“Che sofferenza”, mi dice Maggie James mentre passeggiamo per Gion, il quartiere storico delle geisha a Kyoto. È una calda sera di aprile, e James, mediatrice di lusso per visitatori del jet-set, mi fa da guida nel quartiere, oggi emblema della piaga che affligge la città giapponese e, sempre più, il resto del mondo: troppi turisti. Le tranquille strade di Gion, fiancheggiate da lanterne e basse case in legno in stile machiya, sono invase da turisti stranieri ingessati nei loro kimono di poliestere, affittati per l’equivalente di venti dollari al giorno. “Nessuno di loro è giapponese”, dice James indicando un gruppo di uomini in completi elaborati. “Eppure girano vestiti da shogun da capo a piedi”. Passiamo davanti a una bottega di spezie dove lei e i suoi amici andavano spesso, finché i proprietari hanno cominciato a vendere la “spezia del samurai” ai turisti.
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Quando arriviamo su Hanamikoji, la via principale di Gion, non riesco a trattenere un wow a voce alta davanti alla folla, un fiume umano che sembra non finire mai. “È una strada magnifica”, dice James, “ma ormai sembra Disneyland”. Sono a Kyoto da pochi giorni, ma ho già intuito che tanti viaggiatori la vivono come un parco divertimenti. A Gion i turisti hanno preso l’abitudine di aprire le porte scorrevoli di qualsiasi machiya, convinti che ogni cosa all’interno sia pensata per il loro intrattenimento, per poi ritrovarsi nel salotto di qualcuno. “Ne parlano al telegiornale”, dice James. “Le persone anziane raccontano: ‘Ero lì a guardare la tv e all’improvviso si è aperta la porta e sono entrate queste persone che parlavano in inglese. Non sapevo cosa dire’”.
Nemmeno per strada siamo al sicuro. Un europeo, agile e trafelato, passa sfrecciando accanto a noi con il telefono alzato, inseguendo una vera geisha in kimono e trucco tradizionale mentre va tranquilla al lavoro. I “cacciatori di geisha” sono diventati così invadenti che la città ha provato perfino a inviare notifiche sui telefoni di chiunque si trovi nel raggio di un chilometro da Gion, pregandoli di non molestarle. “Gli amici che vengono a trovarmi sono sbalorditi: ‘Maggie, siamo venuti per vedere il Giappone. Ma che cavolo è questa roba?’”, mi racconta James.
Viviamo nell’era dell’iperturismo: troppa gente con troppi soldi e concentrata troppo in pochi posti. Nel decennio precedente alla pandemia il volume di turisti internazionali era aumentato del 60 per cento. La pandemia ha concesso una breve tregua alle destinazioni più ambite, ma poi la voglia repressa di viaggiare si è trasformata in un boom famelico. Oggi i turisti internazionali superano il miliardo e quattrocento milioni all’anno, un numero in crescita costante, alimentato dall’ascesa della classe media in Cina e in India.
Paradisi in pericolo
L’unico paese dove è in calo sono gli Stati Uniti, a causa dell’atteggiamento apertamente ostile del governo verso gli stranieri. Questo significa una meta in meno nella lista, già limitata, dei posti dove la gente vuole andare. Secondo una stima, l’80 per cento dei turisti visita solo il 10 per cento del mondo. Piccoli paradisi come Tulum, Positano o Bali sono stati invasi da tempo, ma ora anche le grandi città faticano a gestire l’affluenza. Venezia, che ogni giorno accoglie più turisti di quanti sono i suoi abitanti, ha vietato l’ingresso alle grandi navi da crociera. A giugno i dipendenti del Louvre hanno chiuso il museo per un giorno in segno di protesta contro le masse chiassose accalcate davanti alla Gioconda. Amsterdam ha vietato la costruzione di nuovi hotel. Firenze ha imposto uno stop agli Airbnb. Ma è a Barcellona che lo scontro è più acceso: nel 2024 alcuni attivisti hanno marciato per la città, spruzzando i turisti con pistole ad acqua e mostrando cartelli che dicevano “tornate a casa” e “non siete i benvenuti”. Questa primavera attivisti provenienti da tutta Europa si sono riuniti nella città catalana per organizzare azioni ancora più radicali in vista dell’estate. “I metodi pacifici sono finiti”, ha detto un manifestante.
Ci è voluto un po’ prima che le orde arrivassero in Giappone, che era una destinazione costosa, lontana e difficile da esplorare per chi non parla la lingua. Nel 2011 i turisti stranieri in Giappone erano stati solo sei milioni, più o meno quanti ne riceve New York in un mese. Nel 2024 sono diventati quasi 37 milioni e quest’anno – rispetto allo stesso periodo – gli arrivi sono già superiori del 25 per cento. Il paese è diventato una meta ambita a causa di alcune tendenze convergenti: gli algoritmi hanno inondato i social media di immagini perfette di onsen (bagni termali) minimalisti e sontuosi omakase (piatti di degustazione di sushi); la tecnologia ha aiutato a orientarsi anche i turisti improvvisati; e, forse soprattutto, lo yen è crollato, rendendo il viaggio molto più accessibile. In una vignetta intitolata “Com’è la crisi di mezza età per i millennial”, la battuta finale è quella di una donna che dice al compagno: “Andiamo in Giappone!”.
L’itinerario classico prevede Tokyo per sushi e grattacieli, Osaka per la vita notturna, Kyoto per un viaggio nel tempo. Durante la seconda guerra mondiale l’antica capitale imperiale fu risparmiata dai bombardamenti statunitensi perché il segretario alla guerra Henry Stimson l’aveva visitata e voleva preservarne templi e santuari, che risalgono alla sua fondazione, nel 794 (Kyoto ha più templi di quante chiese abbia Roma). Oggi è una città moderna con quel tanto di “vecchio mondo” sufficiente ad attirare chi cerca cultura autentica in un universo sprofondato nel kitsch, o chi vuole produrre un po’ del proprio kitsch. I giardini zen pettinati con il rastrello, le pagode geometriche e le stradine avvolte dai ciliegi in fiore si sono trasformati da rifugi di pace e contemplazione in sfondi per reel su Instagram e video su TikTok. Il cibo a Kyoto è allo stesso tempo esotico e familiare, buono ed economico. Qui ci vengono tutti: mio zio del Midwest ci è stato qualche settimana prima di me, e poco dopo il mio arrivo anche Blackbird Spyplane, la newsletter di moda attualmente più in voga, ha pubblicato una guida per visitarla senza farsi rovinare l’umore dalle sue “zone congestionate che uccidono l’atmosfera”.
Tutti cercano qualcosa a Kyoto: il “vero Giappone”, un momento zen, lo scatto perfetto. Quello che trovano, immersi nella marea crescente di turisti, è qualcos’altro: un enigma moderno senza risposte immediate. Tokyo e Osaka sono abbastanza grandi da assorbire l’impatto del turismo, come New York o Londra. Kyoto, invece, è incuneata tra le montagne, cosa che ne limita l’espansione (oggi ha 1,4 milioni di abitanti, proprio come nel 1975)e rende impossibile l’eccesso di visitatori. Considerando anche i turisti giapponesi, Kyoto accoglie ogni giorno circa 150mila persone, in gran parte scese dallo shinkansen, il treno ad alta velocità, che attraversa le montagne a 300 chilometri all’ora. Nel 2024 Kyoto ha avuto più turisti di Barcellona, Amsterdam e perfino Parigi.
“Vogliamo davvero riattraversare l’inferno?”, mi chiede James una volta arrivati in fondo a Hanamikoji. Mi ha offerto di farmi da guida per una settimana, come una specie di Virgilio nel mio viaggio dentro l’inferno del turismo globale. La mia speranza è capire se si può ancora essere buoni turisti, o almeno divertirsi, in un posto ormai invaso. Le dico di proseguire la sua serata, faccio un bel respiro e mi tuffo di nuovo nella calca.
Organizzare un viaggio in Giappone dagli Stati Uniti è straordinariamente facile. Oltre ai voli diretti da New York e Los Angeles, ora ci sono anche da Houston, Minneapolis e Denver. Prima di partire avevo ricevuto così tanti consigli da internet e amici (una mappa online annotata, un pdf di cinque pagine, un foglio di calcolo con più schede) che non ho nemmeno pensato di comprare una guida. Io e la mia compagna abbiamo affrontato l’infinita fila per l’immigrazione all’aeroporto di Narita, vicino a Tokyo, davanti a cinque bambini irlandesi in magliette dei Pokémon, poi siamo saliti sullo shinkansen per Kyoto dietro a un ventenne statunitense con la canotta di Ja Morant che leggeva l’autobiografia dell’allenatore di football Bill Walsh, mentre il suo compagno di viaggio seguiva una partita dei playoff dell’Nba sul telefono. Ho scaricato Duolingo, ma i tempi in cui Sofia Coppola poteva girare un film su viaggiatori smarriti in un Giappone impenetrabile sono finiti: Google Translate ha reso impossibile perdersi davvero nella traduzione. Ormai ogni tassista a Kyoto conosce almeno l’inglese sufficiente per chiederti di mostrargli la mappa sul telefono.
Troppi cartelli
La prima tappa è il santuario Yasaka, un complesso shintoista del settimo secolo. È appena passato il picco della stagione dei ciliegi in fiore, quando Kyoto è più affollata, ma il santuario è ancora pieno di visitatori. Ci sono sei ventenni – tre australiane e tre canadesi, tutte in kimono a noleggio – che si sono appena conosciute. “Ci siamo offerte di fargli una foto e ora siamo praticamente migliori amiche”, mi dice una delle australiane. Lei e le amiche sono reduci da due giorni agli Universal studios di Osaka, le canadesi da Disneyland Tokyo. Quando chiedo cosa le ha portate a Kyoto, la risposta è immediata: “Letteralmente, TikTok”. Come ha detto una delle australiane indicando una fila di lanterne di carta mosse dal vento sotto una pagoda: “Quando pensi al Giappone, ti immagini roba così”.
Le canadesi hanno solo un giorno a Kyoto e cercano di concentrare milleduecento anni di storia in circa dodici ore. “Dobbiamo fare tutte le cose suggerite da TikTok”, dice una di loro. Hanno già scovato il tiramisù al tè matcha diventato virale e stanno per chiamare un Uber per un viaggio di mezz’ora fino ad Arashiyama, una foresta spettacolare di altissimi bambù. Poi un altro Uber fino a Nara, un’ora a sud, famosa per i cervi selvatici che si mescolano ai passanti, prima di tornare di corsa alla stazione di Kyoto per il treno verso il loro hotel a Osaka. È già metà pomeriggio, e non vedo come potrebbero riuscirci. “Be’, ChatGpt dice che ce la possiamo fare”, afferma una di loro. La fiducia nell’intelligenza artificiale non è diminuita neanche dopo che le ha mandate in un caffè dedicato a Hello Kitty chiuso da anni. All’ingresso principale del santuario incontro Chieko Tanaka, studente all’università di Kyoto che ha fondato Touristship, un’organizzazione nata per rispondere al boom turistico. Tanaka organizza dei banchetti nei luoghi più affollati per proporre ai visitatori dei quiz su come comportarsi meglio (ha pubblicato un libro intitolato all’incirca “Perché non diventare una persona apprezzata dai luoghi che visiti?”). Mi indica una vasca di pietra che serve a purificarsi le mani; i turisti l’hanno usata così spesso come fontanella che il santuario ha dovuto mettere cartelli in diverse lingue per vietarlo. “Ci sono tanti cartelli”, dice Tanaka. “Troppi”.
E Kyoto ne è piena: vietato disturbare le geisha, vietato entrare nei vicoli privati, non accendere fuochi vicino al santuario, non far volare droni e non girare in “abiti inappropriati”. Un altro a Gion, in inglese, recita “silenzio per favore – qui vivono persone anziane”. Tanaka ha capito che i turisti si dividono in tre categorie: il 20 per cento legge i cartelli e rispetta le regole, un altro 20 per cento li legge ma li ignora, il resto semplicemente non li legge.
Dal mito alla realtà
Il giorno dopo attraverso il fiume Kamo e percorro Pontochō, uno dei tanti stretti vicoli di Kyoto, dove a volte è difficile farsi strada tra famiglie con passeggini doppi. Sbuco su via Kiyamachi, dove un ruscello scorre tranquillo e una quarantina di persone attende in fila davanti a una machiya del 1800. È lunedì mattina e non capisco cosa aspettano, finché alle dieci un uomo in kimono apre la porta per appendere una tenda che indica che quel posto è un caffè gestito da Le Labo, l’azienda di profumi. “È un edificio storico, quindi è diverso”, mi dice il primo della fila. Questo è il terzo locale del marchio, dopo quelli a Williamsburg (a New York) e a Shanghai, e l’unico al mondo dove si può acquistare Osmanthus 19, la fragranza dedicata a Kyoto.
Kyoto è spesso descritta come la più “giapponese” tra le città, ma ormai è profondamente internazionale. Mentre ero lì c’è stato un concerto di Patti Smith. Ci sono alberghi delle catene Four Seasons, Ritz-Carlton, Aman, Banyan Tree e Six Senses. A chi serve l’omotenashi, la filosofia dell’ospitalità giapponese, quando nella hall del mio hotel di fascia media trovo il libro dell’imprenditore statunitense Jonathan Tisch I cioccolatini sul cuscino non bastano: come reinventare l’esperienza del cliente? L’influsso internazionale ha trasformato la città di un tempo, tradizionale, quasi mitica, in un luogo dove qualsiasi straniero può muoversi comodamente, un’“Asia facile”, come mi ha detto un turista olandese. Alcuni ristoranti restano difficili da prenotare per gli stranieri, ma sono riuscito a riservare online un posto al bancone del sushi dove Steve Jobs aveva detto di aver mangiato il miglior taglio grasso di tonno della sua vita. Quando arrivo vedo il suo autografo sul muro sotto la dedica “tutte cose buone”. Poco sotto, una scritta più recente di Marc Benioff, cofondatore della Salesforce: “Tutte cose ottime”.
La trasformazione delle machiya in locali come Le Labo sta cambiando il volto delle strade di Kyoto. “Ricevo continuamente chiamate da aziende che mi dicono: ‘Abbiamo un’idea fantastica per trasformare una vecchia machiya’. Ecco, avete tutti la stessa idea”, mi dice Maggie James quando la incontro nel pomeriggio. Lei e altre persone con cui ho parlato non sono necessariamente contrarie a priori alle machiya rivisitate; spesso l’alternativa è la ruspa per fare spazio a un hotel. James non è una rigida tradizionalista. Nata da padre statunitense e madre giapponese, per dieci anni ha gestito un’azienda di gioielli e organizzato feste a Tokyo, per poi passare un altro decennio a New York seguendo la carriera del marito, Takeru Kobayashi – campione giapponese nel torneo statunitense di mangiatori di hot-dog. Si è trasferita a Kyoto nel 2019 per aiutare l’Ace hotel con la sua prima apertura in Asia. “Quando sono arrivata, ho pensato: ‘Oddio, sono in Cina o in Giappone?’”. I nuovi ricchi turisti che affollano il paese arrivano soprattutto dalla Cina e dalla Corea del Sud; fuori dall’Asia, la maggioranza arriva dagli Stati Uniti. James ha lasciato l’Ace e ha cominciato a lavorare come “ingegnera culturale”, aiutando i marchi internazionali della moda a collaborare con artigiani locali. “Tutti vogliono poter raccontare di avere una collaborazione con un vecchio calzolaio giapponese”, racconta. Così è diventata una consulente di viaggio, perché i modelli e i creativi con cui lavorava volevano vedere la Kyoto meno turistica.
James e io passeggiamo per il mercato di Nishiki, una lunga e stretta galleria risalente a quattro secoli fa, con più di cento negozi, romanticamente chiamato “la cucina di Kyoto”, un posto dove prendere un boccone veloce per pranzo o fare la spesa sulla via di casa. “Il mercato di Nishiki non è nato per i turisti ma per il quartiere”, spiega James. “Poi, subito dopo la pandemia, i negozianti più stupidi hanno cominciato a cambiare le insegne in inglese”. Durante la pandemia il mercato era così tranquillo che James riusciva a passarci in bici, e ogni abitante che incontro a Kyoto ha una certa nostalgia di quel periodo, che sembrava un ritorno al passato più quieto della città. Ma quella sensazione è ormai svanita.
Prima di incontrarci al mercato, controllo il Kyoto travel congestion forecast, un sito del comune che prevede quanto affollate saranno le attrazioni più famose della città, usando una scala a colori simile a un semaforo. La previsione è gialla, non il temuto rosso, ma ci muoviamo a fatica tra le bancarelle. “Non l’ho mai visto così affollato”, dice James.
Il turismo ha anche cambiato il mercato stesso: meno negozi di alimentari, più punti vendita di matcha. “In passato, il suo banchetto era molto popolare”, dice James, indicando un uomo dall’aria seria, seduto dietro una bancarella che vende verdure fermentate. “Invece ora vede passare migliaia di persone e non se ne ferma nessuna”. La gente del posto ha cominciato a fare la spesa altrove, così alcuni commercianti hanno chiuso e se ne sono andati. “Gli atteggiamenti principali sono due”, spiega James. “Da una parte c’è chi vorrebbe che se andassero tutti a casa’, dall’altra invece chi invita ad adattarsi e fare ‘un sacco di soldi’”. Molte bancarelle rimaste hanno uomini in kimono che vendono shot di sake a cento yen, circa 60 centesimi di euro. Mi blocco quando vedo un fantasma: City Bakery, l’istituzione newyorchese chiusa nel 2019, resuscitata dall’altra parte del mondo con una succursale che vende il suo famoso croissant pretzel proprio nel cuore della cucina di Kyoto.
Un secondo di troppo
Nessuno ha consigli efficaci su come evitare la folla nei luoghi più popolari di Kyoto. Un turista olandese sperava che la pioggia avrebbe scoraggiato l’assalto al Kiyomizudera, un tempio molto amato alla fine di una zona di negozi, tra cui due dello Studio Ghibli e l’unico Starbucks al mondo con sedute in tatami. Invece ha passato la giornata a schivare ombrelli. L’unico suggerimento pratico che ricevo è di andare presto, così la mattina dopo mi alzo di buon’ora per pianificare una visita al Fushimi Inari, un santuario sulle colline a sud della città con circa diecimila torii (portali) arancioni allineati in lunghi tunnel, un vero sogno da Instagram. Il Kyoto travel congestion forecast sembra ok, verde chiaro, ma sto cominciando a dubitare della sua attendibilità. Quando arrivo, poco dopo le otto del mattino, il posto è già affollatissimo.
Il Fushimi Inari è stato per millenni un luogo di contemplazione, ma quell’esperienza ormai è impossibile. All’ingresso del primo tunnel di torii mi fermo a contare quante persone passano: 55 in sessanta secondi. Il flusso rallenta solo quando qualcuno cerca di fare una foto come se fosse solo tra i torii. Una turista asiatica con occhiali Gucci e sandali Nike che posa davanti ai torii rimprovera il fidanzato troppo lento a scattare le foto – “Devi muoverti!” – quando perde l’istante di pausa nel flusso di gente.
Poco dopo una donna che parla russo entra nel tunnel e urla in inglese, “Un secondo, per favore!”. Mentre si mette in posa per la foto si forma una fila. Io sono già davanti a lei, e quando alza il telefono e mi vede sullo sfondo del suo selfie si gira e mi dice in tono fermo: “Tu no, vai via!”. Salendo più in alto, tutto è più tranquillo. L’aria è pulita e fresca, le foglie frusciano, gli uccelli cantano. Ma il ritmo dei passi e la babele di lingue – tutte tranne il giapponese – non cessano mai del tutto. Quando torno giù per aggiornare il mio censimento a metà mattina (83 persone in sessanta secondi), comincio a chiedermi perché mai qualcuno voglia venire lì.
Julia Maeda gestisce un’agenzia di viaggi di lusso in Giappone e dice che a volte fatica con i clienti che trattano Kyoto come un safari: “Vogliono spuntare le cinque grandi mete”, spiega. “Vogliono vedere il leone e l’elefante, cioè il Padiglione d’oro e il Fushimi Inari”, così come Arashiyama, il Kiyomizudera e il castello di Nijo. “Vogliono i selfie”, dice Maeda.
Uscendo dal Fushimi Inari vedo un caffè chiamato Pico che vende cioccolate calde allo yuzu e zenzero e matcha latte. “Mia figlia l’ha chiamato così, io mi vergogno un po’”, mi dice lo scrittore Pico Iyer il giorno dopo su Zoom. Iyer vive in zona da più di trent’anni ed è rimasto sorpreso dall’ondata di visitatori. “In Giappone i parchi a tema erano stati pensati per creare una sorta di finta America, mentre il vero Giappone era sacro”, dice. “Vedere che parti di Kyoto sono diventate un parco divertimenti è piuttosto inquietante”. Iyer racconta che dieci anni fa in autunno accoglieva due o tre stranieri; lo scorso novembre gli hanno chiesto se potevano fargli visita cinque persone in un solo sabato, tra cui due giornalisti del New York Times. Sua figlia, dice, fa “affari d’oro”.
Nonostante il malumore dei kyotesi per il sovraffollamento, non ci sono segni di mobilitazioni per chiudere lo shinkansen. “Credo che in Europa ci sarebbero delle proteste”, ha detto a un quotidiano nazionale Yusuke Ishiguro, docente specializzato in gestione del turismo all’università dell’Hokkaido. Se non protestano le persone, chi lo farà?
Iyer vive a Nara, dove ChatGpt ha mandato le canadesi in cerca dei cervi che da secoli convivono pacificamente con gli esseri umani. Ma quell’equilibrio è cambiato. I turisti offrono cibo agli animali e poi lo ritirano all’ultimo momento per scattare una foto, o fanno movimenti bruschi con i selfie stick. “Per i cervi è una novità”, spiega Iyer. “Per la prima volta in 1.300 anni ci sono stati incidenti violenti”. Lo scorso settembre 35 persone sono state attaccate dai cervi a Nara, sette volte in più rispetto all’anno precedente.
Iyer mi consiglia di parlare con Alex Kerr, uno scrittore e ambientalista statunitense che vive dal 1977 in una casa bicentenaria che ha ristrutturato a Kameoka, una città di montagna a nord di Kyoto. La zona non è una meta turistica, ma un’influencer taiwanese ha pubblicato alcune foto degli splendidi aceri nel giardino di Kerr e in un santuario poco distante. “Siamo in un angolo remoto della Terra”, mi dice Kerr quando lo incontro a casa sua. “E ogni giorno vengono qui venti o trenta taiwanesi per vedere la mia casa e altre centinaia per il santuario”.
Le persone con cui ho parlato mi hanno spesso chiesto di mantenere segreti i loro luoghi preferiti. Ma lo sforzo mi sembra ormai inutile
Oltre il limite
Kerr ha passato gran parte della sua carriera a scrivere di come proteggere il vecchio Giappone; il suo libro più recente s’intitola Kankō bokokuron (Distruggere la nazione con il turismo). Ma come quasi tutti quelli con cui ho parlato, Kerr non è contrario ai turisti. Opporre resistenza è inutile. Crede solo che il flusso debba essere gestito meglio. “Da quando gli Stati Uniti hanno vinto la guerra e democratizzato il Giappone, è arrivata anche questa concezione di uguaglianza e l’idea che tutto debba essere aperto a tutti; limitare qualcosa è diventato un tabù”, dice Kerr. Suggerisce di far pagare più spesso un biglietto d’entrata, come ha cominciato a fare il santuario vicino, e adottare sistemi di prenotazione per limitare i visitatori giornalieri. Se questo significa che alcune persone non possono andarci, pazienza. “Si tende a dire che è ingiusto, ma quando si supera la capacità, come sta succedendo, allora abbiamo un nuovo mondo”, continua. “Siamo oltre i limiti”.
Le persone che ho incontrato a Kyoto sembravano per lo più rassegnate al fatto che il turismo di massa faccia parte della loro vita. Alcuni cercano di trarne vantaggio. Naomi Ōta gestisce una casa da tè vecchia di duecento anni e aiuta a organizzare un festival di geisha, e tramite un interprete mi dice che il festival ha cominciato a vendere biglietti online, permettendo a più stranieri di partecipare a un evento che prima era soprattutto giapponese. Quando chiedo cosa c’è di diverso nell’esibirsi per un pubblico straniero, comincia a battere le mani rapidamente spiegando che il pubblico è più rumoroso. Più tardi James mi porta in un negozio a Gion che vende da cent’anni i tradizionali zoccoli per kimono. “Questo negozio per me è un vero tesoro nazionale”, dice. Il gestore, Seiji Naito, racconta che il numero di stranieri che entrano è decuplicato nell’ultimo decennio. Quando ha chiesto a uno statunitense come aveva fatto a trovare il negozio, quello ha risposto che aveva chiesto a Google dove comprare le calzature da portare in casa. “L’algoritmo è dalla mia parte”, dice Naito sorridendo mentre mima un pescatore che tira su il pesce.
Maggie James non porta i suoi ospiti nei luoghi più affollati della città. Di recente ha cercato di convincere un attore di Hollywood a non visitare la foresta di Arashiyama. “Mi ha scritto ‘Siamo appena arrivati ad Arashiyama’ e, due secondi dopo, ‘Siamo già andati via’”, mi racconta James. Se i suoi ospiti insistono per vedere uno dei “top five”, gli procura una guida e poi li raggiunge per portarli in posti dove altrimenti non riuscirebbero a entrare. “Mi chiamano ‘il lato B’”, dice James. “Conosco tutte le porte segrete”.
Non per tutti
Mi è sembrato di entrare in una di queste porte quando ho fatto il check-in allo Hiiragiya, uno dei ryokan (locande tradizionali giapponesi) più famosi del paese. L’hotel è di proprietà della famiglia Nishimura dal 1818 e offre un’esperienza senza scarpe, con yukata (kimono leggero), servizio completo e una cena kaiseki composta da più portate servita in camera da un’assistente personale. Era difficile prenotare una stanza, specialmente per gli stranieri. “Santo cielo! Qui entrano solo primi ministri, star del cinema e milionari”, disse un amico ad Harold Schonberg, corrispondente del Times, nel 1982. Poi Anthony Bourdain girò un episodio di No reservations proprio qui, trasformandolo in una meta per viaggiatori moderni, e oggi soggiornare in un ryokan è parte del classico itinerario in Giappone.
Quando dico a James che ho prenotato una stanza all’Hiiragiya, si preoccupa. L’attore di Hollywood ci era stato e aveva ammesso che la cena era stata troppo per lui. “Quella cena può essere una sfida per chi non è giapponese”, spiega. Ride quando le dico che per me il sapore dell’uni (riccio di mare) è ormai acquisito. “Che carino”, dice. “Non è l’uni a farmi paura”. Il suo timore è che, se lasciassi del cibo nel piatto, potrei offendere lo chef.
Il giorno dopo, quando la incontro, devo ammettere la sconfitta. Alcune delle undici portate mi erano piaciute, come l’ayu (un pesce d’acqua dolce), ma alcuni piatti non sono riuscito a finirli. James è agitata perché proprio quella mattina un’amica le ha mandato un articolo che parla dei problemi che i ryokan stanno avendo con i viaggiatori stranieri, che ora occupano il 90 per cento delle camere in alcuni hotel. I pasti kaiseki restano quasi intatti, un proprietario di ryokan aveva mostrato al giornalista foto di una colazione con piatti sbocconcellati e abbandonati, e alcune strutture stanno addirittura rinunciando a offrire quei pasti. “Quindi noi giapponesi non potremo più mangiare quel cibo delizioso perché agli altri non piace?”, dice James. “Pare di sì”.
Siamo seduti in una tavola calda moderna aperta da un suo amico un anno fa; finora, dice, i turisti non l’hanno ancora invaso. “La mia parte pessimista dice: è solo questione di un anno”, commenta James. C’è anche il marito, il famoso Kobayashi. La sua presenza rende ancora più bruciante la mia sconfitta alla cena allo Hiiragiya, ma lui è più aperto all’idea che i ryokan debbano adattarsi. “È un business”, dice in inglese, poi torna al giapponese per spiegare meglio, ma James interviene subito . “Odio quella parola, shōganai (non c’è niente da fare)”, dice James, “significa che il cambiamento è inevitabile”. Kobayashi mi invita a guardare il locale dove siamo: una simpatica tavola calda che propone cibo straniero rivisitato in chiave giapponese. Io sto mangiando un ottimo patty melt (toast di carne e formaggio fuso). Kobayashi sta per lanciare una nuova attività che unisce culture diverse: il primo hot dog di sola carne di manzo giapponese chiamato kobi dog, fatto con il wagyū. “Sapevo che non dovevo invitarti”, dice James. “Sei troppo ottimista”.
Parte del problema
È facile pensare che seguendo le lezioni di galateo di Touristship, evitando le folle e ordinando piatti locali invece di un croissant al pretzel, un turista responsabile possa visitare una città come Kyoto senza diventare parte del problema. Ma la mia esperienza al ryokan ha alimentato un senso di disagio. I momenti migliori del viaggio sono due cene con James in due izakaya (l’equivalente delle osterie) che non avrei mai trovato da solo, il famoso “lato B”. Uno si trova in una zona che lei descrive come la “Brooklyn di Kyoto” (prima di entrare passiamo da un bar dall’altra parte della strada con un distributore di vini biologici a gettoni).
James indica una famosa attrice giapponese dall’altra parte del bancone che si snoda intorno a una cucina aperta, dove il giovane chef alterna la cucina con la sostituzione dei dischi in vinile mentre serve un buffet di piccoli piatti eccezionali: vongole e bambù in zuppa di miso; sashimi e anatra; un rotolo di calamaro così buono da ordinarne un secondo giro. Alcuni piatti richiedono spiegazioni e un palato avventuroso, ma la maggior parte parla da sola. Bourdain lo avrebbe adorato.
Ma mentre mangiamo, un flusso costante di turisti stranieri entra nel locale e il personale li accoglie con le braccia incrociate a formare una x per dire che non c’è più posto. “Cercano di non far entrare i turisti da quando qualcuno ha postato un video su TikTok”, spiega James. Gli izakaya che abbiamo visitato non ce l’hanno con gli stranieri: in una dallo stereo usciva una cover giapponese di Eric Clapton, e in bagno c’era una foto di Al Pacino in Scarface, ma non sono nati per servire persone che non vedranno mai più. James si occupa degli ordini e delle chiacchiere con lo chef, quelle cose che rendono speciale l’esperienza di mangiare in posti così. Nel frattempo io e la mia compagna occupiamo due degli otto posti al bancone senza poter fare molto oltre a un apprezzato pollice in su. La guida Blackbird Spyplane per Kyoto suggeriva di usare un’app di traduzione per parlare con lo chef dell’izakaya e “chiedergli cos’ha davvero voglia di cucinare stasera”. Ma parlare tramite app non è così divertente per chi ti ospita. James mi racconta di un amico che ha aperto un cocktail bar a Kyoto diventato virale su TikTok. Di recente l’ha trovato in lacrime. L’unico motivo per cui l’aveva aperto era accogliere amici e gente del posto. Ora ha solo clienti con cui non può parlare.
Non so come trascorrere l’ultimo giorno. Qualcuno mi ha detto che devo vedere il Padiglione d’oro, ma il Kyoto travel congestion forecast segnala rosso: troppo affollato. Ho già visitato tre dei “top five”, con tanto di “ferite” da battaglia. Così vado in cerca di un momento di calma zen. Una guida locale mi ha consigliato un’escursione a nord della città che richiede due treni e un autobus, abbastanza da tenere lontane le folle. Il punto di partenza del sentiero non è del tutto deserto, complice un ristorante lì vicino diventato virale: lo chef fa scivolare i soba freddi, gli spaghettini di grano saraceno, lungo una canalina in bambù in cui scorre l’acqua e da cui i clienti li acciuffano con le bacchette. Ma c’è un’ora di attesa, così lasciamo perdere e ci incamminiamo verso la montagna. L’escursione è un sogno: tronchi ricoperti di muschio, foglie d’acero che brillano al sole, e solo qualche paio di scarpe da ginnastica a rompere il silenzio. In cima c’è un santuario impressionante, e perfino un ciliegio ancora in fiore nonostante la stagione sia passata. Alla fine del percorso ci fermiamo in un onsen per un bagno in una sorgente calda all’aperto, seguito da karaage (pollo fritto) e una Sapporo bevuta su tatami. Ci sono voluti una settimana intera e tre mezzi di trasporto, ma alla fine ho avuto la mia giornata perfetta a Kyoto.
Tutto sommato, però, il resto non è stato affatto male. Anzi, ho amato Kyoto: una città vivace, facile da girare a piedi, con cibo buono ed economico, anche se per vederla devi farti largo tra la folla. Anche James ammette che tutte quelle persone in kimono economici sono comunque sorridenti. “Mi sento in colpa a giudicarle”, ha detto. “Sembrano tutte così felici”. Forse è proprio questo il problema principale del viaggio moderno. Per quanto i numeri crescano, tutti tornano a casa raccontando quanto sia stato meraviglioso.
Le persone con cui ho parlato mi hanno spesso chiesto di mantenere segreti i loro luoghi preferiti. Ma lo sforzo mi sembra ormai inutile, l’ultima difesa di un mondo che non c’è più. Una guida esperta di sake mi ha portato in un bar che non compare su Google maps, ma si trova a un solo isolato dal mercato di Nishiki. Iyer mi ha parlato di un piccolo villaggio tranquillo a nord di Kyoto, ma qualcuno del Michigan me ne aveva già parlato. Quando James ha passato a uno dei suoi clienti di Hollywood una lista di posti da visitare, gli ha fatto promettere di non mostrarla a nessuno. “Gli ho detto: ‘Se lo fai mi arrabbio, vale un milione di dollari’”, mi racconta. Abbiamo appena lasciato un minuscolo bar che lei e Kobayashi adorano, nascosto in fondo a un vicolo. Un posto talmente speciale da non poter essere inserito nella lista. Mentre ci allontaniamo, due europei ci passano accanto andando nella direzione opposta. Si fermano, sbirciano il vicolo e ci s’infilano. ◆ svb
Reeves Wiedeman è uno scrittore e giornalista del New York Magazine.
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati