del colonialismo italiano e delle sue eredità, ha scritto una lettera aperta per evidenziarne le mancanze e le storture. “Nel programma le persone eritree non hanno voce e le vittime restano sullo sfondo”, dice Yodit Estifanos, componente della rete insieme all’associazione Tezeta, che dal 2020 lavora sulle tracce della diaspora eritrea a Roma. “Forse si pensa che gli italiani non siano in grado di comprendere una narrazione più corale, più stratificata”.
Senza una memoria pubblica
Il problema non nasce in uno studio televisivo: viene da lontano. “Gli italiani sono stati colonialisti per quasi un secolo, dal 1869 con l’acquisto della baia di Assab, fino al 1960, con la fine dell’amministrazione fiduciaria della Somalia”, ricorda Francesco Filippi, storico e autore di diversi saggi. “Eppure non esiste in Italia una memoria pubblica di quel periodo: il colonialismo non fa parte dell’identità degli italiani, come invece il fascismo, l’antifascismo o il risorgimento”.
Perché questa rimozione? Secondo Filippi le radici sono più psicologiche che politiche. “L’élite al governo, a metà dell’ottocento, aveva bisogno di mostrare a se stessa di far parte della carrozza di testa della civiltà. Gli italiani avevano bisogno di dimostrarsi bianchi, in un mondo diviso in gerarchie razziali”. E non era affatto scontato, ricorda, in anni in cui gli emigrati italiani erano linciati negli Stati Uniti. Il colonialismo, dice, servì “a curare il complesso d’inferiorità degli italiani”. Finita la stagione coloniale, quelle vicende sono state semplicemente dimenticate.
Il tentativo di costruire una memoria pubblica è recente e nasce da un rovesciamento: negli anni novanta l’Italia, da paese di emigrazione, diventa paese di immigrazione. “Quando l’oltremare, dopo ottant’anni, torna in Italia, gli italiani hanno bisogno di un lessico per raccontare il colonialismo”, spiega Filippi. Ma quel lessico si forma su vecchi cliché: “Se gli italiani sono brava gente dappertutto, scatta l’idea che lo saranno stati anche nelle colonie. E così si ricorda solo ciò che si può vedere come positivo: gli italiani hanno fatto le strade nelle colonie”.
È il mito più resistente e secondo Filippi anche il più falso. “Quelle strade tra l’Eritrea e l’Etiopia, ancora oggi mostrate con vanto dai nostalgici, erano strade d’occupazione, militari, che servivano ai bianchi”. Vale anche per il centro di Asmara, oggi patrimonio dell’umanità dell’Unesco: un gioiello modernista, certo, ma – è la stessa Unesco a dirlo – pianificato secondo principi di segregazione razziale. “Erano strutture per i bianchi, per perpetuare la dominazione”.
Che cosa impedisce di dirlo? Secondo Filippi è anche una questione di chi controlla il racconto. “In Italia è affidato a ottimi divulgatori che però non sono storici di professione”. Gli storici, spiega, per come funziona la carriera universitaria, “sono spesso costretti a scrivere libri per altri storici”, densi e spesso illeggibili. Il vuoto lasciato dagli storici lo riempiono i giornalisti, e il risultato sono “semplificazioni di massa”.
Un vuoto
C’è una dimensione che da queste semplificazioni sparisce quasi sempre: quella razziale. “L’Italia ha costruito la propria identità su un’idea implicita di bianchezza”, dice Angelica Pesarini, sociologa che si occupa di razza, genere e cittadinanza in Italia. La razza, sostiene, è un pilastro della storia della nazione, ma è stata “espulsa” dal discorso pubblico: nominarla fa già parlare di razzismo – si pensi al dibattito sull’articolo 3 della costituzione. Molti credono che la faccenda riguardi solo “gli Stati Uniti, non l’Italia”. Tuttavia, continua a funzionare come una sorta di norma invisibile: “La bianchezza significa italianità, e l’italianità è cittadinanza”.
Quella norma invisibile ha radici giuridiche precise. Prima ancora delle leggi razziali del 1938 contro gli ebrei, ricorda la studiosa, l’urgenza dei governi italiani fu un’altra: regolare il madamato e il “problema” dei meticci, visti come un pericolo per la razza bianca. Tra il 1937 e il 1940 una serie di leggi collegò razza e cittadinanza. I bambini nati da unioni miste e non riconosciuti dal padre potevano diventare italiani solo superando test biologici, un “attestato di idoneità”. Cose che non esistono più nella loro forma originaria ma che, dice, “hanno viaggiato nei secoli”.
Secondo Pesarini, anche un racconto che vuole condannare il colonialismo finisce per tradirsi: lo sguardo resta quello dell’italiano maschio e bianco. Le persone afrodiscendenti restano “oggetti del racconto”, mai riconosciute come “produttrici di memoria”. La risposta, per lei, è la controstoria: “La nostra storia la stiamo scrivendo noi, mai come prima”.
Questione di sguardi
“La storiografia del Corno d’Africa è avanzatissima, ricca, sofisticata”, spiega Uoldelul Chelati Dirar, storico di origine eritrea. Il punto è che non filtra nel discorso pubblico, e non da oggi: è un problema che ha attraversato decenni, dal fascismo alla repubblica.
Dirar respinge l’idea che dei colonizzati non ci sia traccia: gli archivi riflettono chi li ha prodotti, ma sanno parlare. I documenti della polizia e quelli dei tribunali, che trattavano come “reato” quelle che spesso erano forme di protesta, dicono moltissimo a chi li legge “con un occhio non offuscato”. Abbonda il materiale in tigrino, amarico e arabo. “Sta a noi far parlare le fonti, porre le domande giuste”. L’ostacolo è un altro: gli studiosi italiani investono di rado sulla formazione linguistica e si affidano a interpreti, che trasmettono al ricercatore i loro pregiudizi.
Per questo Dirar diffida dei racconti a senso unico, dove lo sguardo è solo quello italiano. Qualcuno, in Italia, prova a colmare questo vuoto, con azioni dal basso. “Vent’anni fa la prima battaglia toponomastica a Roma nacque dall’idea di dedicare una strada a Giorgio Marincola”, ricorda Lorenzo Teodonio, professore e attivista.
Marincola, partigiano italo-somalo, ebbe la sua via grazie a un movimento dal basso, l’associazione delle comunità italo-somale e un’amministrazione disponibile. “Vent’anni dopo quel piccolo miracolo si è ripetuto con il giardino dedicato a Zerai Deres”.
Secondo Teodonio la toponomastica è storia pubblica a tutti gli effetti, e ha un effetto sui più giovani: “Ci sono tante persone di seconda, terza, quarta generazione che in queste storie hanno trovato una continuità”. Più che di memoria “decoloniale” – un dibattito che, ricorda, va avanti almeno dagli anni settanta – preferisce parlare di memoria “transcoloniale”: un terreno che tenga insieme colonizzati e colonizzatori.
Da tutto questo nasce anche un progetto con le biblioteche di Roma per digitalizzare le fotografie di chi andò in Africa negli anni del colonialismo, “una memoria divisiva” da cui però partire. “Raccontare il conflitto delle colonie, la resistenza e non solo le vittime, è oggi il compito maggiore della storia pubblica”.
Un avvertimento, però, arriva proprio da Dirar, che con la rete Yekatit 12-19 febbraio si è confrontato: il rischio è quello di “parlare a persone già interessate”, senza intercettare il pubblico vasto a cui andrebbe spiegato che il nome di una strada “non è un vezzo di qualche amministratore, ma ha un senso”.
Il giardino Zerai Deres è il luogo da cui la Rete Yekatit12-19 febbraio vorrebbe ripartire: un confronto pubblico – “un’altra puntata”, scrivono, magari di nuovo in televisione – sulle eredità del colonialismo. Nato attorno al monumento ai caduti di Dogali, che fino a poco tempo fa non aveva nemmeno un nome, oggi ha una targa con un codice qr con cui è possibile accedere a un podcast che ne ricostruisce la storia. All’inaugurazione di febbraio è stata Estifanos della rete Yekatit 12-19 febbraio a tenere il discorso d’apertura. “Attraversare un posto che ha un nome nella mia lingua madre, in un’Italia sempre più contro le persone di origine straniera, mi emoziona molto”.
In quello stesso giardino, qualche settimana fa, Estifanos era con amici che hanno una bambina afrodiscendente. A un certo punto la piccola si è messa a cantare Faccetta nera. Alla domanda su dove l’avesse imparata, ha risposto che gliel’aveva insegnata un compagno di giochi. “Se per qualcuno è solo una canzone”, dice Estifanos, “per qualcun altro è il promemoria di una storia che continua a essere raccontata senza ascoltare chi l’ha vissuta”.
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