Di questi tempi è difficile trovare qualcuno che non veda l’ora di assistere alla Coppa del mondo di calcio maschile. O forse sarebbe meglio chiamarla “Coppa del mondo Maga”, come ha proposto il politologo olandese Cas Mudde. Per Minky Worden, a capo delle iniziative globali di Human rights watch, l’immagine di Gianni Infantino, presidente della Federazione internazionale di calcio (Fifa), mentre consegna a Donald Trump il “premio per la pace Fifa” – poco prima che Washington attaccasse Venezuela e Iran – è “una metafora dei problemi del torneo”. Trump aspira a entrare nel firmamento delle stelle del Mondiale, accanto a Pelé, Diego Maradona e Lionel Messi.

Gli Stati Uniti sono il principale paese organizzatore, con 78 gare in programma (tra cui quasi tutte quelle più importanti), mentre Canada e Messico ne ospiteranno tredici a testa. Io ci sarò, per seguire il mio decimo Mondiale. I tifosi sono indignati perché anche per assistere alle partite minori si pagano migliaia di dollari (ma ora i prezzi stanno crollando perché tanti biglietti sono rimasti invenduti e gli alberghi sono mezzi vuoti). Le ong temono che l’Immigration and customs enforcement (Ice) approfitterà della manifestazione per dare la caccia agli immigrati. Todd Lyons, il direttore dell’Ice, ha dichiarato che la sua agenzia avrà “un ruolo di primo piano” nell’apparato di sicurezza del torneo. Se le persone di origine latinoamericana dovessero presentarsi nei bar e negli stadi indossando le magliette del Messico o della Colombia, potrebbero diventare facili bersagli delle forze dell’ordine.

È vero che questi saranno i “Mondiali di Trump”? Oppure diventeranno un boo­merang per lui? La coppa segnerà l’inizio di una nuova era o si inserirà perfettamente nella storia dei rapporti tra calcio e politica?

Il sogno di Rimet

Il torneo è stato fondato da Jules Rimet, figlio di un droghiere parigino, che diventò presidente della Fifa nel 1921, appena due anni dopo essere tornato a casa dalla prima guerra mondiale, a cui era sopravvissuto per miracolo. Parlava raramente della guerra, ma era chiaro che quell’esperienza aveva stravolto la sua visione del mondo. Come molti reduci, era ossessionato dalla pace. Per tutto il resto della sua vita si concentrò sul “calcio e la riconciliazione tra i popoli”, per citare il titolo di un libretto che pubblicò a ottant’anni. Rimet era convinto che il calcio potesse eliminare “i sospetti e le rivalità che oggi continuano a spingere i popoli gli uni contro gli altri”.

Nel 1930 la Fifa organizzò la prima Coppa del mondo, ma non aveva i soldi. All’epoca l’organismo che governava il calcio a livello mondiale non aveva neanche un conto in banca. E il suo segretario e tesoriere, Carl Hirschmann, un agente di cambio di Amsterdam, investiva in azioni gli esigui fondi dell’organizzazione, all’insaputa di tutti. La Fifa aveva bisogno di un paese ospitante disposto a pagare per gli stadi, le infrastrutture, la sicurezza e tutto il resto.

Per fortuna si fece avanti l’Uruguay. L’intervento si rivelò provvidenziale quando il crollo della borsa del 1929 mandò in rovina Hirschmann e azzerò quasi tutte le risorse della Fifa. Da allora il principio secondo cui “chi ospita paga” è rimasto alla base del torneo. Negli anni questa dinamica ha spinto la federazione ad affidarsi a paesi governati da autocrati in cerca di prestigio e capaci di spendere somme enormi senza dover rendere conto al parlamento o all’opinione pubblica.

La seconda edizione, nel 1934, si disputò nell’Italia di Benito Mussolini. Rimet, che durante la seconda guerra mondiale avrebbe collaborato con il regime di Vichy, non aveva problemi con il fatto che il torneo fosse organizzato da un paese fascista. La sua idea di “pace attraverso il calcio” permetteva alla Fifa di fare affari con qualsiasi stato (a eccezione delle colonie, che non contavano nulla). Rimet cercò di compiacere il dittatore italiano (un’impresa non sempre facile) e in seguito scrisse di aver avuto “l’impressione che il vero presidente della federazione internazionale di calcio fosse Mussolini”.

Il sindaco di New York Zohran Mamdani, appassionato di calcio africano e tifoso dell’Arsenal, guida la protesta contro il costo dei biglietti

La sera in cui l’Italia vinse la finale, il presidente della federazione di calcio italiana, il generale Giorgio Vaccaro, portò gli uomini della Fifa a cena in un ristorante lussuoso di Ostia. Nelle memorie scritte dopo la fine della seconda guerra mondiale, Rimet sembra consapevole che alcuni lettori avrebbero potuto non gradire il passato di Vaccaro alla guida delle truppe fasciste sul fronte orientale, ma sottolinea che non era necessario “apprezzare la sua attività politica” e garantisce che Vaccaro era stato un ospite impeccabile.

In seguito la Fifa candidò Rimet al premio Nobel, ma nel 1956, mentre veniva preparato il dossier da presentare al comitato norvegese, lui morì, a 82 anni. Nei decenni successivi la Fifa ha continuato a strizzare l’occhio ai regimi più brutali. La giunta militare argentina ospitò il torneo nel 1978, mentre nel 2018 è toccato a Vladimir Putin. Nel 2034 sarà il turno del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Sempre nello spirito della “pace attraverso il calcio”. Il predecessore di Infantino, Sepp Blatter, raccontava di aver incontrato l’organizzazione che gestisce il Nobel per chiedere che il premio per la pace fosse assegnato “al calcio, non a una persona. È per il movimento, per la Fifa”. Nel 2015 Putin, che di guerra e pace se ne intende, ha dichiarato che Blatter avrebbe assolutamente dovuto ricevere il Nobel.

I Mondiali del 2018 hanno preso il via a Mosca con il “derby del petrolio” tra Russia e Arabia Saudita. Prima del calcio d’inizio, quando Putin si è alzato per fare un discorso, il pubblico (quasi tutti russi) ha applaudito, ma solo per pochi secondi. Mentre il presidente parlava del calcio come strumento per diffondere l’amore, l’attenzione dei tifosi è scesa rapidamente e la sua voce è stata coperta da un brusio di chiacchiere. Il boato più forte è arrivato quando Putin ha concluso il suo discorso, prima di sedersi e mettersi a parlare con Bin Salman e Infantino.

Premio di consolazione

Quel momento ha segnato l’ingresso di Infantino nel club degli autocrati. Sarà stata un’esperienza elettrizzante per un funzionario svizzero anonimo e senza carisma ritrovatosi improvvisamente a capo della federazione nel 2016. Nel corso degli anni è diventato sempre più simile ai compagni del club: è ricco (l’anno scorso ha guadagnato più di sei milioni di dollari) e non si deve preoccupare né del consenso (è stato rieletto due volte senza avversari) né delle critiche dei mezzi d’informazione (la sua ultima conferenza stampa risale al 2023). Infantino amministra la Fifa da solo, al punto che il modo migliore per seguire l’attività dell’organizzazione è controllare il suo profilo Instagram.

Di sicuro ama frequentare i potenti. Con l’avvicinarsi di questi Mondiali, ha lavorato soprattutto dalla sede della Fifa a Miami, poco lontano dalla tenuta di Trump. L’anno scorso il presidente degli Stati Uniti ha passato più tempo con lui che con qualsiasi capo di stato. Infantino, tra le altre cose, ha partecipato al “vertice per la pace” organizzato da Trump a Sharm el Sheikh, in Egitto, dove ha festeggiato il presunto cessate il fuoco tra Israele e Hamas. “Senza Trump non ci sarebbe la pace”, ha dichiarato in quell’occasione, promettendo che la Fifa avrebbe “sostenuto e assistito” il “processo di pace”. Era anche al primo vertice del consiglio della pace di Trump e alla prima del documentario su Melania Trump.

Da capo della Fifa, ha capito la frustrazione di Trump per non aver ricevuto il Nobel e ha pensato di consolarlo con il “premio della pace Fifa”. Questa deferenza probabilmente non fa bene alla reputazione della Coppa del mondo. A questo punto è evidente che la federazione ha rinunciato a quella capacità di pressione e negoziazione che normalmente esercita sui paesi ospitanti. Ma l’obiettivo di Infantino sembra essere più personale.

Trump vede i Mondiali di calcio in modo diverso rispetto a tutti i presidenti autoritari che li hanno organizzati prima. Mussolini, i generali argentini, Putin e la famiglia reale del Qatar cercavano di fare sportwashing, cioè usare il torneo per proiettare l’immagine di un paese accogliente e con infrastrutture all’avanguardia. Mussolini pagò il viaggio ai tifosi stranieri, mentre la giunta argentina costruì un muro lungo la strada principale che porta a Rosario, facendoci dipingere sopra le facciate di case eleganti, nel goffo tentativo di nascondere le baraccopoli (il “muro della miseria” ebbe vita breve, perché gli abitanti delle baraccopoli rubarono il cemento per allargare le loro case). Putin permise ai visitatori di entrare in Russia senza bisogno di un visto.

Protesta in diretta

Trump non è interessato allo sport­washing, anche perché non vuole apparire rassicurante ed è orgoglioso di essere ostile nei confronti degli stranieri. I tifosi di Haiti, Senegal, Costa d’Avorio e Iran non potranno chiedere un visto per assistere alle partite della loro nazionale, un elemento che sembra violare le regole della Fifa contro la discriminazione. Inoltre Trump non cerca minimamente di nascondere le violenze commesse dal suo esercito o dall’Ice, anzi se ne vanta. L’obiettivo di questi Mondiali non è cambiare l’immagine degli Stati Uniti di Trump all’estero.

Piuttosto, il presidente vuole essere il protagonista principale del più grande spettacolo del mondo. Ha dichiarato che la coppa è “come avere molti Super Bowl di football in pochi giorni. Alcune partite sono più importanti del Super Bowl”. Ha ragione: da tempo le singole partite dei tornei internazionali di calcio attirano un pubblico televisivo più numeroso.

Se altri leader puntavano a patrocinare un evento senza scossoni, Trump ha imparato dalla tv e dai reality show che il conflitto genera intrattenimento. Possiamo aspettarci che parli quotidianamente del torneo, con commenti sui tifosi di Haiti, sulla squadra iraniana, sul Canada (il “51° stato americano”) e su altro. Sarà tentato di intervenire direttamente nelle vicende del torneo. Quello che forse non farà è sostenere più di tanto la nazionale statunitense, perché la squadra ha pochissime speranze di vincere e perché alcuni giocatori potrebbero criticarlo (è successo più di una volta che atleti statunitensi snobbassero i suoi inviti alla Casa Bianca).

Ma questi Mondiali non saranno solo “lo show di Trump”. Se i leader politici cercano sempre di strumentalizzare il torneo, i loro oppositori usano quel palcoscenico per contestarli. Quando la squadra italiana arrivò a Marsiglia per la Coppa del mondo del 1938, “si scontrò con la Norvegia in campo e con diecimila esuli politici italiani sugli spalti”, scrive Simon Martin, autore di Calcio e fascismo (Mondadori 2006). In quell’occasione il saluto fascista eseguito dai calciatori prima del calcio d’inizio provocò quella che il commissario tecnico dell’epoca Vittorio Pozzo definì “una raffica di fischi e insulti”. La squadra rispose ripetendo il saluto.

Donald Trump con Gianni Infantino, presidente della Fifa, e John Elkann, presidente della Stellantis (a destra). Washington, 18 giugno 2025 (Doug Mills, Afp/Getty)

Spesso i Mondiali finiscono per attirare l’attenzione verso problemi che il paese ospitante vorrebbe nascondere. Le ong straniere hanno approfittato delle edizioni in Argentina e Qatar per sottolineare rispettivamente le torture inflitte dalla giunta militare ai dissidenti e il trattamento disumano dei lavoratori nei cantieri degli stadi. Al contrario di quei regimi, Trump deve preoccuparsi delle proteste interne, e sfortunatamente per lui il torneo si svolge quasi per intero in città progressiste. Tutte le undici città che ospiteranno le partite, infatti, hanno scelto un candidato democratico alle elezioni più recenti. All’interno e all’esterno degli stadi, una Coppa del mondo offre un palcoscenico ideale al dissenso. I Mondiali potrebbero trasformarsi in un terreno di scontro nella guerra culturale, come d’altronde quasi ogni evento negli Stati Uniti.

Lo stadio storicamente è un luogo di libertà universale. Anche in paesi guidati da regimi autoritari, è spesso l’unico luogo dove grandi folle si riuniscono per cantare e gridare quello che vogliono. Tradizionalmente la Fifa reprime ogni gesto “politico” negli impianti in cui si disputano le partite, e agli spettatori è vietato diffondere messaggi di natura politica. Nel 1998, in occasione dell’incontro tra Iran e Stati Uniti disputato a Lione, in Francia, ho assistito a quella che forse è stata la più eclatante protesta della storia della Coppa del mondo. Appena prima del calcio d’inizio, migliaia di iraniani che vivevano in Europa si sono alzati e hanno mostrato magliette con la faccia della leader dissidente Maryam Rajavi. Ogni volta che il pallone finiva sugli spalti, gli spettatori si alzavano in piedi per far vedere le magliette. Ma chi guardava la partita in tv non se n’è accorto, perché la Fifa aveva dato ordine di non riprendere quelle persone. Purtroppo per Trump, stavolta la strategia non funzionerà, perché i tifosi si filmeranno da soli con i telefoni. Con la sua popolarità ai minimi storici, probabilmente verrebbe fischiato se la sua faccia dovesse comparire sui maxi schermi. La prospettiva di una simile umiliazione potrebbe tenerlo lontano dagli stadi.

Lacrimogeni sui tifosi

L’America progressista sta sfruttando il torneo per organizzare una mobilitazione coordinata. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, appassionato di calcio africano e tifoso dell’Arsenal, ha capito che c’era spazio per un politico di sinistra innamorato del calcio. Oggi guida la protesta contro il costo esorbitante dei biglietti e di recente ha annunciato di averne ottenuti mille che saranno distribuiti a 50 dollari ai newyorchesi. Anche Karen Bass, la sindaca di Los Angeles, ha cavalcato la rabbia per i prezzi dei biglietti, mentre i procuratori generali di New York e del New Jersey stanno indagando sulla gestione dei tagliandi da parte della Fifa. Tutto questo riflette la recente attenzione riservata dai democratici all’accessibilità economica in un paese governato da un miliardario.

L’altro potenziale elemento di scontro riguarda il ruolo dell’Ice. Secondo Celso Thomas Castilho, storico dell’università di Vanderbilt, il problema si era già posto ai tempi degli ultimi Mondiali negli Stati Uniti, quelli del 1994. Negli anni ottanta i flussi di persone dall’America Latina in California erano aumentati del 70 per cento, e nel 1994 il governatore dello stato Pete Wilson aveva basato la sua campagna elettorale sulla lotta contro “l’immigrazione illegale”. Quando Wilson fece un discorso in occasione della partita tra Colombia e Romania, fu sommerso di fischi da una folla composta soprattutto da ispanici. Castilho ricorda che gli agenti in assetto anti-sommossa lanciarono candelotti lacrimogeni contro i tifosi che a Los Angeles festeggiavano la vittoria del Messico contro l’Irlanda. Era l’America di Bill Clinton. Immaginate cosa potrebbe succedere se dovesse capitare qualcosa di simile con Trump presidente. Quando 48 nazioni, ognuna con i suoi conflitti e la sua diaspora negli Stati Uniti, si ritrovano improvvisamente al centro dell’attenzione mondiale, le possibilità che si verifichino scontri di vario tipo diventano infinite.

I calciatori iraniani sono entrati spesso in rotta di collisione con il loro regime. In occasione della Coppa d’Asia femminile organizzata quest’anno, sei giocatrici della nazionale iraniana hanno chiesto asilo politico in Australia dopo essersi rifiutate di cantare l’inno nazionale prima di una partita.

Il regime di Teheran vorrebbe evitare le manifestazioni di dissenso durante i Mondiali. Il mese scorso le autorità hanno confiscato i beni dell’ex stella del calcio locale Ali Karimi, mentre all’inizio dell’anno l’ex portiere Rashid Mazaheri era stato arrestato dopo aver criticato la guida suprema Ali Khamenei. Tuttavia, la diaspora iraniana sarà libera di esprimersi. L’attivista iraniana-canadese Maryam Shojaei, sorella dell’ex capitano della nazionale Masoud Shojaei, è sicura “che ci saranno grandi proteste”.

Ma forse non bisogna aspettarsi che questo teatro politico porti un reale cambiamento. I Mondiali finiscono presto, lasciandosi dietro solo ricordi. Soprattutto negli Stati Uniti di Trump, dove il ciclo delle notizie si muove a una velocità forsennata. Le opinioni sulla sua presidenza sono troppo radicate per essere modificate da partite di calcio. E gli elettori indecisi sono più interessati al prezzo della benzina che agli eventi sportivi.

La vita e la morte

La verità è che l’impatto più significativo di questi Mondiali riguarderà le edizioni future. Aumentando i prezzi dei biglietti, la Fifa ha involontariamente trasformato l’evento in un referendum su cosa dovrebbe essere una Coppa del mondo: un’opportunità per generare introiti o un bene pubblico internazionale? Continuo a incontrare tifosi così furiosi da dire che non guarderanno le partite. Sospetto che molti di loro cambieranno idea quando comincerà il torneo, e ne sono felice. I Mondiali non appartengono a Trump né a Infantino. La Fifa li organizza e incassa, ma è un evento quasi interamente televisivo che porta felicità alle persone in tutto il mondo. Gli appassionati si riuniscono nei salotti di casa per guardare le partite, un’esperienza rara in un’epoca in cui tutti guardano i contenuti digitali da soli, sullo schermo del cellulare o del computer. All’improvviso l’interesse di metà della popolazione mondiale converge su un elemento comune. Nel libro Calcionomia (il Saggiatore 2019), che ho scritto con Stefan Szymanski, raccontiamo che di solito il tasso di suicidi cala nei paesi europei che partecipano ai Mondiali, probabilmente perché le persone sole possono partecipare a un evento collettivo.

Inizialmente non riuscivo a trovare il modo di spiegare cosa ci sia di speciale in una Coppa del mondo, ma poi, una mattina, mi sono ritrovato in una chiesa anglicana vuota nei pressi del Marble Arch di Londra, in compagnia del vicario, padre Lincoln Harvey, tifoso dell’Arsenal e autore di Breve teologia dello sport. Harvey mi ha detto che la Coppa del mondo è un po’ come una festa religiosa, ma condivisa da persone di tutte le religioni e anche dagli atei. È una celebrazione di molte cose: del calcio, dei grandi atleti ma anche del concetto di squadra, della propria nazione ma anche di tutte le nazioni partecipanti. Durante i Mondiali la gente onora le qualità uniche (e spesso immaginarie) del Brasile, dell’Inghilterra, di Haiti e di tutti gli altri paesi. Le squadre competono gioiosamente, consapevoli che il calcio è semplicemente la cosa più importante tra quelle che non sono importanti. Le vittorie e le sconfitte sono una rappresentazione della vita e della morte, piene di casualità, imprevisti e svolte inattese. Il torneo “è la cosa più bella che ci sia”, ha concluso Harvey. Continuerò a seguire i Mondiali fino a quando ne avrò la possibilità. ◆ as

Simon Kuper è un giornalista britannico che si occupa principalmente di sport. In Italia ha pubblicato Calcio­nomia (il Saggiatore 2019).

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati