A Hollywood c’è sempre meno concorrenza. Il 21 settembre la casa di produzione cinematografica Paramount ha superato l’ultimo ostacolo alla sua offerta da 111 miliardi di dollari per comprare la rivale Warner Bros., dopo aver giocato la carta decisiva: ha minacciato di lasciare la California. Il procuratore generale dello stato, Rob Bonta, l’aveva definito un “ricatto”. Ma alla fine la prospettiva di perdere migliaia di posti di lavoro sindacalizzati e milioni di dollari di entrate fiscali era troppo pesante. Bonta ha dato il via libera all’accordo senza imporre le cessioni di attività per cui si era battuto.
La Paramount non è l’unica grande azienda statunitense a minacciare di lasciare la sua sede storica se il governo locale non le concede quello che chiede. A giugno il consiglio dei Chicago Bears aveva votato per trasferire lo stadio della squadra di football americano a Hammond, in Indiana, una città di confine a quaranta chilometri dal centro di Chicago, in uno stato repubblicano che offre più sussidi.
Non è un segreto che stati democratici come la California e New York stiano perdendo aziende a vantaggio di quelli repubblicani disposti a pagare qualsiasi cifra pur di attirarle
Elon Musk, che in passato ha ottenuto miliardi di dollari dai governi, non ha neppure dovuto minacciare di lasciare il Texas per ottenere gli incentivi che voleva e completare così una fabbrica di celle solari da 10,1 miliardi di dollari a Houston.
Non è un segreto che stati democratici come la California, New York e l’Illinois stiano perdendo aziende a vantaggio di stati repubblicani disposti a pagare qualsiasi cifra pur di convincerle a trasferirsi. Secondo uno studio, dal 2008 i pacchetti di incentivi statali e locali sono raddoppiati e la maggior parte delle compagnie interessate si è spostata in Texas, North Carolina, Florida, Tennessee e Arizona.
Un rapporto del 2026 della società di servizi immobiliari Cbre cita tra le ragioni, oltre alle agevolazioni fiscali, un “ambiente favorevole alle imprese” e l’accesso a “bacini di talenti”.
Questo riflette anche il fatto che da anni gli statunitensi se ne stanno andando dagli stati costieri più cari, per lo più progressisti. Il costo della vita è uno dei motivi dell’esodo verso ovest e verso sud, ma conta anche una cultura più libertaria. Gli statunitensi amano la libertà e pensano di averne di più nei luoghi dove le regole sono meno invasive.
A questo proposito, un tempo gli osservatori politici ipotizzavano che il trasferimento di abitanti dagli stati democratici a quelli repubblicani avrebbe finito per rendere più competitiva la politica locale, com’è successo in Georgia, scelta da molti afroamericani provenienti dal nordest. Ma tanti di quelli che lasciano le zone costiere per gli stati repubblicani, in realtà, sono conservatori.
Uno studio del Public policy institute of California ha rilevato che il 39 per cento degli elettori che se ne sono andati dallo stato tra il 2020 e il 2024 erano repubblicani. L’emigrazione dalla California potrebbe quindi far diventare ancora più rigidi gli schieramenti politici. Questo, a sua volta, rende più probabile che negli stati democratici gli elettori chiedano tasse più alte per le aziende e per i ricchi, mentre quelli repubblicani spingano ancora di più per la deregolamentazione. Come mi ha detto di recente un immobiliarista di Miami: “Adoriamo Mamdani: ci porta un sacco di clienti”, sotto forma di acquirenti facoltosi che si trasferiscono a sud.
Con l’ampliarsi della distanza politica tra stati democratici e repubblicani, che stanno scrivendo regole diverse su intelligenza artificiale, data center e pianificazione urbanistica, è probabile che salga anche il numero di aziende che si spostano verso gli stati repubblicani. Ma potrebbe crescere anche la disponibilità dei governi locali a trattare per farle restare.
Nonostante le difficoltà, molte grandi imprese hanno liquidità e prevedono utili più alti in futuro. Intanto il debito e il deficit federali stanno aumentando, e il mercato obbligazionario se n’è accorto. Anche stati come California, Pennsylvania, New York, Maryland e Washington sono sotto pressione.
Il caso della Paramount suggerisce che gli stati sono disposti non solo a offrire sgravi fiscali per convincere le aziende a restare, ma anche, potenzialmente, a rinviare le riforme. Alla fine, però, questa corsa al ribasso rischia di essere un gioco in perdita, perché non cambierà le basi economiche degli stati più cari, legati al costo degli immobili e del lavoro, e potrebbe prosciugare le finanze di quelli repubblicani che promettono mari e monti.
I funzionari pubblici, inoltre, farebbero bene a valutare con attenzione la credibilità delle loro minacce agli imprenditori. Una ricerca ha stabilito che tra il 1990 e il 2015 gli incentivi sono triplicati in rapporto al valore aggiunto prodotto dalle aziende. Eppure solo il 25 per cento delle imprese che li hanno ricevuti ha cambiato idea sul trasferimento. Le aziende potrebbero andarsene comunque, a prescindere da quello che fanno gli stati. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati





