Il 1 luglio è entrato in vigore il nuovo sistema di quote e dazi per proteggere il settore europeo dell’acciaio. Nel mondo c’è un eccesso di capacità produttiva pari a cinque volte la produzione continentale. L’Unione europea potrebbe smettere di produrre acciaio riducendo anche l’inquinamento, ma preferisce produrre a costi superiori a quelli di mercato, salvo poi lamentarsi perché i cinesi sono più competitivi. Con un simile eccesso di capacità produttiva, ogni argomento sull’importanza di essere autosufficienti è privo di fondamento: ci sarà sempre troppo acciaio da comprare. Vinta una battaglia, ora la lobby dei produttori di acciaio ha avanzato nuove richieste: un dazio del 15 per cento sulle esportazioni di rottami per evitare che finiscano in Turchia o in altri mercati emergenti, dove sono usati per produrre acciaio. In questo caso non si vuole proteggere un settore, ma un segmento (i produttori) a danno di un altro (la filiera del rottame): un trasferimento di denaro da alcune aziende ad altre, a danno della società. Su quali basi Bruxelles ha deciso che si può sacrificare il benessere e la razionalità economica in nome di priorità politiche? Da dove arrivano queste politiche clientelari? Ci vorrebbe una bella rivolta euroscettica su questo, peccato che gli euroscettici sovranisti siano i più protezionisti di tutti. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati