Il centro dell’attuale rivoluzione bielorussa occupa il quarto e quinto piano del Green Hall, un grattacielo non lontano dal centro di Vilnius, in Lituania, poco distante dalle rive del fiume Neris. La capitale è coperta da una nebbia umida e il rigido tempo autunnale sembra quasi penetrare all’interno degli uffici. È un martedì pomeriggio d’inizio novembre e la leader dell’opposizione bielorussa, Svetlana Tichanovskaja, avvolta in un lungo scialle rosso, sta prendendo un tè in una delle austere sale riunioni.

Lo scialle rosso abbinato alla camicetta bianca sembra un richiamo ai colori della bandiera nazionale usata dai manifestanti per protestare contro il dittatore Aleksandr Lukašenko, ma quando un giornalista glielo fa notare lei si mette a ridere. “È una coincidenza”, dice. “Durante una recente discussione con dei politici in Danimarca, ho incontrato anche i rappresentanti della comunità bielorussa, e una signora mi ha dato lo scialle. Lo indosso da quel giorno”.

Svetlana Tichanovskaja. Berlino, Germania, ottobre 2020 (Daniel Hofer, Laif/Contrasto)

Tichanovskaja, espulsa dalla Bielorussia dal regime di Lukašenko dopo le proteste scoppiate ad agosto, ora passa il suo tempo principalmente negli uffici del grattacielo lituano, dove si svolge la maggior parte dei suoi incontri e da dove è in contatto diretto con i manifestanti in Bielorussia. Spesso viaggia all’estero per raccogliere il sostegno internazionale alla sua causa. Vuole costringere Lukašenko a interrompere la repressione e permettere al paese di organizzare delle elezioni libere.

Quello della leader politica è un ruolo inaspettato. Sta imparando un po’ alla volta. “Prendere decisioni importanti è un’enorme responsabilità personale, e a volte è molto difficile. Non voglio sbagliare”, dice la donna. Le sue parole e i suoi messaggi sono attesi ogni giorno da centinaia di migliaia di bielorussi.

Nessuno, compresi i più stretti collaboratori, sa da dove arriva ogni mattina quando si presenta in ufficio. Di solito è tra i primi a presentarsi: una macchina, con l’autista e le guardie del corpo, la porta dalla sua residenza segreta al garage sotterraneo dell’hotel. La stessa auto viene a riprenderla ogni sera. “Nemmeno io so dove dorma Svetlana”, dice la sua portavoce, Anna Krasulina.

“Il governo lituano teme per la mia incolumità e mi ha assegnato delle guardie del corpo. Sono sempre con me”, dice Tichanovskaja. “Ma qui in Lituania non mi sento in pericolo. Solo quando sono arrivata dopo le elezioni ho provato la stessa sensazione che le persone in Bielorussia hanno tutti i giorni: vedevo in ogni sconosciuto un po’ diverso dagli altri un potenziale agente dei servizi segreti di Minsk”.

Esilio forzato

Tichanovskaja è stata costretta all’esilio dalla polizia politica bielorussa all’inizio di agosto, dopo che Aleksandr Lukašenko aveva falsificato i risultati delle elezioni presidenziali e si era dichiarato vincitore con l’80 per cento dei voti, ottenendo così il suo sesto mandato. Tichanovskaja era la sua avversaria principale: all’inizio non aveva intenzione di candidarsi, ma quando suo marito, il famoso dissidente Sergej Tichanovskij e principale esponente dell’opposizione, era stato arrestato prima del voto, Svetlana aveva raccolto il testimone ed è entrata in corsa.

Negli ultimi mesi Tichanovskaja è diventata un personaggio politico di livello europeo, una persona che i leader vogliono incontrare

Lukašenko evidentemente non pensava che una donna sconosciuta potesse conquistare la folla e ottenere un massiccio sostegno dell’opinione pubblica. Quando è successo e Svetlana Tichanovskaj ha vinto le elezioni, il dittatore l’ha fatta arrestare dai servizi segreti bielorussi che l’hanno portata in un luogo sconosciuto. Circondata da agenti di polizia, è scomparsa completamente dal mondo per sette ore.

Poi la televisione di stato ha trasmesso una registrazione in cui Tichanovskaja, spaventata e stanca, leggeva con voce tremante un appello scritto su un foglio, invitando i cittadini che si erano ribellati a non protestare contro i risultati elettorali. Poi per diversi giorni è calato un silenzio totale sulla sua sorte, fino a quando è stata lei stessa a riapparire in Lituania. E allora non parlava più come una persona spaventata, ma come chi aveva il coraggio di dire che le elezioni erano state truccate. E non si è limitata a questo. Ha chiesto alle autorità di fermare le violenze contro i manifestanti, e ha incoraggiato chi si stava ribellando a non smettere di farlo. Non ha mai rivelato cosa le è successo quando era prigioniera dei servizi segreti, e non vuole farlo neanche oggi. “Se parlassi forse non succederebbe nulla, ma forse sì, e quindi non voglio rischiare. Mio marito è ancora ostaggio di Lukašenko, è in prigione, potrebbe essere torturato, potrebbero fargli del male”, dice Tichanovskaja.

Lukašenko non permette a marito e moglie di comunicare, non possono telefonarsi o parlare su Skype. “Ci scambiamo lettere tramite un avvocato”, dice Tichanovskaja. “Ma Sergej può guardare la tv, è informato sui fatti. Segue anche i miei discorsi da Vilnius. Nelle sue lettere a volte mi consiglia come parlare, mi stimola a essere più coraggiosa e più forte”. Tichanovskaja ha scelto Vilnius come rifugio perché è vicina al confine con la Bielorussia ed è vicinissima a Minsk. E sicuramente non è l’unica a essere “più coraggiosa e più forte”.

Il primo ufficio, allestito insieme a quattro dei suoi più stretti collaboratori e amici, che si sono trasferiti in Lituania con lei, era in un hotel. Solo dopo il gruppo si è spostato al Green Hall, in un locale concesso gratuitamente dal proprietario, che è un sostenitore del movimento rivoluzionario bielorusso. Trasferirsi in una sede più grande era necessario anche perché il gruppo di lavoro di Tichanovskaja – finanziato da diversi fondi e fondazioni indipendenti – stava crescendo: oggi comprende un consigliere per la politica estera, ha un account Twitter e un portavoce. I compiti sono diversi e il loro lavoro sta diventando sempre più professionale.

Messaggi alla piazza

Tichanovskaja ci riceve in una stanza dotata di una lavagna dove sono scritte tre parole: apatia, paura, solidarietà. “Dev’essere rimasta qui dopo la riunione del nostro gruppo di comunicazione, stiamo ancora decidendo cosa fare per incoraggiare i manifestanti ad andare avanti. Cerchiamo sempre di motivarli e dargli speranza”, dice l’oppositrice. Tra l’altro è proprio lei a filmare regolarmente i video­messaggi con i quali si rivolge alla piazza. Li registra anche nei fine settimana, anche se così perde l’unico momento che potrebbe dedicare ai suoi due bambini, arrivati insieme a lei in Lituania. “So che dovrei portarli al parco giochi, ma qui non ho diritto a nessun tipo di gioia. Le manifestazioni in Bielorussia si svolgono nel fine settimana, e là le persone vengono picchiate dalle forze dell’ordine, non è possibile essere allegri”, spiega Tichanovskaja.

Decine di migliaia di persone continuano a partecipare alle ormai tradizionali marce di protesta domenicali nella capitale Minsk, nonostante i tre mesi di repressione. Durante la settimana invece si svolgono manifestazioni più piccole in tutto il paese. “È una delle cose che ho capito in questi mesi: le persone sono molto più coraggiose di quello che immaginano”, dice Tichanovskaja.

I bielorussi, determinati a ribellarsi, e Alexander Lukašenko, altrettanto determinato a rimanere al potere, hanno portato il paese in una situazione di stallo. Il regime continua ad arrestare gli organizzatori delle proteste e degli scioperi, condanna ad anni di prigione o fa espellere da scuola gli studenti coinvolti negli scontri con le forze dell’ordine, usa mezzi militari per reprimere le manifestazioni a Minsk e tre settimane fa ha affidato a tre generali dell’esercito le tre regioni intorno alle città principali: Minsk, Brest e Hrodna. Questo però non ha scoraggiato le proteste.

Biografia

1982 Nasce a Mikaševiči, in Bielorussia.
1994 Va per la prima volta in Irlanda per una vacanza studio.
Maggio 2020 Suo marito, l’oppositore Sergej Tichanovskij, viene arrestato e lei lascia il suo lavoro di insegnante e interprete per candidarsi alle elezioni da indipendente.
Luglio 2020 Vince le elezioni e il presidente Aleksandr Lukašenko la fa arrestare dai servizi segreti.
Agosto 2020 Va in esilio in Lituania, da dove tiene i contatti con i manifestanti


Il giorno dell’ultimatum

Tichanovskaja a fine ottobre ha cercato di smuovere la situazione dando un ultimatum a Lukašenko: ha minacciato lo sciopero generale se non fossero state indette delle elezioni imparziali. “È stata una delle decisioni più difficili che ho preso”, racconta. Di solito, prima di azioni importanti, lei e i suoi collaboratori si consultano direttamente con chi si trova in Bielorussia. Non vogliono agire frettolosamente e non vogliono essere fraintesi dai loro connazionali. “Ma in quel caso è stato diverso. È stata una scelta impulsiva”, dice a proposito dell’ultimatum, annunciato subito dopo che la polizia antisommossa aveva arrestato con la forza un gruppo di donne anziane che protestavano. “Ho sentito il bisogno di reagire rapidamente”, aggiunge Tichanovskaja. “È stato un rischio. Un ultimatum si dà una volta sola. La seconda volta non funziona più”.

La mossa però non ha ottenuto l’effetto previsto. Allo sciopero generale si sono unite principalmente aziende e fabbriche che avevano già scioperato in passato. Il regime non è rimasto paralizzato. “Non è finita bene. Ma non provo delusione nei confronti delle persone. Questo non ha indebolito le proteste. Non credo che sia stato un errore. È stato semplicemente l’impulso di quel momento”, spiega la leader dell’opposizione bielorussa. Ribadisce che dopo tre mesi passati in esilio il suo obiettivo è rimasto lo stesso. “Desidero solo guidare il paese a elezioni libere, a cui non mi ricandiderò. Se dovrò essere la presidente ad interim per un po’ di tempo non mi tirerò indietro, ma questo è tutto”.

La verità è che negli ultimi tre mesi Tichanovskaja è diventata un personaggio politico di livello europeo, o quantomeno una persona che i politici europei vogliono incontrare. Ormai ha più esperienza del marito. È molto diversa dalla donna timida che cinque mesi fa, alla prima apparizione pubblica, aveva incespicato nel parlare. In tutti i videomessaggi mostra molta sicurezza e fa lo stesso con i suoi collaboratori: è sempre pronta a venirgli incontro, ma con la consapevolezza che la decisione finale spetta a lei.

Con l’Unione europea, e in particolare con la cancelliera tedesca Angela Merkel e con il presidente francese Emmanuel Macron, che ha già avuto occasione d’incontrare un paio di volte, insiste sempre sugli stessi punti: il risultato delle elezioni non va riconosciuto e serve una mediazione tra opposizione e governo bielorusso. La prima richiesta è stata soddisfatta, la seconda no. “Ho grandi speranze nel presidente Macron che, a quanto mi dicono, ha un rapporto non del tutto negativo con Vladimir Putin. Ma non si è ancora mosso”, dice.

E poi ci sono anche tutte le altre richieste dell’opposizione bielorussa: in particolare, le sanzioni contro il regime di Minsk, che l’Unione europea ha approvato un mese dopo il voto, nelle quali recentemente è stato incluso anche Lukašenko. “Noi bielorussi dobbiamo risolvere questo problema e l’unico modo per riuscirci è attraverso la negoziazione. Questa è la cosa più importante, lo ripeto a tutti i politici che incontro”, dice.

Per ora le speranze di trovare un accordo con Lukašenko sembrano vane. Al dittatore il dialogo non interessa e solo il suo alleato russo potrebbe costringerlo ad accettarlo. Tutti sanno che a Vladimir Putin Lukašenko non piace. Il presidente bielorusso negli ultimi anni ha più volte ricattato Mosca, dimostrando di essere più interessato all’Unione europea. Tuttavia dietro Lukašenko e il suo regime c’è ancora il Cremlino: non a caso, quando il personale della televisione di stato ha scioperato, il giorno successivo è stato rimpiazzato da tecnici russi. L’economia bielorussa funziona solo grazie ai sussidi di Mosca, che negli ultimi mesi sono aumentati. “Penso che Putin abbia paura di far cadere Lukašenko, perché così i cittadini russi vedrebbero che è possibile rovesciare una dittatura”, dice Tichanovskaja.

Finché non potrà tornare in patria, Tichanovskaja ha l’appoggio lituano. Il governo di Vilnius è stato tra i contestatori più accesi del regime di Lukašenko e uno dei più attivi nel sostenere l’opposizione bielorussa. Dopo le recenti elezioni in Lituania, il governo è cambiato, ma la politica nei confronti della Bielorussia resterà uguale. Tichanovskaja potrà continuare a lavorare da Vilnius, a trenta chilometri dal confine.

Di recente, quando gli hanno fatto una domanda su Tichanovskaja e i suoi collaboratori, il ministro degli esteri lituano Linas Linkevičius ha dichiarato: “Sono persone nuove, non vengono dalla politica, non appartengono a un partito, non sono l’opposizione così come la conosciamo. Hanno tutto il nostro sostegno, ove possibile e necessario. Ma molto dipende da loro”.

Un tuffo nella notte

La giornata sta finendo. In serata sono previste altre due videochiamate dalla Bielorussia, con i rappresentanti di una fabbrica in sciopero e con i rappresentanti dei medici. I dottori bielorussi hanno più volte appoggiato pubblicamente i contestatori e hanno condannato le violente repressioni della polizia, i cui risultati sono davanti ai loro occhi ogni giorno, sotto forma di fratture e contusioni. Il 12 novembre l’artista Raman Bandarenka è morto in ospedale dopo essere stato fermato per strada mentre attaccava dei manifesti che contestavano il regime e portato in cella.

Quando le chiediamo se pensa al fatto che potrebbe tornare a casa solo tra qualche anno, o che forse non ci potrà tornare mai più, Tichanovskaja risponde: “No, spero di vivere molto più a lungo di Lukašenko. Non ci penso proprio. Dopotutto dedico tutte le mie energie a rientrare il prima possibile. Sono sicura che sconfiggeremo insieme il regime”. Tichanovskaja è sicura di farcela. Dopo che ha finito di parlare, sale su un’auto insieme alle guardie del corpo e scompare nella notte lituana. ◆ ab

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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati