Nel 2013, la giovane attrice Phoebe Waller-Bridge debuttava con un eccentrico monologo in un’umida sala del Fringe festival di Edimburgo. _Fleabag _sarebbe diventata in seguito un successo teatrale, una popolarissima serie tv e avrebbe vinto decine di premi. Ma come farà una Waller-Bridge di domani a farsi notare nel paesaggio segnato dalla pandemia? Con i festival cancellati, i luoghi di sperimentazione chiusi e gli artisti indipendenti sottoposti a enormi pressioni finanziarie, che ne sarà delle opere fresche, innovative e militanti che sono la linfa vitale del teatro? Lo abbiamo chiesto a Mark Russell del Public theatre di New York. Da 17 anni Russell dirige Under the radar, un festival che si pone l’obiettivo di presentare nuovi talenti sorprendenti e originali.

Fuori dagli schemi

“Sono gli artisti che, per usare una frase trita, pensano fuori dagli schemi”, dice Russell. “Sono gli artisti del futuro, che riescono a uscire dalla nicchia: persone come Taylor Mac, Tarell Alvin McCraney o Rachel Chavkin hanno cominciato tutte dall’avanguardia”. La diciassettesima edizione di Under the radar dovrebbe essere in pieno svolgimento. Fino a novembre Russell aveva sperato di poter organizzare un evento dal vivo. “Ho immaginato quindici bellissime versioni del festival, tutte rimaste fantasie”, dice. Ma quando è arrivato l’inverno e i teatri di New York sono rimasti chiusi, ha dovuto trovare una soluzione. Il risultato è Under the radar online, un’interessante versione alternativa, di respiro internazionale.

 La cosa che colpisce, dice Russell, è che la versione online si è rivelata tutt’altro che un ripiego. Gli artisti più innovativi sanno trasportare il loro impulso sperimentale anche nella sfera virtuale. “Il punto di partenza di Under the radar è sempre stata la domanda: ‘perché fare teatro oggi?’”. Quest’anno è lo stesso. “Gli artisti che partecipano rivendicano il valore del teatro dal vivo. Ognuno di loro sta cercando il modo di tenere vivo il senso della propria ricerca anche via Zoom”.

Tra gli spettacoli in programma c’è Disclaimer, una lezione di cucina virtuale con una sottile analisi politica sottotraccia, in cui la scrittrice Tara Ahmadinejad interpreta una donna che prepara un pasto per la sua famiglia iraniana, con il pubblico che prende il posto dei suoi parenti. _Rich kids. A history of shopping malls in Teheran _di Javaad Alipoor combina il dramma digitale con un feed Instagram dal vivo; _A thousand ways (part one) _di 600 Highwaymen mette due sconosciuti in collegamento telefonico per un’ora. “È un’esperienza intima che stimola l’immaginazione”, dice Russell. “Quando l’ho vissuta, ho sentito di aver trovato un nuovo amico”.  I festival possono guidare l’innovazione artistica, ma mettono anche a fuoco le inquietudini sociali. Quest’anno, l’elemento comune della maggior parte dei lavori è il forte senso d’isolamento e il desiderio di superarlo ricercando la partecipazione del pubblico nello spettacolo.

Anche Ross Drury, direttore artistico del festival digitale multidisciplinare Living record, coglie un bisogno crescente degli artisti di realizzare lavori che consentano al pubblico di partecipare. Il suo programma include uno spettacolo radiofonico interattivo – la gente del pubblico compila un questionario e riceve un file audio che corrisponde alle sue scelte – e The noisy isle, un’esperienza teatrale per bambini da riprodurre in casa, con tanto di apposito kit. “L’essenza dell’arte digitale è dare al pubblico l’autonomia per plasmare la storia”, dice Drury.

Disclaimer (Maria Baranova, Under the Radar)

A differenza di Under the radar, il Living record è un’iniziativa appena nata. È una piattaforma online per festival, con base nel Regno Unito, pensata proprio per rispondere alle esigenze del momento che stiamo vivendo. E come Under the radar mette l’enfasi sulla novità, sulla sperimentazione e la militanza. Drury ha cercato di creare una sorta di punto d’incontro, in particolare per artisti d’avanguardia il cui lavoro rischia di essere sommerso dall’attuale proliferazione di contenuti online. Non si aspettava l’interesse di addirittura 44 compagnie. “Alcune stavano già lavorando nel campo digitale”, dice Drury. “E ne abbiamo aiutato altre ad attrezzarsi”.

Un anno davanti al video

Il festival, sostenuto da finanziamenti pubblici e privati, propone una miscela eclettica di spettacoli che usano vari formati, sia audio sia video. Ci sono commedia, poesia, spettacoli per famiglie, cucina, teatro. Ram of God _è un eccentrico pezzo comico su un nuovo culto, mentre _Thrown è una meditazione binaurale sulla coscienza. Drury spera di offrire un’autentica esperienza da festival a un pubblico che possa scegliere e mescolare, vagare da uno spettacolo all’altro e anche incontrarsi in un bar virtuale. “Fin dall’inizio c’era l’obiettivo di creare una sorta di galleria, una vetrina a cui il pubblico potesse dare un’occhiata”, dice. “E, per gli artisti, c’è la forza di ritrovarsi tutti uniti in un collettivo. Abbiamo tutti più probabilità di successo se siamo insieme sulla piattaforma”.

Ma dopo un anno passato su Zoom, il pubblico non rischia di essere stanco dello schermo? Drury suggerisce che i lavori più fantasiosi tengono conto di questo e cercano di proporre qualcosa di fresco e immediato. In futuro l’arte digitale potrebbe essere accoppiata alla performance dal vivo, aggiunge, invece di sostituirla. “Gli spettacoli dal vivo potrebbero essere ‘rivestiti’ da elementi digitali. Come l’estensione di un videogioco. Sono convinto che l’arte digitale diventerà un nuovo movimento e farà parte dell’ecosistema del paesaggio teatrale”.

Anche Russell vede aspetti positivi in questi nuovi modi di lavorare: poter espandere i confini del mainstream e allargare l’accesso all’arte, affrontando anche il tema del cambiamento climatico. “Non credo che usciremo da questa pandemia con le stesse regole”, dice. “Nel momento più duro dell’epidemia di aids, lanciammo un’iniziativa chiamata Day without art: stavamo cercando d’immaginare cosa sarebbe successo se non ci fosse più stata l’arte. Ora abbiamo passato un anno intero così. Le persone cominciano a rendersi conto di quanto l’arte faccia parte delle loro vite. La creatività a cui gli artisti hanno attinto per mantenersi in vita e connettersi al proprio pubblico resterà, e credo che organizzerò un festival virtuale accanto a quello dal vivo anche quando torneremo alla normalità”.

Ma, avverte Russell, gli artisti che oggi possono aiutarci a fare passi in avanti sono anche quelli più a rischio finanziariamente: “Perderemo una generazione se non staremo attenti. È un’ecologia delicata. Se non sosteniamo le persone che vivono fuori dagli schemi, ce ne accorgeremo nei prossimi dieci anni”. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 71. Compra questo numero | Abbonati