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uattro manifestanti britannici – Norman Blair, Daniel MacQuillan, Richard Moth e Nicola Doherty – sono stati arrestati durante il rastrellamento della polizia italiana alla scuola Diaz. Sono stati rilasciati senza alcuna imputazione a carico. Ecco la loro dichiarazione ufficiale, resa pubblica appena sono arrivati all’aeroporto londinese di Heathrow.
La dichiarazione dei quattro
“Siamo stati arrestati insieme a circa novanta persone dopo un blitz della polizia nella scuola in cui dormivamo, sabato 21 luglio. Le forze dell’ordine hanno manganellato indiscriminatamente tutti i presenti, principalmente giovani che non opponevano alcuna resistenza.
Dopo essere stati picchiati, siamo stati portati in un grande stanzone. Sembrava un ospedale da campo della guerra di Crimea. La maggior parte dei presenti ha avuto bisogno di cure mediche. Alcuni sono stati portati fuori in barella. Quasi tutti avevano qualche frattura e ferite alla testa, molti erano coperti di sangue. Tutti i presenti sono stati dichiarati in stato di fermo dalla polizia e durante il periodo di reclusione hanno ricevuto altri pugni e calci.
Ci hanno tenuto per 36 ore in celle di nudo cemento, con poco cibo e in condizioni di grave stress mentale e a volte fisico. Le frequenti richieste di parlare con un avvocato sono state respinte. Il luogo dove eravamo detenuti non è mai stato rivelato ad avvocati e giornalisti.
Molti avevano con sé soldi, passaporti e altri averi che sono stati sequestrati e devono essere ancora restituiti. In alcuni casi ci hanno fatto stare in piedi a gambe a braccia divaricate anche per due ore.
Successivamente siamo stati trasferiti in una prigione regolare, dove siamo rimasti fino al termine del periodo massimo in cui potevamo essere detenuti senza capi d’imputazione, cioè quattro giorni. Siamo stati portati davanti a un magistrato che ci ha brevemente interrogato, dopo di che siamo stati liberi di andare. Siamo stati immediatamente rilasciati e scortati all’aeroporto dalla polizia, con il divieto di entrare in Italia per cinque anni pur non essendo stati accusati di alcun crimine.
Siamo disgustati da questo livello di violenza di Stato contro un gruppo di cittadini che hanno semplicemente espresso i loro diritti democratici.
Siamo profondamente commossi per le decine di migliaia di persone che sono scese in strada in tutto il mondo a manifestarci il loro sostegno, e abbiamo vivo il ricordo della simpatia, dell’ospitalità e della solidarietà della maggior parte dei cittadini italiani con cui siamo entrati in contatto.
Condanniamo anche quello che riteniamo sia il rifiuto di Tony Blair di criticare la violenza della polizia contro di noi e gli altri. Continueremo a sostenere le cose in cui crediamo”.
“Gridavo: non colpitemi!”
Un quinto cittadino britannico è ancora ricoverato in ospedale a Genova. Mark Covell, web designer del sito di Indymedia dedicato al G8 di Genova, ha raccontato come lui e un amico si siano accorti dell’imminente arrivo della polizia e abbiano cercato di allontanarsi dalla scuola. Mentre scappava ha sentito, più che vederla, la corsa di circa trecento poliziotti antisommossa che si precipitavano verso di lui da entrambi i lati della strada.
“Un carabiniere mi ha colpito al collo e mi ha spinto contro il muro con lo scudo. Sono caduto a terra e quattro o cinque carabinieri hanno cominciato a prendermi a calci, colpendomi al torace, alle gambe, alla schiena. Avevo le braccia alzate e gridavo: ‘Non colpitemi, non sto opponendo resistenza’. Potevo dirlo solo in inglese, suppongo che non fossero in grado di capirmi. C’era questo rumore incredibile mentre battevano gli scudi e caricavano”.
Poi Covell è stato colpito una seconda volta. “Ho sentito il rumore delle costole che si rompevano, sembravano fiammiferi. In questa fase ero ancora cosciente. Mi si scagliavano addosso come se stessero prendendo a calci un pallone”. Qualcuno lo ha trascinato per il collo fino all’ingresso della scuola, dove è stato picchiato di nuovo. “È stato di gran lunga il momento peggiore. Ho pensato: ‘Dio mio, ci siamo: sto per morire’”.
“Volevano uccidermi”
Covell ha cercato di rimanere sdraiato sul fianco destro. “Sapevo che se mi fossi girato sarei morto. E pensavo che se fossi riuscito a tenere aperto solo un occhio sarei rimasto vivo”.
Poi ha perso coscienza e si è risvegliato all’ospedale San Martino. Ha cinque vertebre rotte, alcune delle quali gli hanno perforato un polmone, e probabilmente ha la milza danneggiata. Non riesce a stare in piedi. Ha anche perso dieci denti.
La polizia voleva trasferirlo nell’ala militare dell’ospedale ma i medici si sono opposti. Dice Covell: “Voglio che i carabinieri siano accusati di tentato omicidio. Che mi abbiano colpito la prima volta mi sta bene, ma la seconda e la terza volta hanno cercato di uccidermi”. ◆ nm
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati