A cosa stavo pensando? Non è una domanda semplice o lineare come credevo. Appena si prova a registrare e classificare i contenuti della coscienza – impressioni sensoriali, sentimenti, parole, immagini, sogni a occhi aperti, divagazioni della mente, ruminazioni, riflessioni, osservazioni, opinioni, intuizioni e occasionali illuminazioni – si trovano molte più domande che risposte, e più di qualche sorpresa.

Avevo sempre dato per scontato che il mio flusso di coscienza consistesse soprattutto in un monologo interiore, magari a volte in un dialogo, ma che fosse senza dubbio composto di parole: dopotutto il mio mestiere è scrivere. E invece viene fuori che molti dei miei cosiddetti pensieri – un termine lusinghiero per queste evanescenti tracce di attività mentale – sono preverbali, e spesso si manifestano come immagini, sensazioni o concetti, mentre le parole arrivano dopo, come una sorta di ripensamento, sforzi tardivi di tradurre questi sfuggenti filamenti di significato in qualcosa di più solido e condivisibile.

L’ho scoperto perché vado in giro con un cercapersone collegato a un auricolare che, a intervalli casuali, invia un suono acuto nel mio orecchio sinistro. È il segnale che devo ricordare e annotare qualunque cosa stesse attraversando la mia mente immediatamente prima di sentire il bip. L’idea è catturare un’istantanea del contenuto della coscienza in un momento specifico, immergendo un mestolo nel flusso incessante.

Sembra semplice, ma quello che il mestolo raccoglie è più difficile da descrivere di quanto potremmo aspettarci. Sì, sono i miei pensieri, e chi dovrebbe conoscerli meglio di me che li penso? Eppure mi sto rendendo conto che sui nostri pensieri sappiamo molto meno di quanto crediamo. L’esercizio del cercapersone fa parte di un esperimento di psicologia per cui mi sono offerto volontario. Il campionamento descrittivo dell’esperienza è un metodo di ricerca sviluppato da Russell T. Hurlburt, uno psicologo sociale dell’università del Nevada a Las Vegas. Lo usa da cinquant’anni, e dato che allora i cercapersone non esistevano, dovette costruirsene uno da solo. Sembra una vecchia radio portatile di plastica grigia, con una rotella per accenderlo e alzare il volume e un auricolare color carne, cioè quello che si intendeva con questo termine nel 1973.

Da mezzo secolo, Hurlburt raccoglie scrupolosamente i resoconti di esperienze interiori in momenti casuali – e altrettanto scrupolosamente resiste all’impulso di trarre conclusioni affrettate. Empirista irriducibile, è tanto devoto ai dati quanto allergico alle teorie.

Quando l’ho conosciuto, stavo cominciando a dubitare della mia comprensione di cos’è la coscienza. O, per essere più precisi, cominciavo a chiedermi se le teorie che avevo cercato con tanto impegno di capire riuscissero a spiegare adeguatamente ciò che avviene davvero nella mia mente. Ero perplesso soprattutto perché non avevano praticamente nulla da dire sui pensieri – sui contenuti della coscienza. Tutte o quasi le maggiori teorie sostengono che quanto entra nella nostra consapevolezza cosciente sia necessariamente importante. Per esempio, riguarda la competizione per il lavoro, o come restare al sicuro in una situazione di crisi.

Ma in che modo le nostre teorie della coscienza rendono conto delle banalità, delle inezie e di tutti quei frammenti apparentemente arbitrari di detriti mentali che non hanno nessuna importanza per la nostra sopravvivenza, eppure occupano tanto spazio nei nostri pensieri da svegli?

Una prospettiva neuroscientifica sulla coscienza potrebbe dirci qualcosa sui suoi correlati neurali, ma probabilmente non ci direbbe molto, o forse addirittura niente, sulla natura dei pensieri o sulla qualità dell’esperienza interiore: è lo strumento sbagliato per questo tipo di indagine. E allora cosa potremmo imparare sulla coscienza se dessimo maggiore peso al punto di vista interno all’esperienza con un approccio fenomenologico?

Sulla punta della lingua

Uno dei primi esploratori della fenomenologia del pensiero fu lo statunitense William James. Nel 1890 James pubblicò Principi di psicologia, una raccolta in due volumi delle sue lezioni su un campo che all’epoca quasi non esisteva. Una delle lezioni più celebri presenta il suo resoconto di quello che lui chiama “flusso di pensiero”. La lezione inizia in modo memorabile: “Cominciamo ora il nostro studio della mente dall’interno”.

James è ostinato nei suoi tentativi di trovare parole per i fenomeni mentali più sfuggenti – fino a includere il caso tipico della ricerca di una parola o di un nome che ci sfugge, quello che sembra proprio lì, sulla punta della lingua. “Immaginiamo di provare a ricordare un nome dimenticato”, scrive. “Lo stato della nostra coscienza è particolare. C’è un vuoto al suo interno, ma non è un semplice vuoto. È un vuoto intensamente attivo”. Una sorta di fantasma del nome assente occupa questo spazio vuoto nella nostra coscienza, suggerisce, facendoci “fremere per la sensazione di essere vicinissimi, e poi lasciandoci ricadere senza il termine tanto desiderato”.

E continua: quando qualcuno propone un’ipotesi per il nome dimenticato, anche se non abbiamo alcuna coscienza di quale sia quello giusto, siamo in qualche modo consapevoli di quale non è, e quindi la respingiamo senza esitazione. Che strano! La nostra coscienza di un’assenza è completamente diversa dalla coscienza di un’altra assenza. Ma, si chiede, “come possono essere diverse le due coscienze quando i termini che potrebbero renderle diverse non ci sono?”. La sensazione di un’assenza nella nostra mente non ha nulla a che vedere con l’assenza di una sensazione; al contrario, è un’assenza molto specifica e avvertita intensamente.

Basta riflettere un attimo sulla questione per rendersi conto che James centra alla perfezione fenomeni mentali come quello della parola mancante, troppo fugaci o eterei per essere nominati. “Il lettore non si è mai chiesto che tipo di fatto mentale è la sua intenzione di dire qualcosa prima di averla detta?”.

Io non me lo ero mai chiesto, ma è davvero curioso. Questa intenzione non è una parola né un’immagine; forse è una specie di vaga sensazione? I pensieri precedono sia le parole sia le immagini, sostiene James, e c’è qualcos’altro – quell’assenza pregnante – che precede un pensiero. “Almeno un terzo della nostra vita psichica consiste in queste rapide prospettive premonitrici di schemi di pensiero non ancora articolati”, scrive. Pensieri intravisti da una certa altezza di coscienza ma in qualche modo non ancora formati, e tanto meno tradotti in parole o immagini; è questo il sottile territorio che James ci invita a esplorare.

James sta tentando l’impossibile, cioè uscire in qualche modo dal flusso di coscienza per osservarlo dalle sue rive. Ma sa benissimo che quando facciamo introspezione i nostri pensieri sono tutt’altro che “normali”: sono influenzati proprio dal processo di essere osservati come pensieri e registrati in parole. Per dirla diversamente, l’atto stesso di avvicinarci furtivamente alla nostra esperienza finisce per diventare parte dell’esperienza. Un secondo problema è che la nostra capacità mentale è limitata: gli psicologi stimano che possiamo avere in mente da tre a cinque cose alla volta. Quindi ogni spazio mentale che dedichiamo all’introspezione consapevole è spazio sottratto ai pensieri e alle percezioni di primo livello.

Guardo fuori dalla finestra una quercia in giardino sotto la pioggia e mi chiedo: a cosa sto pensando? Che direi se il bip suonasse adesso?

Questo significa che non esiste un modo, teorico o fenomenologico, di indagare la coscienza senza farle in qualche modo violenza? C’è un sistema per aggirare l’“effetto osservatore”? Sono le domande e i dubbi che mi hanno portato da Russell Hurlburt e mi hanno fatto pensare che attaccare alla cintura il suo antiquato cercapersone poteva essere una buona idea.

Il dilemma del panino

L’avversione di Hurlburt nei confronti della teoria è cruciale per capire cosa sta cercando di fare, e perché è stato così brusco quando gli ho detto che stavo scrivendo della coscienza (“Buona fortuna”, ha borbottato). Considera la teoria una malattia infettiva, e si sforza di tenerla fuori dalla sua ricerca – anzi, dalla sua mente – per paura che contagi il campionamento. È un processo che implica interrogare da vicino i volontari sulle loro esperienze interiori, perciò la minima contaminazione teorica nelle domande potrebbe facilmente alterare i loro resoconti e comprometterne il valore empirico.

Hurlburt ha progettato il suo cercapersone come un modo per campionare casualmente i pensieri delle persone nel corso della giornata. Quello che cerca è l’“esperienza interiore intatta”, cioè un campione del pensiero umano “non alterato dall’atto dell’osservazione o della riflessione”. Come James, Hurlburt riconosce che il fatto stesso di ricordare e descrivere un’esperienza è destinato a modificarla, ma crede che il suo metodo possa avvicinarci più di ogni altro a quell’ideale di non contaminazione.

Il segnale improvviso e familiare del bip ritaglia il momento con nettezza e precisione. Spesso mi coglie di sorpresa, ma so subito cosa fare: richiamare alla memoria e annotare la mia esperienza interiore, vale a dire ciò che stava accadendo nella mia testa un microsecondo prima che la lama sonora calasse.

Eppure non è facile come sembra. I momenti della coscienza non sono separati tra loro, come aveva capito James; spesso sono stratificati e colorati da altri pensieri e sensazioni, come ho scoperto sin dal mio primissimo bip. È arrivato mentre ero in fila in una panetteria nel mio quartiere alle 9:24 di un martedì mattina. Ho tirato fuori il taccuino che mi aveva dato Hurlburt e annotato questo pensiero: “Decidere se comprare o no un panino”. Lo so, non è particolarmente entusiasmante, ma pare che ben pochi dei miei contenuti mentali lo siano. Stavo pensando al pranzo e valutando senza parole se comprare un panino fresco per farmi un sandwich o decidere responsabilmente di finire il pezzo di pane che avevo a casa.

Eppure la scelta tra “panino fresco” e “pezzo di pane vecchio” non era l’unica cosa che stava succedendo nella mia mente in quel momento. Ero anche consapevole della gonna – con un motivo scozzese che non le donava – indossata dalla donna in fila davanti a me. Quell’osservazione faceva parte del momento in questione, o era venuta subito prima o subito dopo? Non avrei saputo rispondere con certezza. E che dire degli odori pervasivi dei prodotti appena sfornati e del formaggio? Potevano precedere o seguire il momento sotto esame, ma erano presenti alla mia consapevolezza quando è partito il bip?

Dopo ogni giornata di campionamento, io e Hurlburt ci incontriamo su Zoom per un faticoso colloquio di approfondimento. Hurlburt sorride di rado, fa pause interminabili e ha spesso uno sguardo interrogativo, al limite dello scetticismo.

Tutte le sessioni cominciano con una variante della domanda centrale di Hurlburt: “Cosa c’era nella tua esperienza al momento del segnale?”. Qualunque sia la mia risposta, Hurlburt procede pazientemente a eliminare con lo scalpello – e a volte con il martello pneumatico – le distorsioni legate al ricordo, a presupposti e teorie, al contesto, alla formulazione in parole e all’immagine di sé che inevitabilmente colorano i miei resoconti.

Il primo giorno è stato il più caotico. Ho descritto il momento in fila al Cheeseboard, la gonna a quadri troppo grandi e gli odori di pane e formaggio, e subito Hurlburt mi ha incalzato: “Tutte queste cose sono davvero davanti ai riflettori della tua coscienza nel momento in cui il segnale ti interrompe?”. Io pensavo di sì ma, pressato dalle sue domande, mi sono reso conto che probabilmente avevo cominciato a prestare attenzione agli odori solo dopo il bip, mentre ricostruivo il momento. “È proprio in quel momento che ero consapevole degli odori? Onestamente, non lo so”.

Alla fine di quasi tutte le nostre sessioni di un’ora mi sento scoraggiato. Rifletto intensamente sulla coscienza da diversi anni, e sono cosciente da molto più tempo ancora, ma chiaramente non sono molto bravo a osservare e riferire i contenuti della mia consapevolezza. Sotto l’incalzare delle domande di Hurlburt, mi sono reso conto di non sapere neppure se le mie esperienze interiori consistevano in parole, immagini o qualcosa di completamente diverso – e se si tratta di parole, di chi erano esattamente?

Me la sono presa con me stesso anche per la noia assoluta delle mie esperienze interiori. La maggior parte dei bip mi sorprende in momenti così banali e quotidiani da risultare imbarazzanti. Dov’erano i grandi pensieri sulla scrittura o le riflessioni sullo stato del mondo o le meditazioni sulle mie relazioni e le mie emozioni? Dove sono i sogni a occhi aperti e le divagazioni della mente, le preoccupazioni e le ruminazioni? E che dire delle fantasie sessuali? I miei pensieri interiori avrebbero fatto addormentare il dottor Freud.

Ecco alcuni esempi dei miei bip, scelti più o meno a caso. Un beagle, senza guinzaglio, cammina verso di me sul marciapiede. Bip: chissà se si avvicinerà abbastanza da farsi accarezzare, spero di sì. Sono dal meccanico a ritirare la macchina dopo il tagliando (per la modica cifra di 2.400 dollari). Eddy, il meccanico, vuole farmi vedere che la vernice sta cominciando a ossidarsi; mi consiglia di andare da uno specialista che conosce e che può lucidarla e passarci la cera. “Viene anche a domicilio”. Bip: fantastico. Quanto altro dovrò sborsare?

Mia moglie Judith e io siamo seduti sul divano a leggere. Lei s’interrompe per condividere ad alta voce un brano dell’Uomo senza qualità: “La conoscenza è un atteggiamento, una passione”. Bip: eh? Ma che vuol dire, e perché pensa che debba sentirlo? Sono seduto al tavolo della cucina e ho appena chiuso il portatile. Guardo fuori dalla finestra una quercia in giardino sotto la pioggia e mi chiedo: a cosa sto pensando? A niente? Che direi se il cercapersone suonasse adesso? Un paio di secondi dopo suona. Bip: bella scena.

Ho pensato di non riuscire nell’esperimento, ma allo stesso tempo anche che, per certi versi, fosse l’esperimento a non riuscire con me. Come suggerisce l’ultimo bip, indossare il dispositivo altera sottilmente (e non così sottilmente) le mie esperienze interiori. E se da un lato i colloqui sicuramente mi insegnano abilità utili per accorgermi di vari aspetti della mia esperienza interiore, dall’altro mi ritrovo a cercare di compiacere Hurlburt rivolgendomi in anticipo le domande che probabilmente mi farà lui. Parole o immagini? Se parole, quali esattamente? Se immagini, a colori o in bianco e nero? Imparare questo catechismo sembra remare contro l’obiettivo di catturare pensieri intatti, allo stato puro.

Silenzio interiore

Quindi lo sforzo di campionare le esperienze interiori è un gioco che vale la candela? Il mezzo secolo dedicato da Hurlburt a raccogliere campioni di esperienza cosciente ha prodotto alcuni risultati interessanti e importanti. Il primo, che posso confermare personalmente, è quanto poco quasi tutti sappiamo delle caratteristiche delle nostre esperienze interiori. “Probabilmente è questo il risultato più importante che ho ottenuto”, ha detto Hurlburt.

Il linguaggio interiore, che molti di noi – compresi numerosi filosofi e neuroscienziati – considerano la moneta comune della coscienza, in realtà potrebbe non essere così comune. Hurlburt stima che i “parlatori interiori” siano solo una minoranza. Perché allora pensiamo di parlare continuamente con noi stessi? Forse perché quando ci chiedono di esprimere cosa stiamo pensando abbiamo ben poche alternative al linguaggio. Di conseguenza, siamo “portati a supporre che sia questo il mezzo utilizzato dal pensiero interiore”. Abbiamo anche letto moltissimo sull’importanza delle parole per il pensiero – parole scritte da filosofi e scienziati (per non citare i romanzieri) per i quali può benissimo essere vero.

Ma questo non significa che sia vero per tutti. Meno di un quarto dei campioni raccolti da Hurlburt riporta esperienze di linguaggio interiore. Una percentuale leggermente inferiore indica visione interiore, sensazioni o consapevolezza sensoriale. Un altro quinto dei campioni segnala esperienze di pensiero “non simbolizzato” – pensieri completi che non sono composti da parole o immagini.

Che i modi di pensare varino così tanto tra una persona e l’altra è di per sé un risultato importante del campionamento descrittivo dell’esperienza. La maggior parte di noi dà per scontato che le nostre vite interiori debbano essere sostanzialmente simili – non necessariamente nei contenuti, ma nella forma dei nostri pensieri. Hurl­burt suggerisce che non riusciamo a distinguere la diversità delle modalità di pensiero perché li raggruppiamo tutti in un’unica parola – “pensare” – e immaginiamo di intendere la stessa cosa, anche se in realtà non è così.

L’albero e le foglie

Alla fine ho concluso che l’insistenza di Hurlburt sul singolo momento oscura almeno quanto rivela i contenuti sempre mutevoli delle nostre menti. Un campione prelevato dal fluire della coscienza può dirci cose interessanti sulla composizione chimica dell’acqua, ma non ci dice nulla sulla dinamica del flusso – sulle correnti di sentimento e i gorghi di pensiero che costituiscono la nostra vita mentale. Il mio flusso di coscienza può essere meno profondo di altri, come mi ha informato Hurl­burt, ma non ho dubbi che scorra lo stesso.

“Succede qualcosa prima della consapevolezza”, dice Christoff Hadjiilieva, ma non sa esattamente cosa e perché richiede tanto tempo

Nelle mie esplorazioni della ricerca sulla coscienza, mi è capitato una sola volta d’imbattermi nel prefisso in-. Nessuno parla dell’inconscio. Sembra che sia un altro recinto intellettuale eretto intorno alla scienza della mente per limitare l’attenzione quasi esclusivamente alla percezione cosciente del qui e ora. Se si chiede dell’inconscio, la maggior parte dei neuroscienziati riconosce che esiste a malincuore, per poi spiegare che la coscienza è già abbastanza difficile da studiare così com’è, senza complicare ulteriormente la questione introducendo qualcosa di sfuggente e poco definito come l’inconscio. Però sono riuscito a trovare una notevole eccezione.

Kalina Christoff Hadjiilieva, una psicologa nata in Bulgaria che insegna all’università della British Columbia, in Canada, non apprezza, come Hurlburt, le teorie della coscienza che ignorano i pensieri e l’esperienza interiore. Ma diversamente da lui crede che l’attenzione ai singoli momenti della coscienza ci dica poco o nulla sulla dinamica del pensiero – sul movimento del flusso di coscienza e, aspetto per lei fondamentale, sulle sue sorgenti più profonde. Da che parte del cervello vengono i nostri pensieri, e come appaiono?

“La coscienza è solo una funzione della mente,” mi dice Christoff Hadjiilieva. “Concentrarsi sui pensieri coscienti è come concentrarsi sulle foglie di un albero e cercare di capirle isolatamente”, spiega. “L’albero è la mente, e nella mente c’è molto di più della coscienza”.

Christoff Hadjiilieva ha scritto resoconti fenomenologici dettagliati del sogno a occhi aperti, del pensiero creativo e dei pensieri che sembrano arrivare dal nulla. Ma un approccio puramente descrittivo all’esperienza mentale ha i suoi limiti. Questo perché la fenomenologia si ferma al confine della coscienza, mentre lei vuole sporgersi oltre. Definisce il suo approccio ibrido “neurofenomenologia”. Combina i resoconti personali delle esperienze mentali con l’imaging cerebrale per capire quali reti neurali sono coinvolte in ciascuna delle varie forme di pensiero.

Secondo Christoff Hadjiilieva, l’attenzione sulla percezione cosciente ha portato a trascurare quel 30-50 per cento dell’esperienza mentale che proviene dalla mente stessa invece che dai sensi. La maggior parte di questo tempo è occupata da divagazioni, sogni a occhi aperti e ruminazioni. Per lei, una mente che vaga non è semplicemente distratta, ma libera da vincoli, come nella definizione del verbo “vagare” data dal dizionario: spostarsi da un luogo all’altro senza un percorso o uno scopo preciso.

Per individuare i correlati neurali di queste diverse modalità di pensiero, Christoff Hadjiilieva infila i volontari in uno scanner per la risonanza magnetica funzionale (fMri) invitandoli a premere un pulsante quando hanno la sensazione che i loro pensieri scorrano liberamente e un altro quando gli sembra che siano in qualche modo vincolati. È arrivata a considerare la mente cosciente un’altalena tra pensiero vincolato e non vincolato. Nelle scansioni cerebrali, questa fenomenologia appare come una sorta di contesa tra la rete di controllo esecutivo, nella parte anteriore della corteccia, e il default mode network, o rete in modalità predefinita, collocata più dietro.

Nel tentativo di individuare le origini inconsce dei nostri pensieri coscienti, Christoff Hadjiilieva ha fatto un esperimento su meditatori di lunga data (che praticano la mindfulness). Sono persone allenate a silenziare la mente, ma anche a cogliere il momento esatto in cui quel silenzio è interrotto da un pensiero vagante, e lei ha scoperto che questo succede ogni dieci-venti secondi anche nelle menti allenate. “La grande lezione della meditazione è che non si può controllare la mente”, spiega.

Ha chiesto ai volontari di meditare all’interno di un apparecchio per la risonanza e di premere un pulsante ogni volta che si affacciava un pensiero. Christoff Hadjiilieva e i suoi colleghi hanno notato un aumento di attività nell’ippocampo, una componente fondamentale del default mode network, coinvolta non solo nella memoria, ma anche nell’apprendimento e nella navigazione spaziale. Avrebbero potuto prevedere questa collocazione, ma non la tempistica. Sorprendentemente, il balzo di attività nell’ippocampo precedeva l’arrivo del pensiero nella coscienza di quasi quattro secondi – un’eternità per il cervello, e molto più del tempo necessario perché un’impressione sensoriale superi la soglia della nostra consapevolezza.

“Succede qualcosa prima della consapevolezza”, dice la ricercatrice, ma non sa esattamente cosa e perché richiede tanto tempo. Questo risultato indica che un pensiero spontaneo deve subire una sorta di elaborazione inconscia complessa prima di trovare (o aprirsi) la strada per entrare nel flusso di coscienza.

Un patto faustiano

La piega nel tempo mentale individuata da Christoff Hadjiilieva resta un mistero – e un mistero altamente suggestivo. Mi ricorda il resoconto di James sulla nostra peculiare semiconsapevolezza delle parole che non riusciamo a ricordare. Per Christoff Hadjiilieva, il mistero che ha scoperto rimanda a quello che lei considera il “problema veramente difficile della coscienza”: come i contenuti dell’inconscio prendano forma in pensieri che a volte si fanno strada nella nostra consapevolezza e a volte no.

Le chiedo perché l’inconscio riceve così poca attenzione scientifica. In parte dipende dalla difficoltà di studiarlo, ma secondo lei c’è anche una questione di legittimità scientifica. Alla fine dell’ottocento, il nascente campo della psicologia lottava per essere accettato come scienza. “Per ottenere legittimità, gli psicologi difesero con forza l’idea che mente e coscienza fossero la stessa cosa”, spiega. “Ma era un patto faustiano. Legittimità significava dover definire la mente in un modo che garantisce di non capirla mai veramente”.

Quanto all’inconscio rimasto orfano, la psicologia lo lasciò alla psichiatria, dove figure come Sigmund Freud e Carl Jung si assunsero il compito di esplorarne e mapparne il territorio. La psichiatria ha trasformato quella che avrebbe potuto essere una scienza sperimentale in un movimento terapeutico. Christoff Hadjiilieva cerca d’invertire questa storia e di riportare l’inconscio nell’ambito della scienza.

È particolarmente sensibile alle dinamiche di politica e potere latenti nel suo campo, come ai presupposti impliciti che spesso determinano cosa viene preso sul serio. “La mente non è un territorio neutrale”, sottolinea. “Ci sono interessi costituiti in ciò che facciamo con le nostre menti”. Per lei il pensiero spontaneo è stato trascurato perché in confronto al ragionamento o alla soluzione dei problemi non produce nulla.

Il capitalismo può avere poca tolleranza per i lavoratori che vagano con la mente, eppure il pensiero spontaneo è sicuramente una delle fonti della creatività. L’Oxford handbook of spontaneous thought, che Christoff Hadjiilieva ha contribuito a curare, contiene un saggio illuminante che descrive le abitudini di alcuni illustri personaggi del passato – tra cui Darwin, Beethoven e Dalí – che hanno raggiunto grandi traguardi pur lavorando relativamente poche ore al giorno (quattro o cinque), seguite da lunghe passeggiate, sonnellini pomeridiani, molto tempo non strutturato e tante vacanze. Spesso è solo quando lasciamo la scrivania per vagare, con la mente o con il corpo o con entrambi, che arriva l’ispirazione.

Il pensiero spontaneo a volte ci regala intuizioni che consideriamo speciali. Noi moderni tendiamo ad attribuire i pensieri che arrivano senza essere chiamati – “come fulmini a ciel sereno” – a qualcosa dentro di noi, come l’inconscio, mentre in passato la gente credeva che venissero da fuori – ispirazioni delle muse o degli dei. Eppure ancora oggi queste intuizioni o illuminazioni spontanee rivestono un’aura e un’autorità che le idee frutto di ragionamento raramente possiedono. Le ammantiamo di un residuo di magia, forse perché la loro origine resta un po’ un mistero. Com’è strano che i nostri pensieri possano sorprenderci!

Allora che tipo di pensiero dovremmo considerare “produttivo”?

“Costruire un senso d’identità complesso non è una cosa che conviene al sistema attuale”, commenta Christoff Hadjiilieva. “Perché se le persone vivono vite significative, integrano le loro esperienze e sono consapevoli di cosa conta davvero per loro, questo semplicemente non va d’accordo con il modo in cui funziona la nostra società. Non avremmo bisogno di così tante cose”.

Christoff Hadjiilieva ammette che “le persone in modalità di sopravvivenza soffocano il pensiero spontaneo” – com’è successo a lei da giovane nella Sofia dell’epoca comunista – per concentrarsi sulle esigenze del presente. Lo considera un “annullamento psicologico”, perché queste persone perdono la capacità d’integrare non solo il pensiero conscio e inconscio, ma anche le loro esperienze di vita. Il pensiero spontaneo rappresenta uno spazio prezioso di libertà mentale e autocreazione, uno spazio che dovremmo impegnarci a difendere e ad ampliare. ◆ gc

Michael Pollan è un giornalista scientifico statunitense. Questo articolo è tratto dal suo ultimo libro, A world appears, che in Italia sarà pubblicato prossimamente da Adelphi Edizioni.

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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati