Aleksandar Vučić ha governato la Serbia per 14 anni, controllando i mezzi d’informazione, l’economia e la polizia al punto che il paese non era più considerato una vera democrazia. Eppure il 25 ottobre la democrazia serba ha dato una buona prova di sé. Vučić, che fino al mese scorso aveva ricoperto la carica di presidente, prima di dimettersi e candidarsi a primo ministro, ha riconosciuto di essere stato sconfitto da un movimento studentesco senza programma politico e leadership chiari. Dai sondaggi era emerso che il Partito progressista serbo (Sns) di Vučić rischiava seriamente di perdere le elezioni, ma nessuno aveva previsto una disfatta simile.

La caduta di Vučić sarà inevitabilmente paragonata a quella di Viktor Orbán, l’ex premier sovranista ungherese sconfitto ad aprile. Come già accaduto in Ungheria, anche in Serbia la vittoria dell’opposizione non è solo un avvicendamento politico, ma il crollo di un intero sistema di potere semiautocratico. Secondo Ivan Vejvoda, un politologo serbo dell’Istituto austriaco per gli affari internazionali, a Belgrado si è verificato un terremoto politico paragonabile alla caduta nel 2000 di Slobodan Milošević, leader della Serbia durante le guerre nell’ex Jugoslavia.

La Lista studentesca ha ottenuto il 53 per cento dei voti, contro il 39 per cento dell’Sns. L’opposizione, quindi, disporrà di circa 140 seggi sui 250 del parlamento, mentre il partito di Vučić ne avrà poco più di cento. È stato l’alto tasso di partecipazione a determinare l’esito delle elezioni. La sera del voto, nella sede della Lista studentesca, l’ex governatore della banca centrale Dejan Šoškić, uno dei candidati, aveva pronosticato una vittoria del suo schieramento se l’affluenza fosse stata superiore al 63 per cento. Alla fine ha raggiunto il 69 per cento.

A Belgrado si è votato in un’atmosfera carica di tensione. La polizia in assetto antisommossa ha presidiato le strade del centro, mentre gruppi di giovani incappucciati (presumibilmente malviventi assoldati dalle autorità) hanno partecipato a una manifestazione filogovernativa vicino al palazzo presidenziale. Quando Vučić ha riconosciuto la sconfitta, i sostenitori del regime si sono dileguati. A quel punto anche gli agenti hanno abbandonato il campo e decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade per ballare e festeggiare.

Dopo due mandati presidenziali (il massimo previsto dalla legge), Vučić si era dimesso a settembre per candidarsi alla carica di primo ministro. L’ex presidente ha giustificato la sconfitta denunciando “un complotto ordito da vari paesi europei e dallo stato profondo americano che si oppone a Donald Trump”.

In realtà è stato battuto da un movimento senza leader nato dopo le proteste studentesche contro i progetti minerari e la corruzione. Il movimento decide le sue strategie in assemblee plenarie nelle università, dove prima delle elezioni sono stati selezionati i 250 candidati per il parlamento. Nessuno dei candidati è uno studente, ma del gruppo fanno parte docenti, medici, attori e altre figure di spicco della società civile.

Corruzione e deriva autoritaria

La sconfitta di Vučić è dovuta principalmente all’aumento della corruzione e alla deriva autoritaria in corso, che negli ultimi anni hanno provocato varie ondate di proteste. Nel 2021 decine di migliaia di persone avevano manifestato contro il progetto di una grande miniera di litio. Inizialmente il governo aveva revocato la concessione, per poi ripristinarla nel 2024 poco prima di firmare un partenariato strategico con l’Unione europea per ridurre la dipendenza dalle batterie cinesi nel settore dei veicoli elettrici. Il voltafaccia dell’esecutivo aveva rafforzato ulteriormente le proteste.

Nel novembre 2024 sedici persone erano morte nel crollo della pensilina di una stazione ferroviaria a Novi Sad. La costruzione della pensilina era stata affidata a un consorzio cinese, anche se i lavori erano stati subappaltati ad aziende serbe. Dopo il disastro si erano moltiplicate le accuse di corruzione.

Gli studenti avevano organizzato manifestazioni di massa, chiedendo le dimissioni del governo e una riforma dei sistemi amministrativo e giudiziario, controllati da Vučić e dal suo partito. La Lista studentesca ha poi basato la sua campagna elettorale sullo slogan “la Serbia o la mafia”, puntando sulla lotta alla corruzione, sul ripristino della libertà di stampa e dell’indipendenza della magistratura, sulla modernizzazione del sistema scolastico e sulla riduzione del prezzo dei farmaci.

Una serie di scandali

Gli studenti non hanno avuto vita facile nel diffondere il loro messaggio. Negli ultimi quattordici anni, infatti, la maggior parte dei mezzi d’informazione è finita nelle mani di Vučić e dei suoi sostenitori. Tuttavia, ci sono ancora delle testate indipendenti, che nelle ultime settimane hanno denunciato la corruzione governativa.

In uno dei casi più gravi, un informatore ha rivelato di essere stato pagato da alcune aziende pubbliche per “incarichi fantasma”, quando in realtà aveva il compito di fornire all’Sns manovalanza per provocare e aggredire gli studenti, in modo che il governo potesse poi addossare la responsabilità degli scontri all’opposizione.

In un altro episodio sono usciti fuori i presunti messaggi di Vučić in una chat tra esponenti di una banda criminale. Né Vučić né il suo partito hanno smentito la notizia. Secondo Gordana Andrić, del Balkan investigative reporting network, il regime è rimasto in silenzio per evitare di “attirare l’attenzione della popolazione su questi fatti”.

No alle sanzioni alla Russia

Considerando la portata della vittoria della Lista studentesca, probabilmente il prossimo governo sarà formato rapidamente, con Šoškić che potrebbe assumere un ruolo di primo piano. Le elezioni presidenziali per scegliere il successore di Vučić dovrebbero invece svolgersi a dicembre. Radomir Saičić, un docente di chimica di orientamento conservatore, è considerato uno dei candidati più solidi.

Pur avendo mantenuto una certa ambiguità riguardo al proprio programma politico, in modo da assicurarsi il sostegno di tutti gli oppositori del governo, il movimento degli studenti ha manifestato delle posizioni chiare in politica estera.

Con ogni probabilità il prossimo governo confermerà la scelta di Vučić di non imporre sanzioni alla Russia per l’invasione dell’Ucraina. Gli studenti si sono inoltre impegnati a sospendere le esportazioni di armi verso l’Ucraina e Israele, a indire un referendum sull’adesione all’Unione europea e a non riconoscere il Kosovo in assenza di una consultazione popolare.

Nelle ultime settimane Vučić ha perso il controllo di un paese che dominava da quasi 15 anni. Il suo partito, che ormai è soprattutto una macchina per distribuire posti di lavoro e favori, potrebbe disintegrarsi una volta perso il potere. Gli studenti hanno sconfitto l’ex presidente impostando la loro campagna elettorale intorno al messaggio “chiunque tranne Vučić”. Ora, però, dovranno dimostrare di essere capaci di governare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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