Il 12 marzo 2026 è stato pubblicato sull’Economist un articolo in difesa del lavoro sporco. Si intitola “In praise of grunt work”. È interessante, perché una delle cose che si ripete più spesso quando si parla di intelligenze artificiali è proprio che possiamo far fare alle macchine un po’ di lavoro ripetitivo, noioso, a basso valore aggiunto, per liberare il nostro tempo. Lasciare che le macchine facciano esattamente il lavoro sporco, insomma.
Affidare alcuni lavori alle macchine fa parte della storia dell’umanità. Spesso il lavoro sostituito è letteralmente “sporco” o molto duro o pericoloso o tutte queste cose insieme. Nel mondo occidentale, per esempio, non mandiamo più i bambini in miniera con le lanterne.
Ma il computer con cui ho scritto questa newsletter e lo smartphone con cui forse la stai leggendo sono fatti con materiali estratti in posti in cui le condizioni di vita non sono affatto come le nostre. Anzi.
Le piste da bowling non hanno più bisogno di bambini poveri che si guadagnano qualche spicciolo raddrizzando i birilli e riportando indietro le palle ai giocatori; non andiamo più in mezzo all’acqua stagnante a gambe nude per raccogliere sanguisughe da salasso; le svegliatrici e gli svegliatori non bussano più alle finestre delle persone per svegliarle.
Eppure ci sono ancora persone che lavorano per industrie come quelle della moda in condizioni inumane. E il paradosso dell’economia capitalista è che se togli quei lavori a quelle persone rischi di danneggiarle ancora di più perché non avranno un’altra occupazione. Insomma: quando parliamo di lavoro sporco dovremmo sempre cercare di allargare un po’ la prospettiva.
Ma l’articolo dell’Economist non affronta, nemmeno tangenzialmente, le questioni più ampie del mercato del lavoro come dispositivo di dominazione estrattivo e coloniale.
Si concentra, invece, sul lavoro sostituibile usando le ia generative, di cui non nega una certa utilità perché possono evitarci di “compilare note spese, copiare e incollare dati nei fogli di calcolo, cercare di ridimensionare una di quelle stupide caselle in PowerPoint”.
Però poi sostiene che le occupazioni ripetitive e apparentemente banali o frustranti hanno anche una funzione dentro l’organizzazione stessa del lavoro. Per esempio, servono a chi è all’inizio della propria carriera per imparare gradualmente un mestiere o per capire come funziona un ambiente professionale. Se le ia assorbono tutto ciò che oggi fanno le persone junior c’è il rischio che la porta d’ingresso al lavoro si restringa ancora di più.
Con la scusa della gavetta
Il secondo argomento sollevato dall’Economist è che non sia sano un lavoro composto solo da compiti complessi, intensi o cognitivamente pesanti. Le persone, infatti, hanno bisogno di alternare registri diversi: concentrazione alta, attività più leggere, pause o compiti che permettano alla mente vari tipi di impegno. Anche le attività meno esaltanti possono avere un ruolo nel ritmo del lavoro e persino nel senso di controllo che si prova quando si porta a termine qualcosa.
Quest’ultima argomentazione sembra piuttosto forzata perché, se davvero vogliamo difendere le funzioni cognitive che verrebbero preservate dai lavori ripetitivi, conosciamo già almeno un modo straordinario e molto efficace per far riposare la mente: smettere di lavorare e fare qualsiasi altra cosa bella e gratificante.
L’idea che si possa, semplicemente, lavorare meno – anche molto meno – senza che questo peggiori quel che facciamo o le nostre condizioni di vita non è quasi mai presa in considerazione in questo tipo di dibattito.
La prima argomentazione, invece, sembra molto più logica e attecchisce anche nelle persone più progressiste. In fondo è il concetto della gavetta: la carriera lavorativa è un percorso che fai mentre scali la piramide. Parti dal basso, fai cose anche umilianti o noiose o che ti sembrano inutili, ma lo fai perché arriverà il premio: la promozione, l’aumento, la gratifica. E poi ricominci da capo.
Accettiamo questo percorso senza obiettare e quindi ci sembra normale che si debba fare lavoro che non ci piace affatto, perché “tutti abbiamo fatto un po’ di gavetta e siamo ancora vivi”.
Il giornalista Derek Thompson ha descritto le ragioni di questa accettazione passiva delle cose usando il termine workism (lavorismo): “È l’idea che il lavoro sia il fulcro della nostra identità, il punto focale della nostra vite, il principio organizzatore della società. Molte persone si sono rivolte al lavoro per trovare ciò che un tempo cercavano nelle religioni tradizionali: trascendenza, significato, comunità, autorealizzazione, uno scopo totalizzante nella vita”.
Il sociologo André Gorz ha parlato del lavoro nelle società industriali avanzate dicendo che le persone sono ridotte a ingranaggi di una “megamacchina” economica incontrollabile, che accogliamo come se fosse inevitabile e come se ci fossero leggi naturali e indipendenti dalla nostra volontà a cui siamo soggetti.
La storica e filosofa Hannah Arendt ha smontato la retorica della routine lavorativa salvifica nel suo libro Vita activa (Bompiani 2017), in cui sostiene che abbiamo elevato l’animal laborans, una persona che lavora per sopravvivere, produce e consuma freneticamente, al di sopra dell’homo faber, che invece opera per costruire qualcosa di durevole.
Per Arendt, la ripetitività dei compiti non è affatto la base per l’azione umana ma il suo principale ostacolo: ci imprigiona in un ciclo senza fine e ci priva della stabilità necessaria per manifestare le nostre idee politiche.
L’antropologo David Graeber ha smascherato i bullshit jobs, lavori evidentemente inutili creati per giustificare e rafforzare la piramide gerarchica nelle aziende e nelle organizzazioni.
La professoressa Kathi Weeks, in The problem with work (Duke University Press, 2011), dice che l’etica del lavoro è un meccanismo di silenziamento che ci impedisce di immaginare alternative al sistema economico in cui viviamo e al mercato del lavoro.
Una convenzione sociale
Il rapporto tra un’azienda e una persona che lavora, secondo Weeks, è spesso percepito come un contratto individuale o una relazione unica, indissolubile, simile a quella matrimoniale, e non come un’istituzione sociale strutturata da relazioni di potere e autorità. In questo modo, ogni insoddisfazione viene interpretata come un fallimento personale o un problema del singolo lavoratore.
Il fatto che si debba “guadagnarsi da vivere” attraverso il lavoro salariato, così, diventa parte dell’ordine naturale delle cose. Invece è una convenzione sociale.
Insomma: difendere il lavoro sporco è, volontariamente o meno, anche un modo per difendere la struttura capitalistica del mercato del lavoro, facendo finta che non ci siano tutti questi problemi.
Questi discorsi, però, sono molto più complicati di un editoriale in difesa del lavoro sporco e contrastano con la nostra esperienza personale, da cui è difficile liberarsi. Oggi, però, abbiamo a disposizione strumenti di massa che rendono sempre più evidente l’assurdità di certe idee e di certe cose che abbiamo dato per scontato.
È vero: queste macchine hanno un sacco di problemi. Sono sviluppate da un oligopolio ristretto, si possono usare per fare del male, si possono usare per aumentare la produttività e il profitto per pochi. La buona notizia è che possiamo scegliere insieme come usarle, e possiamo usarle anche per immaginare e costruire strutture diverse.
La cattiva notizia, però, è che questi discorsi hanno poca visibilità nel dibattito pubblico. Forse perché è molto più facile difendere quei piccoli fastidi dei lavori ripetitivi senza preoccuparsi troppo di tutto il resto.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Artificiale.
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