A Ginevra i milioni di dollari movimentati dagli operatori finanziari nel settore del petrolio non passano inosservati. SuisseNégoce, la lobby dei commercianti di materie prime, è preoccupata per i recenti casi di home jacking (rapine in casa in presenza dei proprietari) che le autorità non sarebbero riuscite a prevenire. L’organizzazione esorta il cantone a usare tutti i mezzi necessari per ridurre la criminalità, altrimenti le grandi aziende potrebbero trasferirsi altrove, per esempio a Londra o a Singapore. “La Svizzera ha la reputazione di paese sicuro, e deve continuare a esserlo”, spiega Florence Schurch, segretaria generale di SuisseNégoce. “Lanciamo un campanello d’allarme, perché purtroppo le cose stanno cambiando”.
La richiesta più urgente riguarda una legge che renda anonime le transazioni immobiliari nella Feuille d’avis officielle (Fao, una pubblicazione che raccoglie atti amministrativi, giudiziari e altre comunicazioni ufficiali delle autorità), dove ora sono registrate obbligatoriamente con il nome dell’acquirente e l’indirizzo. Queste informazioni sarebbero “buoni suggerimenti” per i “gruppi criminali provenienti dalla Francia”. Ma spesso i malviventi si servono direttamente degli indizi raccolti sui social media, dove i figli degli operatori di mercato ostentano spesso e volentieri uno stile di vita dispendioso e sfrenato.
Negli ultimi anni, le pagine della Fao si leggono come un bollettino di salute del fiorente commercio di materie prime a Ginevra, un settore che movimenta un terzo del petrolio mondiale.
Qualche mese fa, per esempio, Richard Holtum, il capo della Trafigura, si è regalato una seconda villa a un chilometro dalla prima, nel ricco comune di Collonge-Bellerive, sulle rive del lago Lemano. Per 24,5 milioni di franchi svizzeri (26,6 milioni di euro), l’ex capitano dell’esercito britannico potrà beneficiare di un nuovo accesso diretto al lago. La sua casa, che si trova in un parco di 2.649 metri quadrati, è protetta da una siepe alta due metri.
Nel 2022 l’acquisto di una villa da cinquanta milioni di franchi svizzeri a Pregny-Chambésy da parte del britannico Mike Wainwright, numero due della Trafigura, aveva aperto le danze. Da allora si sono susseguiti gli acquisti di immobili di lusso da parte dei dipendenti del colosso specializzato nel commercio del greggio: tra quelli degli ultimi anni ci sono una residenza da cinquanta milioni di franchi svizzeri a Cologny, una villa da dieci milioni a Vandœuvres e ancora una proprietà a Collonge-Bellerive, del valore di quaranta milioni.
Il capitale della Trafigura, che non è quotata in borsa, è detenuto da circa 1.400 dipendenti, che si dividono i profitti, anche se – come in una squadra di calcio – sono le star, cioè gli operatori di mercato che seguono le operazioni più redditizie, a incassare i bonus più sostanziosi. Per l’esercizio chiuso il 30 settembre 2025 i dividendi distribuiti ai dipendenti hanno raggiunto i tre miliardi di dollari (2,56 miliardi di euro). Una cifra inferiore rispetto al 2023, quando la crisi energetica provocata dall’invasione russa dell’Ucraina li aveva portati a sei miliardi. Ma tutto lascia pensare che il 2026 sarà ancora più ricco. La chiusura dello stretto di Hormuz, infatti, non è una catastrofe per tutti. Come la Trafigura, anche le altre aziende leader di settore con sede a Ginevra – la Vitol, la Mercuria o la Gunvor (fondata nel 2000 da Guennadi Timchenko, vicino al presidente russo Vladimir Putin, e dallo svedese Torbjörn Törnqvist) – dovrebbero trarre enormi profitti. La Totsa, un’azienda del gruppo TotalEnergies con sede a Ginevra, avrebbe concluso un’operazione da un miliardo di dollari poco prima dell’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani in Iran e del conseguente aumento dei prezzi del petrolio, assicurandosi le spedizioni di superpetroliere cariche di greggio. Sono proprio queste differenze tra il prezzo di una quantità di petrolio pronta per la consegna e quello virtuale scambiato sul mercato dei futures (contratti con cui si scambia una merce a un prezzo prefissato con consegna o liquidazione a una data futura) che portano guadagni enormi.
“Questi extraprofitti dovrebbero essere tassati immediatamente, perché sono la conseguenza di un conflitto che inciderà sul costo della vita qui in Svizzera”, sostiene Raphaël Mahaim, deputato dei Verdi del cantone Vaud al parlamento federale svizzero di Berna. “Con queste entrate fiscali supplementari si potrebbero finanziare interventi pubblici per attenuare gli effetti sociali dell’aumento dei prezzi”.
Tra i firmatari di una proposta parlamentare che non ha alcuna possibilità di essere approvata (il parlamento è per due terzi schierato a destra), Mahaim ritiene che in Svizzera l’assenza di una vera autorità di vigilanza sul mercato delle materie prime, analoga all’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari per il settore bancario, “si accompagni a un deficit di regolamentazione e di trasparenza, che può facilitare operazioni opache. È un’opinione piuttosto diffusa che questo settore sarà il prossimo grande scandalo internazionale a colpire il paese, com’è successo in passato con il segreto bancario”.
◆ È ancora presto per dire se il 2026 frutterà al settore delle materie prime più soldi di quelli guadagnati tra il 2022 e il 2023 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma Bloomberg riferisce che vari operatori stanno registrando gli utili più alti degli ultimi quattro anni. I profitti affluiscono in gran parte in Svizzera, dove hanno sede i più importanti intermediari del commercio di greggio e altre materie prime. La Vitol, la leader di mercato, ha dichiarato che, secondo una stima preliminare, nel primo trimestre del 2026 dovrebbe registrare utili per due miliardi di dollari. Tra l’ottobre 2025 e il marzo di quest’anno la Trafigura ha messo a segno i due trimestri più ricchi della sua storia. La Gunvor ha guadagnato più soldi nel primo trimestre del 2026 che in tutto il 2025, mentre il capitale della Mercuria Energy quest’anno dovrebbe raggiungere un rendimento record compreso tra il 25 e il 50 per cento, con utili che potrebbero arrivare a 3,2 miliardi di dollari.
Questi guadagni sono dovuti agli enormi rincari provocati dalla chiusura dello stretto di Hormuz, che ha scatenato una corsa furiosa per accaparrarsi i pochi carichi di greggio disponibili. Chi vuole avere subito il petrolio deve accettare prezzi astronomici: è il caso dello Sri Lanka, dove ad aprile un barile valeva 286 dollari, inclusi i costi di spedizione e assicurazione. Le aziende del settore guadagnano su ogni barile di greggio fino a 20-30 dollari, un margine enorme se si pensa che di solito incassano al massimo un dollaro al barile.
Manodopera qualificata
L’ong Public eye ha cercato di misurare il peso di queste aziende nell’economia. Non è semplice, perché nessuna delle merci negoziate negli uffici di Ginevra o Zugo transita sul territorio nazionale. Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il volume degli scambi di materie prime orchestrati in Svizzera raggiungeva quasi i novanta miliardi di franchi svizzeri all’anno, pari al 10 per cento del pil nazionale. “È utile osservare che, in caso di infrazione per pratiche fraudolente, queste aziende subiscono multe irrisorie rispetto al loro peso: al massimo cinque milioni di franchi svizzeri. Le sanzioni sono molto più pesanti nel Regno Unito o negli Stati Uniti”, spiega Adriá Budry Carbó, analista di Public eye.
Gli operatori di mercato del petrolio sono concentrati a Ginevra. Ma in Svizzera ci sono complessivamente novecento aziende, che danno lavoro a diecimila persone in vari settori, dalle fonti fossili ai metalli fino ai prodotti alimentari.
Per rendersi conto della forza del settore, basti pensare che a Ginevra si fissa il prezzo dell’Azeri Light, il greggio estratto al largo dell’Azerbaigian; e che dalla città svizzera si noleggiano vani cargo tra Santos, in Brasile, e Port Said, in Egitto.
Negli anni in Svizzera è stato costruito un sistema in grado di offrire un’ampia varietà di servizi grazie al personale qualificato e poliglotta: dal finanziamento del commercio al trasporto marittimo, passando per consulenze legali e fiscali e le ispezioni dei carichi.
Le aziende che commerciano materie prime hanno scelto la Svizzera per i vantaggi fiscali, la stabilità politica e un quadro normativo relativamente flessibile. “In realtà, è estremamente rigido rispetto ad altri centri come Dubai e Singapore”, ribatte Schurch, di SuisseNégoce. “Nessuno contesta che ci siano stati casi di corruzione, ma risalgono a più di dieci anni fa. All’epoca non esisteva un quadro giuridico sulla corruzione, e nel frattempo il settore è cambiato. Quanto a una maggiore regolamentazione, siamo già sottoposti a ogni tipo di norme, standard e sanzioni in tutti i paesi in cui compriamo le materie prime e in tutti quelli in cui le vendiamo”.
In effetti dal 2022 il Codice delle obbligazioni svizzero impone ad alcune imprese – in particolare quelle attive nel settore delle materie prime – di dar conto dell’incidenza delle proprie attività su questioni ambientali, sociali, relative ai diritti umani e alla lotta contro la corruzione. Un’iniziativa parlamentare mira inoltre a istituire un’autorità di vigilanza sui mercati incaricata di far rispettare le norme e di rafforzare la trasparenza.
Per le aziende che commerciano materie prime è un tipico caso di “Swiss finish”, cioè quel livello aggiuntivo di regolamentazione nazionale che va oltre gli standard internazionali e rischia quindi di metterle in una posizione di svantaggio rispetto alla concorrenza che opera in paesi ancora meno esigenti.
A Ginevra tutti ricordano che, dopo le sanzioni adottate dalla Svizzera contro la Russia nella primavera del 2022, gli operatori di mercato che commerciavano il petrolio russo – a cominciare dalla Rosneft Trading e dalla Litasco – si sono trasferiti a Dubai, da dove si pensa gestiscano il traffico della cosiddetta flotta fantasma del Cremlino. Una quindicina di anni fa la città svizzera gestiva fino all’80 per cento delle esportazioni di greggio russo.
Ecco il paradosso elvetico: mentre la sinistra vorrebbe un inasprimento della legge a livello federale su queste attività altamente redditizie, le entrate fiscali che ne derivano non disturbano nessuno a livello locale. Il piccolo e benestante comune di Rolle, sulle rive del lago Lemano, a trenta minuti da Ginevra, conta sempre più espatriati, spesso anglosassoni, decisamente poco discreti. Come i conducenti di due Lamborghini Revuelto da 668mila euro l’una, che percorrono la via principale facendo rombare il loro motore V12 da 1.015 cavalli. Il commento, a metà tra il divertito e il rassegnato, di un consigliere comunale: “Non si può dire che amiamo questi personaggi. Ma, anche se poco tassati, saranno comunque i loro soldi a pagare il nuovo asilo nido”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati