S

iamo entrati nella stagione degli Oscar più assurda di sempre. In un anno normale critici ed esperti si scontrerebbero sui grandi film da Oscar (che quest’anno non ci sono, o comunque non ancora). Di solito è facile seguire i ritmi della stagione: si parte con le sale piene ai festival di Venezia e di Telluride, in Colorado, e si comincia a capire quali film sono in grado di stabilire una connessione con il pubblico. Nel corso dell’autunno le proiezioni per i vip suggeriscono quali sono le pellicole più rilevanti, quelle di cui gli addetti ai lavori parlano di più.

Questo però non è un anno normale. E il programma degli Oscar si è adeguato. In un picco di ottimismo estivo, l’Academy aveva deciso di allungare il calendario di due mesi, pensando che con l’inizio del 2021 il coronavirus avrebbe concesso una tregua. Poi i festival sono diventati tutti virtuali e per gran parte dell’autunno l’attenzione del settore si è focalizzata su altro. Quello che resta è una stagione piuttosto teorica: non è ancora cominciata e forse non comincerà mai.

Tutti gli elementi di una normale campagna per gli Oscar, a cominciare dalle proiezioni private, violano le attuali regole contro il covid-19. E al di là delle proiezioni online, di quelle in modalità drive-in, delle conferenze via Zoom e di eventi all’aperto in luoghi in cui il clima è più mite, non si può negare che si è perso l’elemento della condivisione.

Non è ancora chiaro che impatto avrà tutto questo sulla gara. È immaginabile uno scenario in cui le narrazioni si cementano molto presto e, senza idee divergenti che prendono piede, i risultati diventano subito un dato di fatto. Per dire: Parasite avrebbe vinto il premio per il miglior film se i suoi sostenitori non avessero capito quant’era piaciuto anche a tutti gli altri? Ma si può immaginare anche un mondo in cui, con la macchina del rumore degli Oscar silenziata, i membri dell’Academy siano liberi di far sventolare le loro stravaganti bandiere. E i risultati po­trebbero essere davvero sorprendenti.

L’anno dello streaming?

Di solito la corsa per gli Oscar è influenzata dal botteghino autunnale: votare per i vincenti piace ed è grazie agli incassi complessivi di 225 milioni di dollari registrati l’anno scorso se Le Mans ’66 si è fatto strada rombando fino alla nomination come miglior film. Ecco un’altra cosa che non succederà quest’anno. Solo pochi film hanno sostenuto il test in sala prima delle chiusure per il covid-19, e la maggior parte sono candidature improbabili (anche se si dice in giro che la Universal spingerà per candidare come miglior attrice Elisabeth Moss protagonista dell’Uomo invisibile). Tutto il resto esce in una sorta di vuoto relativo. Le recensioni dei critici e il chiacchiericcio sui social network avranno più importanza che mai, per quanto inaffidabili possano essere.

Nomadland (Searchlight pictures)

E veniamo allo streaming. Netflix ha a lungo bramato gli Oscar e anche se nelle ultime due edizioni la grande N rossa ha speso cifre enormi per aggiudicarseli, i risultati non sono stati entusiasmanti: poche soddisfazioni a parte i tre premi per Roma, tra cui quello alla regia. Quest’anno le cose saranno sicuramente diverse. Netflix è l’unico studio hollywoodiano a funzionare in modo quasi normale e potrebbe vincere in tutte le categorie degli Oscar, avendo attratto registi di serie a come David Fincher (Mank) e Spike Lee (Da 5 bloods) e acquisito film come Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin. Grazie alle nuove regole dell’Academy, adesso possono concorrere anche le uscite di Hulu e Disney+, una manna per film come Palm Springs e Soul. Amazon mandava sempre prima in sala i suoi film, ma quest’anno si sarà goduta la capacità di farli arrivare in milioni di case. Le aziende di streaming possono operare con molta più agilità rispetto ai concorrenti: se intravedono un’opportunità non devono fare altro che tirare fuori dal cassetto uno dei tanti progetti per cui non era stata fissata una data di uscita, come ha fatto Netflix con , il film drammatico con Zendaya e John David Washington in uscita a febbraio. Ma il tanto può diventare troppo. Anche l’anno scorso sembrava che nella categoria come miglior interprete maschile rientrassero quattro attori di film Netflix, ma alla fine furono due. Tuttavia se a febbraio i cinema di New York e Los Angeles non riapriranno, per questa edizione potrebbe andare diversamente.

Il fattore politico

A parte il covid-19, la stagione degli Oscar sarà la prima dopo l’uscita di scena di Donald Trump. Negli ultimi cinque anni il presidente degli Stati Uniti è stato un grande spauracchio. Ogni vincitore del premio per il miglior film, da Moonlight in poi, è stato almeno in parte un referendum sulla sua amministrazione. Quando verranno assegnati gli Oscar saremo vicini ai cento giorni della presidenza di Joe Biden, e i film più associati a Trump potrebbero sembrare superati. Vale la pena di ricordare che l’ultima stagione degli Oscar coincisa con l’arrivo di un nuovo presidente democratico finì con il trionfo di The millionaire, una commedia piacevole e relativamente apolitica. E sul risultato può influire anche la diffusione del vaccino contro il coronavirus: gli elettori potrebbero premiare i concorrenti più solari, quali che siano. Il tempismo del vaccino potrebbe fornire anche un’interessante trama secondaria: l’Academy eserciterà delle pressioni affinché le star siano vaccinate prima così da organizzare una cerimonia dal vivo?

Infine non si può parlare di questa corsa agli Oscar senza sottolineare che l’edizione del 2021 si svolgerà dopo un’estate di resa dei conti sulla questione razziale, che ha spinto l’Academy, insieme a molte altre istituzioni di élite, a farsi un bell’esame di coscienza. Da allora l’organizzazione ha introdotto criteri di diversificazione per scegliere i suoi componenti e ha annunciato nuovi standard in materia d’inclusione.

Le reazioni sono state contrastanti: in mezzo al turbinio di approvazioni, alcuni hanno ritenuto le regole eccessive, altri insufficienti, per altri ancora potrebbe trattarsi solo di cambiamenti simbolici. Ci vorranno anni per capire chi ha ragione, ma intanto quest’anno la relativa assenza di film prodotti dai grandi studios ha generato un contesto che sembra molto più vario del solito.

Per il premio al miglior film dovrebbero concorrere almeno due film diretti da donne non bianche, Nomadland di Chloe Zhao e One night in Miami di Regina King. E anche tra gli attori e le attrici ci sono moltissimi candidati non bianchi. Solo per citarne qualcuno: Viola Davis e il defunto Chadwick Boseman in Ma Rainey’s black bottom, Delroy Lindo in Da 5 bloods , Steven Yeun e Yuh-Jun Yeung in Minari, Kingsley Ben-Adair e Leslie Odom Jr. in One night in Miami e Riz Ahmed in The sound of metal. ◆ gim

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1391 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati