Fino a vent’anni fa la piana di Simalchaur era un paradiso naturale. Poi, e fino al 26 agosto scorso, è stato un inferno umano. Oggi è un cimitero galleggiante.

Nessun luogo come Simalchaur simboleggia meglio la catastrofe avvenuta in Nepal, dove il distacco di un ghiacciaio dalle vette himalaiane ha ucciso centinaia di persone nelle valli appena sotto. Perché, certo, è stato un “disastro naturale” e gli scienziati ci diranno quanto ha pesato il cambiamento climatico (molto, secondo le prime analisi). Ma se il disastro ha raggiunto queste dimensioni è anche – o soprattutto – per quello che è successo in Nepal negli ultimi vent’anni, per l’inurbazione rapidissima dai villaggi di montagna verso i centri di sviluppo economico, gli impianti idroelettrici e le nuove aree commerciali.

Simalchaur, dunque. Il suo nome significa “piana degli alberi di cotone”, i simal, che la ricoprivano per intero; le scimmie saltavano rumorose tra i rami e gli uccelli acquatici si pascevano grazie all’ecosistema del fiume, il Trishuli sacro al dio Shiva, che nasce in Tibet e attraversa il Nepal per andare a gettarsi nel Gange. Alla fine dell’inverno la piana diventava rosso fuoco, grazie agli enormi fiori dei simal; a maggio sembrava innevata, perché i baccelli si aprivano liberando nel vento il cotone, che ricopriva tutto. Non c’erano villaggi né quindi esseri umani lungo il fiume; al massimo s’incontrava un pastore che andava a far dissetare le capre, o una donna venuta dalla collina a raccogliere arbusti da ardere.

Questo fino a vent’anni fa, appunto. Quando il nuovo governo democratico che aveva rovesciato il re Gyanendra ha intuito che gli affluenti impetuosi del Trishuli – più a nord, verso la Cina – potevano produrre gigantesche quantità di energia idroelettrica. Sono arrivati allora i primi progetti, due grandi dighe, tre impianti, centinaia di milioni di dollari investiti prima dallo stato e poi da un consorzio sudcoreano e cinese dominato dalla multinazionale Doosan Enerbility.

Era il periodo in cui il giovane Nepal puntava tutto sullo sviluppo, parola che si sentiva sempre, in ogni discorso, dopo secoli di feudalesimo agricolo: development, development, development. Si costruiva molto e molto in fretta, cantieri ovunque, strade, industrie, funivie, hub commerciali e naturalmente case, tante case per i contadini che dalle montagne scendevano a valle a cercare un salario. La capitale, Kathmandu, si trasformava in un’immensa distesa di cemento che ormai soffoca templi e pagode.

Così, rapidamente, l’umanità ha invaso anche le golene di Simalchaur, per la loro vicinanza agli impianti idroelettrici, quindi al lavoro e alla speranza di una vita meno indecente. Venivano tutti da piccoli villaggi abbarbicati più in alto; a spingerli giù, oltre a una fame atavica, anche il terremoto del 2015 che aveva generato frane rendendo i campi incoltivabili. Questi profughi della miseria sono scesi verso il fiume senza nient’altro che i propri corpi. E con le loro mani hanno abbattuto gli alberi del cotone costruendo un insediamento informale: case monostanza di bambù intrecciato, teloni di plastica, fango impastato con paglia; i tetti erano lamiere zincate coperte di sassi perché il vento non le scoperchiasse.

Però il lavoro in effetti c’era: manovali nei cantieri, spaccatori di pietre lungo il fiume, autisti di camion o qualsiasi altro mestiere nell’indotto logistico. Gli abitanti di Simalchaur venivano chiamati sukumbasi, cioè senza tetto, senza terra, abusivi, occupanti; ma alcuni di loro con i primi salari riuscivano a tirar su anche qualche muro con blocchi di cemento grezzo o mattoni forati (niente fondamenta né acqua potabile).

Prima lo sviluppo, poi la frana

Sono morti quasi tutti, a Simalchaur, la mattina del 26 agosto. Il ghiacciaio si è staccato alle 8.37 e l’insediamento umano – sessanta chilometri più a sud – è stato devastato un’ora e mezza dopo: nessuno, lì, poteva sapere quello che era successo in altitudine perché i telefonini avevano smesso di funzionare. Poco prima delle dieci però il fiume ha cominciato stranamente a cambiare colore: dal suo millenario turchese-ghiaccio a grigio cemento. E faceva una schiuma mai vista, spessa e densa. Poi, in pochi minuti, è cresciuto di nove metri e solo a quel punto la gente ha iniziato a scappare verso le colline, ma era troppo tardi.

Quanti sukumbasi siano rimasti sotto il fango non lo sa – e forse non lo saprà mai – nessuno. Sicuramente centinaia, forse un migliaio, ma non esiste un’anagrafe delle famiglie che vivevano sotto i tetti di lamiera; oltretutto, le abitazioni erano tecnicamente illegali e ogni tanto le autorità li minacciavano di sgombero.

Simalchaur è un simbolo, dicevo o quanto meno un caso limite di un fenomeno molto più ampio, quello dei contadini e dei pastori scesi in massa dai villaggi di montagna per lavorare a valle: dove è arrivato prima lo sviluppo, poi la frana.

L’inurbazione ha nomi che a noi dicono poco: Betravati, Trishuli Bazar, Bidur, Devighat; tutti centri che negli ultimi vent’anni hanno visto raddoppiare o triplicare gli edifici, tirati su in fretta, senza regole e con materiali scadenti. Da piccoli agglomerati di case tradizionali, sono diventati nodi da cinque-diecimila abitanti, sempre con la stessa edilizia “a nastro”, cioè palazzine una attaccata all’altra lungo l’unico asse stradale di fondovalle.

Un boom dovuto non solo all’idroelettrico e al suo indotto, ma anche al commercio: la nuova autostrada che da Kathmandu arriva in Cina ha trasformato le aree agricole circostanti in zone di transito per i tir, con tutte le ovvie conseguenze: alberghi, negozi, banche, magazzini di stoccaggio e uffici doganali. Un terzo dei prodotti di consumo venduti in Nepal viaggiava su questo percorso e attraverso il suo valico; centinaia di autotreni ci passavano ogni giorno; in alcuni tratti c’è perfino la doppia corsia, una cosa inimmaginabile in Nepal fino a pochi anni fa.

Ora il passaggio a nordest è distrutto per una quarantina di chilometri: il fiume si è mangiato intere porzioni di carreggiata e ha abbattuto i ponti principali, anche quelli più moderni di cui il paese andava orgoglioso. In questi giorni è tutto un ronzare di elicotteri che portano in salvo i camionisti rimasti intrappolati, mentre l’esercito stende ponti d’acciaio d’emergenza, prefabbricati ovviamente in Cina.

Ma questo, appunto, è perché siamo nella fase d’emergenza, Nessuno ha dubbi che l’autostrada verrà rifatta più larga di prima e i ponti veri ricostruiti, né qualcuno pensa che si fermeranno i progetti di sviluppo energetico con le loro dighe e i loro manovali per poche rupie. Il Nepal ne ha bisogno e la Cina anche: sviluppo, sviluppo, sviluppo.

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