A maggio di quest’anno ho riorientato i miei algoritmi per farmi inondare di contenuti sul Canada; ho attivato le notifiche del Globe and Mail, uno dei principali giornali del paese: e mi sono trasferito temporaneamente con la mia famiglia dagli Stati Uniti all’altra parte del confine. Da mesi Donald Trump minacciava di annettere il Canada, una beffa che si aggiungeva al danno della guerra commerciale già dichiarata. Un primo ministro canadese si era dimesso dopo essere stato bullizzato dal presidente statunitense e il successore era stato eletto proprio perché considerato capace di tenergli testa. Anche nelle province solitamente tranquille lo smarrimento e l’inquietudine si stavano trasformando in un’opposizione determinata agli Stati Uniti. Ha cominciato a circolare l’espressione elbows up (“su i gomiti”), ispirata all’hockey, lo sport nazionale. Come mi ha spiegato un giornalista di Montréal, gli statunitensi erano alle prese con “una decina di crisi contemporaneamente”. In Canada, la crisi era una e riguardava il rapporto con il vicino.
La resistenza antistatunitense era evidente fin dal mio arrivo. All’edicola dell’aeroporto internazionale di Toronto, la copertina di Maclean’s, di fatto la rivista nazionale, proponeva “venti motivi per mangiare canadese”. All’interno il direttore raccontava in una lettera di aver annullato una vacanza a Cape Cod, nel Massachusetts. Ma non era niente in confronto al numero successivo, che in copertina aveva il titolo “Il nuovo nazionalismo”, e conteneva articoli come “Perché il Canada non sarà mai uno stato americano”, “Come reagire ai dazi di Trump” e “Paura e delirio in una città canadese al confine”. La rivista aveva lanciato anche una nuova campagna promozionale: “Il Canada non è in vendita. (Ma Maclean’s sì)”.
Nei negozi di alimentari i prodotti canadesi erano contrassegnati con una foglia d’acero rossa: un gesto ufficiale di solidarietà, che si affiancava all’abitudine dei clienti di capovolgere i prodotti statunitensi per fare in modo che fossero più facili da evitare. In un supermercato della catena Loblaws, una donna con il giubbotto di pelle e gli auricolari stava esaminando un vasetto di marmellata di melograno per controllarne la provenienza. “Sono disgustata da quello che sta succedendo laggiù. Hai sentito l’ultima su Harvard?”, ha detto. “Spesso faccio acquisti su Amazon – lo so, è un’azienda statunitense – ma ho smesso di comprare cose fatte lì e adesso scelgo solo prodotti cinesi, e sono contenta”. Mi ha consigliato di scaricare l’app Maple Scan, una delle tante che permettono di sapere se qualcosa è fabbricato in Canada semplicemente inquadrandolo con la fotocamera.
Il fenomeno “compra canadese” è ancora più forte quando si parla di alcolici, dato che i negozi di liquori sono per lo più gestiti dallo stato. Doug Ford, premier dell’Ontario, ha bloccato la vendita di merce statunitense nei punti vendita della Liquor control board of Ontario (Lcbo, l’agenzia che vende e distribuisce alcol nella provincia), e ha invitato le altre amministrazioni locali a fare lo stesso. Quando sono entrato in un negozio Lcbo di Toronto, cartelli in francese e inglese annunciavano l’eliminazione dei prodotti statunitensi “per il bene del Canada”. Mi hanno consegnato (raccomandandomi di non perderla) una lista plastificata con le alternative canadesi ai marchi più famosi. Un commesso mi ha detto che gli alcolici statunitensi erano giù in cantina, lasciati lì a invecchiare a tempo indeterminato.
Nel fuoco incrociato sono finiti anche prodotti che sono canadesi ma si portano dietro lo stigma “statunitense”. È il caso della White Claw Hard Seltzer, una bevanda alcolica gassata di un’azienda del posto che ha avuto molto successo oltreconfine. Tyler VanderWallen, direttore generale del Grizzly Bar di Toronto, dice che ha smesso di servirla perché altrimenti “dovrebbe giustificarsi continuamente con i clienti, e sinceramente non mi va di combattere questa battaglia”.
Un gin a Winnipeg
Il Grizzly Bar è sulla Queen street west di Toronto, una zona nota per la vita notturna. A sorvegliare l’ingresso c’è un alce gonfiabile alto più di quattro metri, e i clienti vengono accolti da un brano dell’inno nazionale O Canada attivato da sensori di movimento. I cocktail hanno nomi che solo i canadesi possono capire e l’atmosfera è intrisa di kitsch nazionale: una parete con proiettate le cascate del Niagara dal lato canadese; un “wall of heroes” con foto incorniciate di Ryan Reynolds, Leonard Cohen, Shania Twain, Margaret Atwood, Alex Trebek e altri 46 canadesi famosi e una mappa delle battaglie chiave della guerra anglo-americana del 1812.
Il bar è di proprietà di un designer di giochi di Vancouver e di sua moglie, che amano cambiarne regolarmente il tema, “come fosse una stringa di codice”. Quando Trump ha lanciato la sua offensiva, passare a una decorazione fieramente pro-Canada è stata una mossa quasi obbligata. Il locale si è impegnato a mostrare un volto “100 per cento canadese”, dagli ingredienti del menù alla musica in sottofondo. VanderWallen ha cominciato a comprare il lime dal Messico invece che dagli Stati Uniti, anche se paga di più. Dice che continua a usare il ketchup Heinz “perché c’è una sede della Heinz in Canada che mi ha assicurato che il 95 per cento dei pomodori sono canadesi”.
Altri locali sono diventati “anti-americani” non per scelta. Quando ho visitato il Badlands, un bar di Toronto specializzato in bourbon, aperto appena tre mesi prima che questo whisky americano sparisse dagli scaffali, la direttrice Carolina Rodriguez mi ha indicato una mensola piena di bottiglie che non avrebbe mai pensato di servire: Crown Royal (canadese), Johnnie Walker (scozzese) e Bushmills (irlandese). Senza il vero bourbon statunitense, il Badlands si è reinventato come bar “country” per tutti gli usi. “Il mio cocktail preferito è il Paper Plane, ma se lo prepari senza bourbon viene una schifezza”, mi ha confidato Rodriguez. Quando pensa che un cliente se lo meriti, attinge dalla sua scorta sempre più esigua di Jim Beam statunitense e gli prepara un drink come si deve, senza svelare l’ingrediente segreto.
I politici canadesi hanno cercato di prendere le distanze dagli Stati Uniti riorientando l’economia in direzione est-ovest anziché nord-sud. Il Canada sta abbattendo una serie di barriere commerciali tra province che rendevano praticamente impossibile ordinare una bottiglia di gin da Winnipeg, nella provincia centrale della Manitoba, per chi viveva ad Halifax, sull’Atlantico. Ma a livello individuale la discontinuità più evidente riguarda i viaggi. Il commercio e il turismo verso sud, anche in località di confine che un tempo vivevano in simbiosi, sono precipitati. I racconti dell’orrore sull’aggressività degli agenti della dogana statunitense non aiutano.
La città statunitense di Buffalo, nello stato di New York, ha lanciato la campagna “Buffalo loves Canada” (“Buffalo ama il Canada”), per attirare i turisti canadesi mettendo in palio buoni da 500 dollari e corteggiando i marchi canadesi. Il direttore dell’ente turistico delle Thousand Islands, nello stato di New York, ha smesso di mostrare immagini degli Stati Uniti ai canadesi sui social media perché, dice, “mi sono accorto che alimentavano sentimenti negativi”.
Caroline Beteta, presidente e amministratrice delegata di Visit California, l’ente che promuove il turismo nello stato, mi ha spiegato che il cambio sfavorevole aveva già smorzato l’entusiasmo dei canadesi per gli Stati Uniti, prima dell’intervento di Trump. Ora però gli stati americani con i climi più temperati sono alla disperata ricerca di modi per riportare gli “uccelli migratori” in vacanza nelle zone soleggiate, che dipendono dal commercio stagionale. Beteta, che è per metà canadese, ha realizzato uno spot pubblicitario per sottolineare i legami tra i due popoli: il California roll, inventato da uno chef della provincia canadese della Columbia Britannica; la tenuta Signorello della Napa Valley, di proprietà canadese. A giudicare dai commenti su YouTube, la campagna non ha funzionato granché.
Il calo dei turisti è stato particolarmente evidente in Florida, dove le compagnie aeree canadesi stanno cancellando i voli diretti perché i viaggiatori preferiscono andare nei Caraibi. Ron DeSantis, governatore repubblicano dello stato, non è sembrato troppo preoccupato dal fatto che i 3,3 milioni di visitatori canadesi del 2024 potrebbero non tornare, ma gli operatori turistici della Florida sono andati nel panico. “Non abbiamo ricevuto email né telefonate”, ha dichiarato Karine Martinez, direttrice della camera di commercio Canada-Florida, che ha sede a Miami. Situazioni simili si stanno verificando ovunque: a maggio l’ufficio passaporti canadese ha annunciato il taglio di ottocento posti di lavoro a causa del calo delle richieste.
Banchiere salvatore
Ho parlato con alcuni “uccelli migratori” che non solo stanno boicottando le spiagge statunitensi, ma hanno anche venduto le loro seconde case. Un investitore nel settore tecnologico, che aveva comprato una casa a nord di Palm Beach, mi ha raccontato che a un certo punto i suoi compagni di golf statunitensi hanno cominciato a fare battute sul “51º stato”: “La prima volta fa ridere. La seconda sopporti. La terza comincia a essere fastidioso”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un uomo su un fuoristrada che, vedendo la sua targa nel parcheggio, gli ha detto di tornarsene in Canada.
La cerimonia ha messo in evidenza aspetti antiamericani del carattere canadese
Dale Hajas, una pensionata dell’Ontario, ha lasciato il suo appartamento in un comprensorio residenziale nella zona di Greater Tampa, dove un quinto dei residenti invernali è composto da canadesi. “Ho scritto a tutti gli uffici turistici degli Stati Uniti – non in modo molto garbato, lo ammetto – per spiegare perché non ci metterò mai più piede”, ha dichiarato. “Ho inviato i vecchi estratti conto per far vedere quanti soldi abbiamo speso negli Stati Uniti negli anni”.
La cittadina di Edmundston, nella provincia canadese del New Brunswick, è a due passi da Madawaska, nel Maine. Entrambe le comunità sono bilingui e, fino a poco tempo fa, le comuni radici acadiane le rendevano più legate tra di loro che ai rispettivi paesi di appartenenza. Ma le tensioni al confine hanno cambiato tutto, spiega Eric Marquis, il sindaco di Edmundston. Gli abitanti giurano che non torneranno più a Madawaska, anche se tutti qui hanno dei familiari dall’altra parte e la benzina dal lato statunitense costa meno. “Quest’anno abbiamo dovuto comprare due nuovi camion dei vigili del fuoco”, racconta Marquis. “E stavolta dovevano essere costruiti in Canada. La prima domanda del consiglio comunale è stata: ‘Da dove vengono?’”.
La frattura si è allargata nell’autunno 2024, quando Trump ha cominciato a dire di voler deviare verso la California l’acqua dei fiumi canadesi. Il primo ministro Justin Trudeau è andato a trovare il presidente statunitense nella sua tenuta in Florida per cercare di placare la sua crescente aggressività sul fronte commerciale. Il tentativo si è rivelato un boomerang: durante una cena Trump ha accennato all’annessione del Canada, e poi sui social ha chiamato Trudeau “governatore”. Già poco popolare prima che Trump si mettesse a provocarlo, Trudeau ha annunciato le sue dimissioni a gennaio.
In seguito Trump ha criticato il Canada perché spende poco in armamenti e per le rigide quote sulla produzione di latticini, arrivando perfino a mettere in discussione il controllo dei confini dei Grandi Laghi e il trattato del 1908, che fissa il 49º parallelo come frontiera. La sua amministrazione ha quindi introdotto una nuova serie di dazi, accusando Ottawa di non fare abbastanza per fermare il traffico di fentanyl (tra il 2022 e il 2024 le autorità statunitensi hanno sequestrato 27 chilogrammi di fentanyl provenienti dal Canada, a fronte di 28 tonnellate arrivate dal Messico).
Anche altri funzionari della Casa Bianca si sono mobilitati. Il direttore dell’Fbi, Kash Patel, ha dichiarato all’emittente Fox News che l’85 per cento dei terroristi “noti o sospetti” entrati negli Stati Uniti nel 2024 provenivano dal Canada. La segretaria alla sicurezza interna, Kristi Noem, ha visitato una biblioteca sulla linea di confine, saltando dal Québec al Vermont mentre ripeteva lo slogan “51º stato!”. Nei primi mesi dell’anno l’amministrazione statunitense ha continuato a minacciare, rimandare e imporre nuovi dazi, anche se alcuni sono stati poi bloccati dai tribunali. Attualmente sono in vigore dazi del 50 per cento su acciaio e alluminio e del 25 per cento sulle automobili, settori per i quali, teoricamente, Ottawa aveva ottenuto delle esenzioni con il trattato Stati Uniti-Messico-Canada del 2018 (Cusma), definito da Trump “il miglior accordo commerciale mai fatto”. Ad aprile il paese ha registrato un deficit commerciale da record, determinato dal calo delle esportazioni di automobili.
Sempre ad aprile Mark Carney, ex governatore della banca centrale, ha condotto il Partito liberale a una sorprendente vittoria alle elezioni. Il successo è stato attribuito alla percezione, diffusa tra gli elettori, che il Partito conservatore non fosse in grado di opporsi a Washington in modo credibile. “Trump sta cercando di distruggerci per poterci sottomettere”, aveva detto Carney in campagna elettorale.
Anche se la maggior parte dei canadesi non credeva a un’invasione vera e propria, pensava che il presidente statunitense fosse ossessionato dall’idea di indebolire il Canada. Da allora Carney ha introdotto per ritorsione dazi su circa 30 miliardi di dollari di beni statunitensi, colpendo in particolare prodotti degli stati governati dal Partito repubblicano. Di certo un paese con una popolazione nove volte inferiore a quella degli Stati Uniti ha un margine di manovra limitato, ma i boicottaggi stanno cominciando ad avere degli effetti. Poco dopo l’introduzione del divieto sugli alcolici, un distillatore del Kentucky ha dichiarato di aver già perso 115mila dollari per le spedizioni annullate dagli importatori canadesi. Ogni settimana arrivano nuove statistiche che mostrano la ritirata. Viaggi in auto verso gli Stati Uniti: -38 per cento; voli: -24 per cento; traffico web canadese sul sito immobiliare Redfin: -26 per cento. Ben 34 stati americani considerano il Canada il loro principale mercato di esportazione. “Dateci un’altra possibilità”, ha detto Kevin Cramer, repubblicano del North Dakota, in visita a Ottawa con una delegazione di senatori statunitensi, per cercare di ricucire i rapporti.
A inizio maggio Carney e Trump si sono incontrati alla Casa Bianca, partecipando a una conferenza stampa prevedibilmente surreale. Trump ha esordito con toni amichevoli, ma quando un giornalista gli ha chiesto se continuava a immaginare il Canada come il 51º stato, ha messo da parte i buoni propositi. “Sai, in fondo io sono un imprenditore immobiliare”. Poi, parlando della possibilità di cancellare “quella linea tracciata artificialmente” sulla mappa tra Stati Uniti e Canada, ha aggiunto: “Quando guardo questa splendida formazione, quando è tutta unita, penso: ‘È così che dovrebbe essere’”. Carney ha replicato con tono pacato: “Come avrà imparato dal settore immobiliare, ci sono posti che non sono in vendita. Per esempio, quello su cui ci troviamo ora”.
Gli attacchi di Trump hanno galvanizzato i canadesi, che avevano sempre considerato fraterno il rapporto con i vicini: i due paesi condividono una lingua, espressioni culturali e un confine di 8.900 chilometri senza barriere. Quando il giornalista canadese Paul Wells ha deciso a malincuore di tagliare i suoi legami con gli Stati Uniti, ha scritto che è stato come subire “un’amputazione”. Ma oltre all’indignazione, il cambio di atteggiamento ha dato il via a un processo di ridefinizione dell’identità nazionale, svincolata dall’influenza statunitense. Dieci anni fa Trudeau disse al New York Times che il Canada “non aveva un’identità di fondo” e che il paese aveva messo da parte le divisioni culturali per diventare “il primo stato post-nazionale”. Oggi Trump ha offerto al partito di Trudeau, fino a poco fa spento e senza slancio, l’opportunità di riscoprire il patriottismo. I politici conservatori gridano al furto di valori, ma intanto i liberali sono riusciti a unire gran parte dei cittadini attorno a un progetto condiviso e rigenerante. Quando l’attore canadese Mike Myers ha sfoggiato una maglietta con la scritta “Canada is not for sale” (“il Canada non è in vendita”), ha dato un nome a un movimento che si stava allargando a macchia d’olio. In uno spot in campagna elettorale, Carney ha messo Myers alla prova, dato che vive negli Stati Uniti, per verificare se fosse ancora un vero canadese (Carney: “Quali sono le due stagioni a Toronto?”. Myers: “L’inverno e i lavori stradali”).
Ma i rapporti con i personaggi famosi possono essere una lama a doppio taglio. A giugno Jagmeet Singh, ex leader del Nuovo partito democratico, di sinistra, è stato visto a un concerto del rapper statunitense Kendrick Lamar, cosa giudicata irrispettosa nei confronti di Drake, il rivale canadese di Lamar. Il rapper di Toronto lo ha accusato pubblicamente, e Singh si è affrettato a chiedere scusa, sostenendo di essere andato al concerto soltanto per vedere l’altra star in scaletta: SZA. Invece il vino di Wayne Gretzky, ex giocatore di hockey canadese, è diventato un’eccezione alla regola del “compra canadese”. Un tempo eroe nazionale, Gretzky oggi è considerato persona non grata per la sua amicizia con Trump. A un chiosco per le degustazioni un oste mi ha detto che tiene le bottiglie di Gretzky il più lontano possibile dalla vista dei clienti.
Tappeto rosso per il re
A ulteriore prova del cambiamento, il patriottismo ha toccato perfino il Québec, terra di elettori indipendentisti e notoriamente scettici verso la parte anglofona del paese. Ad aprile Yves-François Blanchet, leader del Bloc Québécois, ha definito il resto del Canada “un paese artificiale”. Ma molti québécois si stanno avvicinando ai liberali, visti come un baluardo contro Trump, e Blanchet sa bene di dover collaborare con loro. “Questa tregua durerà finché dovremo affrontare la sfida imposta da Trump”, ha dichiarato a Maclean’s.
Perfino i canadesi meno patriottici non riescono a entusiasmarsi all’idea dell’annessione. Davanti al parlamento di Ottawa ho incontrato Nicholas Ewanchuk: sventolava una bandiera pro Trump, una bandiera statunitense con sopra un grande camion e una bandiera canadese capovolta, simboli del convoglio dei camionisti che nel 2022 bloccò la capitale per protestare contro le restrizioni per il covid. Ewanchuk, camionista del Saskatchewan licenziato per non aver rispettato le norme, protesta in città da allora. Quando gli ho chiesto dell’annessione, ha fatto una smorfia, schivando la domanda. “Sai, un tempo non c’erano confini. Prima si chiamava Turtle Island”, ha detto, usando un termine delle popolazioni indigene per indicare il continente nordamericano.
Due giorni dopo il mio arrivo, ho preso un volo per Ottawa per vedere da vicino re Carlo III e la regina Camilla. Carlo era venuto nella capitale per fare un attesissimo discorso davanti al parlamento canadese, noto come “discorso dal trono”, il momento culminante di una visita ufficiale di 24 ore preparata da Carney come sfida simbolica a Trump. Prima ho seguito i reali in una serie di eventi organizzati per celebrare il patrimonio culturale e le bellezze naturali del Canada: il fischio d’inizio a una partita giovanile di hockey, una sosta a un mercato contadino, la piantumazione di un albero, una parata militare. In tutti i casi era pieno di persone che sfoggiavano la bandiera canadese e quella del Regno Unito.
Stendere il tappeto rosso al vecchio padrone coloniale non sembra la massima dimostrazione di sovranità nazionale, ma in quel momento aveva una sua logica: visto che Trump ha una certa predilezione per la famiglia reale, era un modo per mostrare i muscoli, facendo vedere che il paese, in quanto membro del Commonwealth, può convocare il sovrano con poco preavviso, anche se Carlo si stava curando contro un tumore. Di fronte all’aggressività spesso confusa di Trump, la visita mirava anche a rafforzare la posizione del Canada all’interno di un contesto globale più ampio. E, a dispetto dell’idea che le due nazioni siano intuitivamente assimilabili, la cerimonia ha messo in evidenza aspetti fieramente antiamericani del carattere canadese, come i princìpi di “pace, ordine e buon governo” sanciti dalla costituzione. Uno storico della famiglia reale, Justin Vovk, ha dichiarato alla Cbc che perfino il gesto della piantumazione di un albero avrebbe avuto un “valore simbolico in più”, alla luce della retorica di Trump sulle risorse naturali del Canada.
Mentre aspettavo i reali al mercato contadino, ho chiacchierato con alcuni simpatizzanti radunati dietro le transenne di sicurezza. Una donna, Lucia Velasco, mi ha detto di vedere in Carlo una forza stabilizzatrice in tempi di ostilità. “Al momento non siamo in guerra, però…”, ha detto, lasciando la frase in sospeso. Accanto a lei Debbie Guiry, con un cappellino a ombrello decorato con la Union Jack britannica, ha completato il pensiero: “La sensazione è quella”.
Negli anni ottanta c’era ancora ansia per l’imperialismo statunitense
La sera prima del “discorso dal trono” ho incontrato Liam Mooney al Rideau club, un circolo esclusivo creato da due dei padri fondatori del Canada. Mooney, che gestisce un’agenzia di comunicazione a Ottawa insieme alla moglie, ha ideato il celebre cappellino “Canada is not for sale” indossato dal premier dell’Ontario Ford. Con un po’ d’imbarazzo, mi ha confessato di aver pianto solo per la morte di due persone famose: John Madden, commentatore del campionato statunitense di football, e la regina Elisabetta II. In altre parole, una parte di lui avrebbe potuto tranquillamente essere statunitense, ma un’altra decisamente no. A gennaio, dopo l’annuncio delle dimissioni di Trudeau, Mooney ha detto: “Avevamo questo strano problema, il Canada non aveva un padre”. Ora “è arrivato il nonno”, ha chiosato, scherzando ma fino a un certo punto.
Durante le mie settimane in Canada, ho visto molti tentativi di costruire un’identità coerente per una nazione che è sempre stata definita come un armonioso collage di influenze straniere. “Parlare del confine canadese o del 49° parallelo come se fosse qualcosa d’immaginario ti costringe a chiederti: ‘Ok, ma quindi chi siamo davvero?’”, osserva Mooney. “Beh, il Canada è bilingue. Siamo una nazione di pace. Siamo una nazione invernale. Quando fuori ci sono 30 gradi sotto zero, è meglio andare d’accordo con i vicini”, perché fa troppo freddo per uscire a comprare il latte. Mooney ripete un concetto che ho sentito spesso: il paese è un mosaico di popoli, più che un melting-pot in stile statunitense. “Siamo una democrazia parlamentare. Siamo stati fondati da due corone: quella britannica e quella francese”.
Il Canada, una socialdemocrazia in stile europeo creata su una base di conservatorismo moderato, sembra quasi progettato in laboratorio per favorire il compromesso e la cordialità. Sul Globe and Mail un commentatore lo ha descritto come una terra di “autori satirici e cantautori, saggi burocrati in pensione e tanti, tanti contadini”. Su Maclean’s un altro ha confrontato la “lunga e imperfetta tradizione del Canada di tirare avanti in modo pacifico” con quella degli Stati Uniti, “un impero imprevedibile e sempre più disfunzionale”.
Tutto questo rende il nuovo nazionalismo canadese particolarmente sorprendente. Anche se Trump è stato molto esplicito nelle sue minacce, l’aggressività degli Stati Uniti ha un che di astratto. Perfino i sostenitori più fedeli del presidente sembrano solo vagamente consapevoli che il rapporto con uno dei principali alleati commerciali e militari si è ormai irrimediabilmente incrinato. Al contrario in Canada, dove nessuno aveva mai avuto problemi con il vicino, quasi tutti si sono mobilitati e partecipano all’offensiva protezionistica. “Negli Stati Uniti ci sono circa 350 milioni di persone che vanno avanti per la loro strada come se niente fosse”, ha detto Ford, premier dell’Ontario. “Qui invece ci sono 41 milioni di canadesi in fermento, che fanno tutto il possibile per sostenere la causa. Non ho mai visto un patriottismo simile”.
Ci vuole arroganza per far arrabbiare le persone più gentili del pianeta
Un’invasione dopo l’altra
Il “discorso dal trono” è stato pronunciato un martedì alle 11. Anche se il testo era stato preparato dallo staff del primo ministro canadese, il minimo accenno critico nei confronti di Trump, affidato alla voce del monarca, avrebbe fatto notizia. Tutta la classe politica del paese era presente, compreso Pierre Poilievre, il leader conservatore sconfitto. Dalle province delle praterie sono arrivati i rappresentanti delle Prime nazioni, i popoli indigeni, con copricapi tradizionali.
II re ha parlato alternando francese e inglese. “Quando la mia amata madre, la regina Elisabetta II, inaugurò il nuovo parlamento canadese, nel 1957, la seconda guerra mondiale era ancora un ricordo vivo e doloroso”, ha detto Carlo in tono familiare e sommesso. Al suo fianco Camilla indossava una spilla a forma di foglia d’acero. Oggi, ha proseguito, “il Canada sta affrontando sfide senza precedenti nella nostra epoca”. Il re ha parlato di autodeterminazione, stato di diritto e commercio, lasciando pochi dubbi sul bersaglio del discorso. La sua frase finale ha suscitato una standing ovation: “Come ci ricorda l’inno, il vero nord è davvero forte e libero”.
Se l’obiettivo era attirare l’attenzione di Trump, ha funzionato. Poche ore dopo il presidente ha scritto sui social: “Ho detto al Canada, che vuole tanto far parte del nostro favoloso sistema di difesa Golden Dome, che dovrà pagare 61 miliardi di dollari se resterà una nazione separata, mentre il costo sarà di ZERO DOLLARI se diventerà il nostro amato 51º stato. Stanno valutando l’offerta!”.
Durante uno dei miei viaggi ho incontrato Peter Kear, un insegnante di storia in pensione, che mi ha prestato una copia di The fight for Canada. Four centuries resistance to American expansionism (“La battaglia per il Canada: quattro secoli di resistenza canadese all’espansionismo americano”) di David Orchard. A prima vista il titolo mi era sembrato un po’ esagerato. Poi ho aperto il libro e pagina dopo pagina mi sono ritrovato davanti a una sfilza di episodi documentati che descrivono la determinazione con cui gli Stati Uniti hanno cercato di dominare il Canada.
“Venite dunque, generosi cittadini, schieratevi sotto lo stendardo della libertà universale”, scrisse il generale George Washington ai canadesi nel settembre del 1775, annunciando di aver autorizzato un’invasione militare “non per saccheggiarvi, ma per proteggervi”. L’impero britannico aveva da poco conquistato il Québec e il resto della Nuova Francia da Luigi XV, e gli americani cercavano di arruolare la colonia nella loro rivoluzione. I loro appelli però fallirono, in parte grazie a una mossa astuta dei britannici, che concessero alla provincia di mantenere la religione cattolica. Washington lanciò un’invasione di Québec City nella notte di capodanno, conclusasi con un’amara sconfitta e la cattura di 372 dei 500 soldati guidati dal colonnello Benedict Arnold.
Gli Stati Uniti non si diedero per vinti. “La voce unanime del continente è che il Canada deve essere nostro”, insisteva John Adams, delegato del Massachusetts, al congresso continentale (l’assemblea che rappresentava le colonie). Nell’inverno del 1776 Benjamin Franklin fu mandato a nord in missione diplomatica per perorare la causa americana, ma anche quel tentativo fallì. Dopo che gli Stati Uniti conquistarono l’indipendenza, decine di migliaia di “United Empire loyalists” – i lealisti fedeli alla corona – si rifugiarono in Canada, contribuendo all’enorme crescita della popolazione anglofona e, secondo alcuni, gettando le basi per la differenza di temperamento tra il placido Canada e il suo più focoso vicino del sud.
Nel 1812 il presidente statunitense James Madison dichiarò guerra al Regno Unito e provò a invadere nuovamente il Canada (in genere si dice che lo scontro è finito in pareggio, ma mi è stato spiegato che il Canada britannico e i suoi alleati indigeni shawnee andrebbero visti come i veri vincitori: gli americani non conquistarono nessun territorio, mentre i loro avversari arrivarono a dare fuoco alla Casa Bianca).
Nella seconda metà dell’ottocento il movimento per unire le province in una federazione fu spinto anche dalla necessità di resistere all’espansionismo americano, che si temeva potesse estendersi a nord dopo il potenziamento dell’esercito per via della guerra civile. “Bramavano la Florida, e se ne sono impossessati; bramavano la Louisiana, e l’hanno comprata; bramavano il Texas, e lo hanno rubato”, disse Thomas D’Arcy McGee, uno dei padri della confederazione, che se n’era andato dagli Stati Uniti per sfuggire alla loro “attrazione morbosa per il brivido”. Anche dopo che il Canada ottenne il diritto ad autogovernarsi, nel 1867, gli Stati Uniti continuarono la loro guerra economica per piegarlo. Nel 1888 il segretario di stato James Blaine scrisse che, come una mela matura, il Canada sarebbe “caduto nelle nostre mani” e avrebbe “chiesto di entrare nell’unione” se gli Stati Uniti lo avessero colpito con pesanti dazi doganali, quelli che sarebbero poi passati alla storia come McKinley tariff, dal nome del presidente protezionista che piace molto a Trump.
Le relazioni migliorarono nel novecento, ma negli anni ottanta l’imperialismo statunitense continuava ad agitare un po’ i canadesi, al punto che molti temevano che il libero scambio – ancora più del protezionismo – avrebbe dato il colpo di grazia alla loro sovranità. Nel 1988 John Turner, leader del Partito liberale, disse che il patto commerciale con gli Stati Uniti avrebbe ridotto il paese “a una colonia”, dipendente dai capricci delle loro grandi aziende. Quell’anno Turner perse le elezioni, ma i candidati contrari al libero scambio ottennero un milione di voti in più rispetto a quelli favorevoli.
Ecco perché gli studiosi di storia canadese non si stupiscono né dell’ingerenza statunitense né della reazione canadese. “Sembra sempre che gli Stati Uniti pensino: se vi minacciamo con misure economiche, vi unirete spontaneamente a noi”, osserva Christopher Sands, esperto di relazioni tra i due paesi. Sands ha diretto il Canada institute del Wilson Center di Washington, fino a quando, non a caso, il centro è stato smantellato dall’amministrazione Trump. “Quel principio non ha mai funzionato. Ogni volta non ha fatto altro che rafforzare il nazionalismo canadese”.
Macchine inutili
Naturalmente non tutti i canadesi vivono in uno stato di ostilità perenne verso gli Stati Uniti. Anche se nessuno vuole l’annessione, i nuovi patrioti più convinti di solito sono progressisti e liberali bianchi di mezza età. La causa sembra meno sentita nelle zone che dipendono dal petrolio e dal gas nell’Alberta, dove cresce un movimento separatista, o nei quartieri multietnici della periferia di Toronto che hanno votato per i conservatori alle ultime elezioni, più preoccupati per il costo degli alloggi e la qualità della vita. Alcuni gruppi demografici trovano tutto questo patriottismo un po’ imbarazzante.
Nel film del 1995 Operazione Canadian bacon, di Michael Moore, un presidente statunitense fomenta l’odio verso il Canada per risollevare la sua popolarità. La battuta ricorrente del film è: “Ma chi potrebbe mai odiare i canadesi?”. Nel cartone animato South Park i canadesi sono ritratti come creature stravaganti e maligne, accusate di corrompere i giovani. Quello che la cultura pop presenta come una buffonata, Trump lo sta facendo nella realtà: sta prendendo di mira il Canada. Ma le motivazioni restano poco chiare. Durante il suo primo mandato le tensioni commerciali erano aumentate, ma non si parlava certo di cambiare il corso dei fiumi o di un 51º stato.
Non tutte le lamentele di Trump sono campate in aria. Le sue critiche all’industria lattiero-casearia del Québec, molto protezionistica e poco aperta alle importazioni, erano condivise anche dall’amministrazione Biden (il latte è un argomento tabù nella politica canadese: Carney ha già promesso di non affrontarlo nei negoziati commerciali, per non perdere il sostegno della provincia francofona). E oggi molti canadesi concordano con Trump sul fatto che il paese dovrebbe aumentare la spesa per la difesa, così da rispettare gli impegni previsti dalla Nato, come Carney ha detto di voler fare.
Quando Washington si lascia andare a dichiarazioni stravaganti sul Canada, i commentatori ipotizzano che dietro ci sia Peter Navarro, consigliere speciale della Casa Bianca con posizioni molto ostili sul commercio. Nel 2018, durante dei colloqui di routine, Navarro aveva detto che per Trudeau c’era “un posto speciale all’inferno”. Quando avevo mandato un messaggio a Steve Bannon, ex consigliere di Trump e ideologo del movimento Make America great again, per sapere cosa pensasse delle nuove tensioni con il Canada, ha risposto: “È fantastico!”. Ma pochi mesi fa, in un’intervista al Financial Times, il suo atteggiamento era cambiato: “Il Canada ha un impatto ben superiore al suo peso. Se guardiamo alla storia militare, è stato il nostro miglior alleato”. Quando ho provato a chiamarlo per chiarire questa contraddizione, non ha risposto.
“A dirla tutta, non so se ci sia una posizione intellettuale chiara dietro a tutto questo”, mi ha confidato un ex funzionario della politica estera dell’amministrazione Trump.
◆ Il 22 agosto 2025 il primo ministro canadese Mark Carney ha dichiarato che il suo governo non imporrà dazi doganali di ritorsione sui alcuni prodotti statunitensi, tra cui succo d’arancia e lavatrici, per un valore totale di circa venti miliardi di dollari. La decisione è arrivata dopo che Washington aveva deciso di non imporre dazi sulle importazioni canadesi che rientrano nell’accordo commerciale di libero scambio firmato da Messico, Stati Uniti e Canada durante il primo mandato di Trump. Nonostante questo passo distensivo, scrive il Globe and Mail, “sia il Canada sia gli Stati Uniti continueranno ad applicare dazi doganali reciproci su acciaio, alluminio, rame e automobili, oltre ad altri prodotti chiave”.
Anche i dazi probabilmente avranno effetti contrastanti. I canadesi temono che metteranno in ginocchio l’industria automobilistica. “Non ci interessano davvero le auto prodotte in Canada”, ha detto Trump a Carney a maggio. “E a un certo punto non sarà più conveniente per il Canada costruire quelle auto”. Lo stesso mese la General Motors, uno dei principali produttori statunitensi, ha annunciato che avrebbe ridotto i turni nello stabilimento di Oshawa, in Ontario, dove vengono assemblati i fuoristrada Chevrolet Silverado, con circa 650 licenziamenti previsti per l’autunno. L’azienda ha deciso di aumentare la produzione di quel modello nell’Indiana, negli Stati Uniti.
Dall’altro lato, i dazi sull’alluminio imposti da Trump hanno generato perplessità. Gli Stati Uniti importano due terzi di questo metallo proprio dal Canada, ma gli impianti di produzione canadesi sono alimentati principalmente dall’energia idroelettrica del Québec, una risorsa a buon mercato che gli Stati Uniti difficilmente potrebbero replicare. Sylvain Maltais, capo del sindacato dei lavoratori dell’alluminio nella città industriale di Alma, mi ha detto che non ci sono stati licenziamenti e che la Rio Tinto, la multinazionale che possiede gli impianti, sta portando avanti gli investimenti già programmati. “Per ora sta andando bene. Non c’è molta tensione”, ha precisato Maltais. Ma negli Stati Uniti si prevede un aumento dei prezzi dei prodotti venduti in lattina, come acqua gassata e cibo per animali.
Idolo delle folle
Anche se si dovesse arrivare a una tregua commerciale, la resistenza dei canadesi continuerà. Viste le continue uscite di Trump, molti si sono convinti che non saranno mai trattati con rispetto. All’inizio i commentatori tendevano a mettere gli attacchi della Casa Bianca al Canada sullo stesso piano delle sue mire sulla Groenlandia e il Canale di Panamá, come una specie di spacconata imperialista da cartone animato. Ma quando le tensioni si sono inasprite i canadesi hanno cominciato a prendere sul serio la minaccia. Osservando lo squilibrio crescente tra il clima temperato del paese e le zone dell’ovest americano colpite dalla siccità, un giornalista della rivista The Walrus ha previsto un futuro in cui il Canada si trasformerà in uno “stato vassallo”, sfruttato e depredato: “Man mano che le falde acquifere statunitensi si prosciugano, i laghi diventeranno il luogo naturale a cui guardare”.
Prima di ritirarsi dalla politica, Charlie Angus ha rappresentato un’ampia area rurale dell’Ontario. Musicista in una band alt-country chiamata Grievous Angels, Angus si è reinventato come leader del movimento “Elbows up”, pubblicando testimonianze di resistenza quotidiana su Substack e girando i teatri di tutto il paese.
A giugno sono andato a uno dei suoi eventi a Oshawa, città operaia legata alla General Motors e segnata dall’incertezza economica. Il teatro era pieno, con tante persone anziane e qualche esponente sindacale. Angus si è lanciato nel suo monologo appassionato: “Pensavano: il Canada, wow, andiamo a prendercela con i canadesi, no? Insomma, chi è più facile da attaccare dei canadesi? Ora però stanno imparando”. Una volta “non avevamo bisogno di una grande narrazione nazionale. Non dovevamo essere sciovinisti, perché avevamo dei vicini rumorosissimi. Facevamo semplicemente il nostro. Poi, all’improvviso, ci siamo ritrovati con un governo che dice che non abbiamo nemmeno il diritto di esistere. Da un giorno all’altro, qualcosa è cambiato per ogni persona in questo paese. La gente si è stufata e ha detto: ‘Non ci torno in Florida’. Ha chiamato l’albergo in Arizona e ha detto: ‘Non mi importa se perdiamo la caparra’”.
Il fatto che i canadesi portino avanti la loro guerra commerciale in modo così civile non fa che mettere in luce quanto sia profonda la spaccatura tra i due paesi. Ci vuole una particolare aggressività e arroganza per far arrabbiare le persone più gentili del pianeta. Un paio di settimane prima dello spettacolo, io e Angus ci eravamo incontrati a Toronto, al Grizzly Bar. “Pensi che permetterò a quel criminale del cazzo di prendersi il mio paese? Neanche per sogno”, ha detto mentre bevevamo birre canadesi. “E così, all’improvviso, da un popolo tranquillo siamo diventati una nazione di giocatori di hockey teppisti”. ◆ fas
Simon van Zuylen-Wood è un giornalista statunitense che scrive di politica e cultura per New York Magazine.
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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati