Per fortuna il Giudizio universale mi era sfuggito durante la prima visita alla chiesa di Santa Maria dei Ghirli in riva al lago. L’affresco quattrocentesco, alto cinque metri e lungo nove, è infatti relegato sotto un porticato protetto da vetri e che affaccia sul piccolo cimitero, quello che ospita le cappelle delle antiche famiglie di Campione d’Italia: Taroni, Bianchi, Moretti, Grandini. Dico per fortuna perché, incontrando poi i protagonisti di questa storia, sarebbe stato inevitabile associarli alla spaventosa scena rappresentata, che oggi appare come una tetra premonizione o maledizione.
Ne sarei stato influenzato irrimediabilmente: i volti, gli sguardi delle persone che ho conosciuto a Campione avrebbero finito per confondersi fino a identificarsi con gli uomini e le donne assiepati ai piedi del Cristo. Un Cristo mai visto così furibondo e apocalittico: seduto a disagio su un imponente trono, freme d’ira nel ruolo d’implacabile giustiziere che torna sulla terra per porre fine alla corruzione, e infatti l’umanità che s’accalca gesticolante e incalzata da arcangeli muniti di spade non pare affatto contrita nel pentimento, tutt’altro: una suora si denuda il petto con spudoratezza, pronta a offrirsi, un mercante porge denaro, certo di poter comprare anche il perdono del giudice supremo. C’è chi imperterrito continua a tirare i dadi. Sullo sfondo s’intravedono macchine da tortura e non c’è traccia di purgatorio o di paradiso, le anime perdute sono afferrate e portate via da diavoli alati.
“Vada, vada al santuario a vedere che posto è questo”, era stato il suggerimento del prete, don Eugenio Mosca, l’ultima persona con cui ho parlato a Campione. “Questo è il regno del diavolo”, aveva ammonito con un ghigno quasi ostile nell’atrio della canonica, forse perché avevo interrotto il suo sacro pranzo (lo si capiva dal tovagliolo che brandiva come un randello). “La ricchezza facile non è stata certo una benedizione divina, non c’è Dio quando il denaro arriva in abbondanza senza produrre nulla; ma questo baratro in cui è finito il paese che cos’è se non un segno del Signore?”.
La Fabbrica
Tutt’altra atmosfera quando a Santa Maria dei Ghirli ci vado la prima volta con Sabrina, al termine di una lunga passeggiata il giorno in cui ci conosciamo. Vuole introdurmi nel suo mondo, nella sua storia, nei suoi pensieri: “È qui che trovo un po’ di pace. Nel 2018 accadeva spesso, là fuori crollava tutto e allora mi sedevo qui per uscire dall’incubo”. Camminiamo sotto i cipressi e i larici del piccolo parco che bordeggia il lago tra le rocce, sul lato del campanile romanico-gotico.
Il sentiero conduce alla doppia scalinata a forbice in pietra grigia, che è l’accesso alla chiesa dal lago. “Le spose arrivano in barca”, dice Sabrina. Poi si corregge: “Arrivavano. Chi vuoi che scelga di sposarsi a Campione? Era il regno della fortuna ed è diventato quello della sfortuna, nera che più nera non si può”. Le aiuole sono piene di sterpaglia, l’erba ai margini delle strade è alta, la grande fontana in mosaico all’entrata del paese venendo da Bissone – dopo il portale d’ingresso in marmo costruito dal fascismo nel 1937 con la scritta “Campione d’Italia” – è imbrattata di muschio secco, agli angoli dei marciapiedi il vento ha cumulato foglie vecchie di due autunni, i cassonetti della spazzatura strabordano nel parcheggio deserto, uno dei tanti parcheggi e autosilos che ospitavano complessivamente fino a tremila auto in un comune di circa 1.900 abitanti e che sono vuoti come quelli dei centri commerciali abbandonati nelle desolate ex periferie industriali, macerie della modernità.
Era la Las Vegas delle Alpi. “Anche tagliare l’erbaccia delle aiuole è un lusso. Sembriamo, anzi siamo, il peggior comune italiano nel mezzo di uno dei più bei paesaggi svizzeri. Con la chiusura della Fabbrica il gioco è finito”, dice Sabrina mentre saliamo in macchina per i tornanti di via Totone (la famiglia di piccoli possidenti terrieri che ha fondato Campione nel settecento, al tempo dei Longobardi) fino a raggiungere i confini a monte. Lassù, oltre un tratto di bosco svizzero dominano, come un balcone naturale sul lago di Lugano, l’altopiano della Sighignola e la valle d’Intelvi, l’Italia.
La Fabbrica, come la chiamano, produceva soldi, una montagna di soldi, era il casinò più grande d’Europa. E Campione d’Italia era l’exclave (territorio collocato fuori dai confini della nazione d’appartenenza) più ricca d’Europa. Nemmeno un chilometro quadrato di terra italiana, più 1,7 chilometri quadrati di lago “territoriale”, circondata dal cantone Ticino. La moneta è il franco, il prefisso telefonico è quello elvetico, ma la sicurezza è garantita dai carabinieri, che in questo villaggio italiano hanno auto con la targa svizzera.
Campione è a trenta chilometri dalla dogana di Como e fa parte di quella provincia, anche se si trova di fronte a Lugano, a quindici minuti in traghetto (quando c’era il servizio di traghetto). Una comunità piccola che attingeva a un giacimento d’oro apparentemente inesauribile. Dal 2005 al 2018 le fiches hanno garantito più di 800 milioni di euro alle casse pubbliche del comune, unico azionista della società concessionaria del casinò, un record da nababbi sauditi. Nell’arco di un anno, il 2018, Campione ha perso tutto. Il casinò è stato chiuso dalla procura di Como per fallimento, il pubblico ministero Pasquale Addesso ha dichiarato che il passivo ammonta a 176 milioni di euro, accumulato in silenzio per anni.
Tra gli indagati per bancarotta preferenziale è stato iscritto anche l’ex sindaco Roberto Salmoiraghi, detto il Faraone. Dodici i capi d’imputazione notificati a indagine conclusa, il 25 maggio del 2020, tra cui abuso d’ufficio, falso in bilancio e falso in atti d’ufficio, a diciannove indagati: sindaci, vicesindaci, dirigenti, segretari.
Prima che l’indagine svelasse il pesantissimo passivo, il casinò era stato chiuso solo due volte. La prima durante l’ultima guerra, la seconda dopo l’operazione San Martino, l’11 novembre 1983, quando furono arrestati con un blitz della guardia di finanza i gestori delle case da gioco di Sanremo e Campione. Le puntate più alte erano usate per riciclare denaro sporco. Al vertice del business, sul lago, c’era Ilario Legnaro, uomo vicino a Nitto Santapaola, il boss di cosa nostra a Catania, con 18 ergastoli sulle spalle. Dopo il processo, la gestione è tornata a essere pubblica e i soldi hanno continuato a sgorgare dalla sorgente, come nelle favole.
Gli assegni per il comune
Nell’ultimo bilancio, la sala da gioco dichiarava 92,8 milioni di franchi di ricavi (85,7 milioni di euro) e la maggior parte di questi arrivava dalle mille slot machine in leasing su cui si riversavano settecentomila persone all’anno. La Fabbrica aveva cinquecento dipendenti con un “tasso di assenteismo molto alto”, come indicato nell’ultimo bilancio, a cui andavano 50 milioni di euro di stipendi. Poi c’erano gli assegni da versare al comune per sostenere le spese municipali e i fondi che venivano girati, negli anni d’oro, alle province di Como e Lecco. Parte di questi soldi andava anche al ministero dell’interno, che a sua volta li metteva a disposizione delle amministrazioni del sud, ma non solo: “Tutte le case da gioco, ma soprattutto il casinò di Campione finché era aperto”, mi ha detto a Roma un ex ministro che ha chiesto di rimanere anonimo, “versano fondi sottobanco al ministero dell’interno, che servono ai servizi segreti, per esempio per pagare gli informatori o i riscatti dei cittadini italiani sequestrati all’estero. Denaro che è andato anche ai terroristi. Ricordo che c’era proprio uno specifico fondo Campione”.
Chiusa la fabbrica dei soldi, il municipio non ha potuto più fare affidamento sui fondi che arrivavano dal casinò, ed è stato commissariato per un dissesto finanziario di 61 milioni di euro.
“Negli anni il clientelismo ha trasformato la sede del municipio in una vacca sacra dalle tette d’oro, uno stipendificio immorale”, mi dice il commissario Giorgio Zanzi, ex prefetto di Varese, che quando lo intervisto amministra il comune al posto del sindaco. Doveva andare in pensione, poi nel fatidico 2018 ha ricevuto l’incarico dall’allora ministro dell’interno Matteo Salvini, il segretario della Lega, il partito più votato in Lombardia. Quando è arrivato il commissario i dipendenti erano 103, un milione di euro di stipendi da pagare ogni mese.
“Il commesso del comune guadagna in franchi l’equivalente di seimila euro al mese, da prefetto io ne guadagno 5.500”, dice Zanzi. La giunta pagava venti vigili urbani, l’ex comandante Maurizio Tumbiolo, uno degli indagati, si era nominato tenente colonnello e guadagnava circa 160mila euro all’anno (il predecessore di Zanzi, Umberto Calandrella aveva impugnato inutilmente l’atto). Stipendi in franchi pieni di zeri ai dirigenti, riconoscimenti d’indennità corpose ai lavoratori che arrivavano dall’Italia, “per adeguare le retribuzioni al costo della vita svizzero”, spiega il commissario.
A Como ci odiano
Quando l’ex sindaco Roberto Salmoiraghi ha annunciato il dissesto finanziario, il 7 giugno del 2018, il municipio aveva accumulato debiti per 22 milioni e mezzo di euro. Non pagava funzionari e fornitori da mesi. “Qui sono abituati a fare la cresta su tutto da sempre”, dice Zanzi, “la facevano anche sui fondi con cui gli americani, attraverso Campione, finanziavano i partigiani. In decenni non è mai stato licenziato nessuno, né al casinò né al comune. Chi licenzi: tuo figlio, tua cugina, la tua amante, il vicino di casa, il tizio poco raccomandabile che è stato raccomandato dal tale politico lombardo?”, s’interroga con disincanto il commissario. Il quale però è andato giù di mannaia tagliando i dipendenti da 103 a 15, così anche quelle famiglie che erano state risparmiate dal crac della Fabbrica sono rimaste senza l’altra “mucca”, quella del posto pubblico. Ma gran parte dei nuclei familiari “mungeva” da entrambe.
Almeno due generazioni di campionesi sono state interamente inghiottite dal casinò o dal municipio. Soldi facili, sicuri, abbondanti. “Hai idea di cosa significa?”, dice Sabrina, “Che praticamente nessuno ha studiato per conquistarsi un posto nella vita o imparato un vero mestiere, sgobbato, rischiato. È pericoloso per un individuo, figurarsi quando è un’intera comunità a vivere in questo modo. Un paese di viziati e viziosi, ecco cosa siamo a Campione, per questo non facciamo pena a nessuno. A Como ci odiano, dicono: A quei là de Campiün cressean i danée sui ramm, quelli di Campione raccoglievano i soldi dagli alberi’”. Chiacchierando raggiungiamo i limiti dell’area comunale a monte, dove sorge una sorta di cittadella dello sport in mezzo al verde: un tennis club pensato per tornei internazionali, con un lussuoso circolo per i soci, otto campi dotati di tendoni gonfiabili, ora tutto sigillato, divorato dal sottobosco che mette radici nella terra rossa; poi un impianto di calcio che a prima vista sembra all’altezza di un campionato professionisti ma purtroppo, nonostante un costo di manutenzione annuale di circa un milione di euro, vale quanto un campetto parrocchiale perché il campo non è regolamentare, è un paio di metri troppo corto, e così le tribune servono solo per godersi uno dei paesaggi più pittoreschi del mondo, non a caso le mappe dei viaggiatori inglesi d’epoca vittoriana lo indicavano come paradiso lake.
Ci sediamo su una panchina nella piazzola un tempo pensata per i picnic e ora – come i cigli delle strade panoramiche di Campione – inselvatichita da acacie, alianti e bagolari, le classiche piante pirata che colonizzano le terre di nessuno. “Però io sono grata all’universo che mi ha fatto nascere qui, anche se Campione ha rovinato tutti in un modo o nell’altro”, prosegue Sabrina. È una donna giovane ma ha già due figli grandi, si è sposata presto, “quasi ragazzina”. Modi semplici, volto senza trucco, capelli biondi e lisci fino alle spalle. La sua graziosa serenità inganna, nelle ore trascorse insieme ho imparato a riconoscere certi lampi d’irrequietezza negli occhi azzurro chiaro. “C’era tutto, e quello che c’era era per tutti”, ricorda. “Sono cresciuta nel borgo vecchio, eravamo bambini fortunati. Il giorno dell’epifania nell’auditorium il sindaco consegnava un regalo a ognuno. A carnevale c’era il pranzo gratuito per tutta la comunità, risotto e salsiccia. La sera gli adulti ballavano al bocciodromo. A scuola tutto era gratis, libri, corsi di lingua e di tennis, gite, lo sci club che ci portava a Splügen. Di soldi ce n’erano talmente tanti”, sottolinea con nostalgia e fastidio. “Sì, vedevo che qualche amica comprava spesso un nuovo paio di scarpe e che certi genitori si facevano la Porsche nuova ogni anno, ma non mi sentivo sfortunata. Solo dopo il 2018 su Facebook è cominciato a scorrere il veleno, è esplosa la voglia di fare nomi e cognomi, di additare le responsabilità familiari del marciume che ci ha travolto. Si rivangano le contrapposizioni tra campionesi doc e immigrati, riemergono i riguardi di certi insegnanti per i figli dei croupier originari del posto, le cattiverie verso i figli di chi veniva da fuori. Io però queste cose non le ricordo, penso che nascano dal bisogno di pulirsi la coscienza, che dici?”.
L’obolo per la curia
Forse è così, rispondo. E le chiedo di dirmi della sua famiglia. “Sono figlia di un falegname veneto e di una cameriera della val Chiavenna che serviva al bar Pace. Poi mio papà è entrato al casinò come ausiliario, costruiva i tavoli da gioco, raccontava che a volte le roulette venivano manomesse, ma i controlli erano minimi; diceva che ogni venerdì partivano valigie di soldi per Roma, che ogni dieci giorni, quando i croupier si dividevano le mance, un cospicuo obolo andava alla curia, a monsignor Giuseppe Baraggia. La nostra situazione è cambiata quando papà è stato impiegato allo chemin de fer, le entrate in casa sono aumentate di dieci volte, eravamo élite anche noi. Ma ero ingenua, fino a 14 anni mi sembrava normale che circolassero tante signorine russe e ci fossero certi viavai nella casa accanto. Ogni sera era come capodanno, la mattina fino alle undici vedevi solo i netturbini, tutto normale. Per me, senza la Fabbrica, Campione non poteva esistere. Nemmeno io potevo esistere. Solo nel 1983, quando ero in collegio a Sondrio dalle suore canossiane e ho visto le immagini al telegiornale del blitz della guardia di finanza con i mitra spianati nelle sale gioco, ho capito che venivo da un posto strano, che essere di Campione non era così normale. Ma a quel punto già non ero più una bambina innocente”.
Poi è arrivato il Mostro. Dicono che l’architetto svizzero Mario Botta lo avesse riciclato da un progetto pensato per una centrale militare nel Caucaso. Visto da Lugano, verso sera, ricorda piuttosto la centrale nucleare di Chernobyl, con quei due enormi contrafforti a forma di diapason. Il vecchio casinò, un edificio fascista in stile “hotel riviera”, occupava settemila metri quadrati. Il Mostro, inaugurato nel 2007, ne copre 55mila spalmati su nove piani, 24 mila metri cubi inscatolati dentro lastre di pietra di Vicenza, così tetra, color marroncino polvere, che sembra perfetta per una ciclopica casa mortuaria piuttosto che per una casa da gioco.
I tavoli da gioco furono portati di notte dalla vecchia struttura alla nuova, prima dell’inaugurazione, per non perdere un solo secondo di puntate. Mobili in acero e moquette bordeaux, le sale ospitavano fino a 3.200 giocatori, per esempio durante i tornei di poker Texas hold’hem.
Quando gli telefono, Botta non si sorprende se critico senza ritegno la sua creatura. Il grande architetto è molto gentile, ma si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Mi spiega che la cosa è andata avanti per vent’anni: ogni amministrazione pretendeva di aumentare la cubatura, non era mai grande abbastanza. “In quelle condizioni”, dice il maestro ticinese, “è il meglio che potessi fare, d’altronde il casinò è Campione, è la sua cattedrale. Non è in armonia con il paesaggio? Allora neanche la tour Eiffel è in armonia con Parigi”.
Poi ammette: “Ora non ho problemi a dire che è fuori scala. Confesso che mi fa male quando lo vedo da Lugano. Il mio progetto però era diverso e aveva ricevuto l’approvazione dalla soprintendenza di Milano e dall’allora ministro dei beni culturali Alberto Ronchey. Prevedeva cinquemila metri quadrati di verde sul fronte lago e alberi di trenta metri che avrebbero attutito l’impatto dei volumi. Invece hanno costruito l’ennesimo parcheggio. Campione è morta a causa di gente insaziabile, un’intera generazione è colpevole”.
Ogni giorno arriva gente che non ha i soldi per l’affitto o per il mutuo
Il mastodonte è arrivato a costare il doppio del previsto. Tra costruzione e interessi la cifra è arrivata a quasi 190 milioni di euro. “Paghiamo rate da 500mila euro al mese, ma solo per la nuda proprietà. Perché l’usufrutto è stato concesso alla società dei giochi fino al 2041”, dice il commissario Zanzi, che smentisce Botta: “L’autorizzazione della Soprintendenza di Milano non c’è mai stata”.
Chi ha ragione?
Gli strozzini nel retro del bar
La risposta che mi ha inviato il soprintendente Giuseppe Stolfi per le province di Como, Lecco e Varese sembra la più plausibile: “C’erano molte perplessità sull’impatto paesaggistico, ma l’attività del casinò all’epoca sosteneva l’economia anche di Como e Varese con notevoli contributi annuali, e ci furono forti pressioni. L’autorizzazione alla fine fu data, per così dire, per ragion di stato”. Con l’apertura del Mostro “si è innescata una spirale mortale e irreversibile di sfortune”, mi dice Sandra Bernasconi, campionese da sette generazioni, ex responsabile del marketing del casinò dove è entrata nel 1989 – “senza appoggi, figurati, ero comunista!” – e oggi componente del comitato civico che cerca d’individuare la formula magica per la rinascita dell’exclave.
Non erano più gli anni ruggenti, ma fino all’ultimo è girata alla grande
“Si decide d’investire nel più grande e costoso casinò d’Europa nel momento in cui in tutto il mondo le case da gioco pagano duramente il boom del gioco online, e mentre nel cantone Ticino sono appena state autorizzate le aperture dei casinò di Lugano e Mendrisio. Poi arriva la crisi finanziaria globale del 2008, la svalutazione dell’euro sul franco, l’obbligo della tracciabilità del contante, il governo Berlusconi che nel 2009 liberalizza il gioco d’azzardo in Italia, da dove arrivava la maggior parte dei clienti. Ma gli italiani continuavano a venire, eccome”, dice Sandra, mentre passeggiamo sotto i tigli del lungolago e davanti all’imbarcadero sbarrato con i lucchetti. “Solo da Milano partivano ogni giorno due treni delle Ferrovienord e due corse di autobus per i cinesi, che arrivavano anche dal Veneto e dal Piemonte, sessantamila i clienti cinesi nel 2017. Ora giocano a Mendrisio e Lugano, dove dal 2018 la clientela è aumentata del 75 per cento. Non erano più gli anni ruggenti, ma fino all’ultimo è girata alla grande, si esibivano ancora star come Claudio Baglioni e Amália Rodrigues, poi c’erano le feste di gala. Nel 2017 la Fabbrica ha fatturato 92 milioni di euro”. Passiamo davanti al Café de Paris, chiuso, le piante della zona all’aperto sono secche: “Lì nel retro del bar gli strozzini davano il colpo di grazia a chi aveva già perso tutto”. Poi c’è il Rouge&Noir, uno dei tre locali rimasti aperti, dentro ci sono le uniche due slot machine di Campione ancora in funzione.
“Non ho fatto tante cose, ma mi sono successe tante cose”, mi dice un giorno Sabrina davanti a una pizza al bistrò del Lido comunale, gestito da Mayuli, una ragazza cubana. “Roberto l’ho conosciuto al distributore, il Piccadilly, appena si esce da Campione. Lavorava lì, aveva vent’anni e io sedici. È di Faloppio, nel comasco, famoso per l’alta concentrazione di contrabbandieri. Per loro il contrabbando è un principio d’onore. Ricordo che se non portava fuori dalla Svizzera almeno un orologio di straforo non era contento. Mi sembrava brillante, gli piacevano le cose belle. Per me è stato subito amore, una cosa importante. Dalle suore a Sondrio, dove studiavo per diventare maestra d’asilo, non è che fossi una suorina anch’io, mi ero trasformata in una specie di teppistella, scappavo per andare al cinema o a bere una birra. Quando tornavo a Campione c’era una vita pazzesca, era come stare a Barcellona. Dopo un anno e mezzo sono rimasta incinta e ci siamo sposati. Prima un bambino poi una bambina. Poi Roberto è entrato al casinò come guardia giurata e dopo un po’ l’hanno spostato alle slot come impiegato. Sai, ti sembrerà strano, ma in questo paese se non hai un minimo di base etica non reggi, vai fuori strada. Ci sono delle regole non scritte, dei confini invisibili. Un bel giorno mi ha detto che aveva perso la testa per una di 19 anni, ero decisa a cacciarlo di casa, gli ho detto che a differenza di lui io ero di Campione, non avevo bisogno dei suoi soldi del cazzo; ma la cosa è rientrata, gli ho dato fiducia per altri diciassette anni”.
Sabrina mi racconta che lei alla Fabbrica si è sempre rifiutata di entrare, lì avrebbe potuto avere un buon posto in qualsiasi momento. Ma quando si è presentata l’occasione dell’asilo si è fatta avanti ed è stata assunta: cinque maestre per cinquanta bambini, cinquemila franchi al mese, che in Italia è lo stipendio di un docente universitario. “Ero felice”, dice. Nel 2008 Roberto Bernasconi, il marito, è entrato in consiglio comunale, con la lista di minoranza del Faraone, cioè il capataz di Campione, Roberto Salmoiraghi, un personaggio conradiano. Tra i mandati di sindaco e quelli da consigliere Salmoiraghi è rimasto al potere 25 anni, gestendo capitali degni di una colonia britannica, piazzando centinaia di persone; contemporaneamente era l’amministratore delegato del casinò e anche uno dei due medici del paese. E chi non va dal medico-faraone?
“È lì in municipio, più che al casinò, che mio marito si è rovinato, il contrabbandiere di Faloppio pensava di essere un pezzo grosso di Campione. Ho scoperto che aveva messo incinta una ragazza di 23 anni e che era un cocainomane perso. Vedevo la pancia di mia cognata che cresceva e provavo rabbia, pensavo alla pancia dell’altra. Ma un giorno ho capito che quella creatura era una benedizione arrivata per liberarmi, per togliermi di dosso quell’estraneo. Così l’ho cacciato e ho smesso di piangere. La vita sa dirti le cose, ti mette in guardia, conosce ciò che potrebbe ucciderti. A volte le sfortune sono una liberazione, i cerchi si chiudono, certi squilibri non durano. Quello che succede a me succede a Campione”.
Il basista
Il giorno della rapina alla Fabbrica, la mattina del 26 marzo 2018, Sabrina stava camminando verso la scuola d’infanzia e ha visto i vigili urbani con la pistola in pugno in piazza dei Maestri campionesi. Era appena accaduto, alle 8.45. Si parlava della cassa delle slot machine e circolava già una cifra, 750mila franchi. “Ho pensato subito a lui e l’ho chiamato. Mi ha detto che non poteva parlare. L’istinto mi faceva sentire puzza di bruciato, l’ho detto anche a un’amica che mi ha accusato di pensar male. Lui mi ha richiamato dopo tre ore, mi ha raccontato che il rapinatore era entrato dall’ascensore di servizio, vestito da manutentore. E il badge? chiedo. E lui: ‘Sai chi stava uscendo dall’ascensore quando quello entrava?’. ‘Sì che lo so, tu’, gli ho risposto. ‘Giusto, stavo andando a pagare una multa’, ha detto lui”. Erano giorni, settimane drammatiche a Campione, stava arrivando lo tsunami. La magistratura al casinò puntava sul rosso, quello dei conti. I dipendenti si erano ridotti lo stipendio pur di dare un segnale, in extremis, alla procura di Como. Sabrina il 20 aprile riceve il preavviso di licenziamento, la convenzione tra il municipio e la fondazione che gestisce l’asilo infantile è saltata, sono finiti i soldi, da settembre tutti a casa. “Il 28 maggio ero in prefettura a Como”, racconta, “volevamo trovare il modo di bloccare i licenziamenti, di cercare una mediazione, ma il prefetto non ci ha neanche ricevuti. Mentre aspettavo mi è arrivato un messaggio su WhatsApp: hanno arrestato il tuo ex marito per la rapina. Ho pensato ai miei figli, a quel padre che in dieci anni li aveva invitati due sole volte per una pizza, al prezzo che avrebbero pagato. I carabinieri di Campione mi hanno convocato in caserma, gli ho raccontato che l’avevo sempre sospettato che c’entrava anche lui, qualche giorno dopo la rapina gli avevo inviato un messaggio con la locandina di Ocean’s eleven, il film sul colpo al casinò di Las Vegas. ‘Beccati!’, avevo scritto”.
Gli inquirenti sapevano tutto, o quasi, fino dal giorno della rapina. Hanno seguito i movimenti di Roberto Bernasconi nei giorni successivi. È stato subito chiaro che era lui il basista, aveva scattato le foto alla sala delle slot di cui era responsabile, con la sua uscita sincronizzata, ripresa dalle telecamere, aveva agevolato l’entrata in ascensore del rapinatore, che aveva i baffi finti e la visiera del berretto da baseball calata sugli occhi. Il rapinatore è salito al secondo piano, con il calcio della pistola ha tramortito due dipendenti ed è fuggito con il bottino su uno scooter Yamaha. Arrestato Bernasconi, 53 anni, gli inquirenti hanno trovato sul telefono i riscontri delle chat con gli organizzatori: Marco Robustelli, 52 anni, di Faloppio come Bernasconi (i due si conoscevano dall’infanzia), e Severino Matteri, 54 anni, di Garzeno, alto lago di Como. Bernasconi ha deciso di collaborare e un anno dopo, al processo, è stato condannato a due anni e otto mesi di carcere. Gli altri due non hanno ceduto, si sono dichiarati estranei ai fatti e sono stati condannati a sette anni e quattro mesi. Tutti e tre però hanno negato di conoscere l’esecutore della rapina, che è tutt’ora latitante con il malloppo.
Secondo Sabrina, la rapina ha “esasperato ancora di più i magistrati”. Il fatto che fosse coinvolto uno interno nel momento in cui si stava decidendo sul fallimento ha contribuito alla decisione di chiudere la Fabbrica, e quindi di far saltare il banco di Campione. All’asilo dove lavorava Sabina, l’erbaccia ha soffocato le altalene, i cinquanta bambini sono ospitati gratis nei comuni svizzeri limitrofi. Non c’è più un panettiere o un alimentari. Molte abitazioni sono disabitate, sul lungolago senti il rumore delle imposte sbattute dal vento. Le agenzie immobiliari hanno le insegne in cirillico, sono 250 i russi iscritti all’anagrafe. “L’indennità mensile di disoccupazione per i residenti è di circa settecento euro, con il costo della vita svizzero non basta a sopravvivere una settimana. Qui si rischia davvero la fame”, mi racconta Sandra, l’ex responsabile del marketing della Fabbrica. “I circa trecento dipendenti che risiedono in Svizzera incassano un assegno pari all’80 per cento del lordo che percepivano al casinò, quindi guadagnano più di prima”. La capitolazione dopo il fallimento ha avuto un effetto domino per chi vive entro i confini comunali, amplificato dagli effetti economici e sociali dell’epidemia di covid-19. Il municipio non paga più per l’accesso alle scuole in Svizzera, per i trasporti, le poste, l’integrazione alle assicurazioni sanitarie del Ticino, quella agli stipendi dei professori delle medie, dei carabinieri. I pensionati non ricevono più il cosiddetto assegno exclave, con cui vivevano da ricchi.
Ora, come centinaia di disoccupati, anche loro devono rivolgersi al banco alimentare, una “dispensa”, come la chiamano i volontari, che si trova in un vicolo del borgo vecchio al riparo da sguardi indiscreti. Ci vado con Sandra, che intanto mi confessa di offrire ospitalità in un suo appartamento ad alcuni cittadini sfrattati.
◆ Da ottobre del 2020 Campione d’Italia ha un nuovo sindaco, Roberto Canesi, 72 anni, commercialista. La lista che l0 ha sostenuto, Campione rinasce, ha ottenuto il 61,51 per cento dei voti. Alla prima seduta del consiglio comunale Canesi ha detto che la priorità è la riapertura del casinò: “È nel nostro dna, è l’unica via di salvezza per la nostra comunità”. Ha anche promesso che avvierà delle trattative con le autorità svizzere sulla questione delle targhe, per evitare che nel 2021 diventino italiane. Il commissario prefettizio Giorgio Zanzi è andato in pensione. Roberto Bernasconi, il basista della rapina, ha terminato il periodo di detenzione e vive a Faloppio, il suo paese d’origine, in provincia di Como. L’ex sindaco Roberto Salmoiraghi, detto il Faraone, è in attesa di giudizio, fa il medico a Lugano e a Campione non è più tornato, anche se c’è chi sostiene di averlo visto in paese il giorno delle elezioni. Forse non si capacitava di essere fuori dai giochi dopo quasi trent’anni di potere incontrastato.–Marzio G. Mian, Internazionale
“Ogni giorno arriva gente che non ha i soldi per l’affitto, per il mutuo, per pagare le bollette della luce e del gasolio. C’è chi non può comprare i pannolini”, mi dice Giuseppe Belfiore, 64 anni, che fino a luglio del 2018 è stato il vicedirettore giochi del casinò. A dare una mano nella dispensa c’è anche Christian, 44 anni, assunto al casinò nel 2002 alla roulette americana, oggi lavora per qualche ora nelle aziende vinicole del mendrisiotto, il distretto più meridionale del Ticino, dove ha imparato a potare i vitigni. Sua moglie è addetta alle pulizie in un paio di case di Melide.
“Ho bruciato i risparmi, ora per l’affitto ci dà una mano mio padre dall’Italia, noi siamo della Valtellina”, dice Christian, che ha l’aspetto d’un ragazzino ma lo sguardo d’un vecchio. “Siamo stati rasi al suolo, manca solo che spargano il sale, come Scipione a Cartagine. Non c’è più il servizio postale né italiano né svizzero. Una raccomandata da Lugano ci metteva un giorno ad arrivare, ora viene spedita a Milano, da Milano a Como, quindi da Como inviano l’avviso di andare a ritirarla a Chiasso. Passano venti giorni, ma spesso non arriva. Dovremmo pagare la corrente elettrica all’Enel in Italia. Ma come fai se non ricevi le bollette? Oppure ti arriva la raccomandata per il mancato pagamento della bolletta, ma non la bolletta. Così a giorni mi taglieranno la luce”.
La Brexit al contrario
Campione è andato definitivamente in cortocircuito il primo gennaio del 2020. “Noi diciamo ta pissà adoss l’ürocc, t’ha pisciato addosso il gufo. Siamo la calamita delle sciagure”, mi dice Giorgio Scotton, da trent’anni barista al Jessi’s, locale dei croupier disoccupati, che si trova di fianco al Mostro. “Abbiamo fatto la Brexit al contrario, il Regno Unito è uscito e noi siamo entrati”, dice il barman. “Campione godeva di continuità doganale territoriale con la Svizzera, eravamo esenti dalla tassazione italiana, per le merci si versava solo l’iva svizzera che è dell’8 per cento. Meglio di così era impossibile. Invece qualche commerciante insaziabile ha pensato che non bastava, siccome la maggior parte degli acquisti avviene in Svizzera, perché l’Italia è troppo distante, era il caso di fare il colpaccio: entrare nell’Unione europea e diventare un paradiso esentasse, bingo! La pratica avviata in sordina è stata cavalcata da qualche eurodeputato lombardo, così ora ci troviamo in territorio extracomunitario trattati da stranieri straccioni. Prima del 2018 eravamo italiani più ricchi degli svizzeri, oggi siamo italiani più poveri degli italiani”.
◆ Campione d’Italia **è un comune italiano di 1.961 abitanti. È un’exclave italiana, cioè una porzione di territorio al di fuori dei confini nazionali, in **Svizzera. Fa parte della provincia di Como. Dal 1 gennaio 2020 è uscita dallo spazio doganale svizzero ed è entrata in quello dell’Unione europea.
Così dal primo gennaio 2020 all’ingresso del paese staziona una camionetta della polizia doganale svizzera, confini chiusi, Campione è tornata a essere italiana al cento per cento, fatta eccezione per le tasse (abitanti e attività continuano a beneficiare di sconti su accise e imposte sul reddito). L’autobus per Lugano, se preso alla fermata fuori porta costa 4 franchi, mentre solo cento metri prima, entro i confini comunali, passa a 6,20 franchi. Le sigarette non si possono più vendere a Campione e si trovano solo alla stazione di benzina Piccadilly, quella dove lavorava il basista della rapina da giovane, perché, come in Italia, per vendere tabacco ora bisogna acquistare una licenza. Si dovranno cambiare le targhe delle auto, Amazon non consegna più, troppe trafile doganali, così anche per le ditte svizzere addette alla manutenzione, per cento chili di materiale spendono 60 euro di timbri. “La spazzatura gli svizzeri la raccolgono ogni tanto solo per una questione d’igiene, per non trovarsi l’invasione dei topi o il lago trasformato in discarica”, dice Giorgio, per il quale prima del 2018 il bar era quasi un hobby: aveva in mano tutta la logistica legata al casinò, navette minibus, servizio car valet, l’organizzazione degli eventi, 45 dipendenti, tre milioni di euro di fatturato all’anno.
Pare che il passaggio di Campione all’Unione europea abbia ancora di più segnato psicologicamente una comunità già in tilt, scioccata e smarrita. Ne è testimone il dottor Antonio Mercurio, 60 anni, calabrese arrivato a Campione nel 1994, rimasto l’unico medico in paese (“ma senza l’assegno di confine, guadagno quattro volte meno di un collega svizzero”) dopo che il Faraone se n’è andato in esilio a Lugano in seguito alla raffica di guai giudiziari: “Assisto a un aumento drammatico di casi di depressione e ansia”, dice. Lo conferma il farmacista Mauro Rubbini: “La vendita di psicofarmaci, di benzodiazepine, è cresciuta dell’80 per cento nell’ultimo anno”.
Anche le costellazioni della politica sono sfavorevoli. Dal 2001 al 2018, sette presidenti del casinò su otto nominati dalla provincia di Como erano in quota Lega, e sulla Lega gli amministratori campionesi hanno contato fino all’ultimo per contrastare l’ostilità del Movimento 5 stelle (“il nostro nemico giurato”, lo definisce Sabrina), che della lotta al gioco d’azzardo ha fatto un cavallo di battaglia in Lombardia e in Italia. Quando Salvini, nel primo governo Conte, ha guidato il paese con i cinquestelle, a Campione hanno stappato le ultime bottiglie di champagne. Ma l’ürocc, il gufo, era in agguato. Il governo è caduto e quello nuovo ha ben altre fabbriche da far ripartire.
Accompagno Sabrina a casa, prima di salutarci le chiedo ancora della rapina, cioè dei 750mila franchi. “Hanno perquisito la casa del mio ex marito, ma credo non abbiano trovato nulla”, mi dice. “Ha sempre negato di conoscere il rapinatore e ora penso sia vero. Quello era certamente legato agli altri due, anche se negano perché ci deve essere qualche patto. Ma per mesi ho avuto molti dubbi e la paura che per far tacere Roberto potessero fare del male a me e ai miei figli. Spero che anche questa vicenda si chiuda presto”, continua, prima di scendere dall’auto. “Mi auguro che lo prendano perché, anche se nessuno lo dice, finché non si troveranno tutti quei soldi non riusciremo a mettere una pietra sopra al maledetto 2018”.
Usciranno allo scoperto
Quando telefono al comandante dei carabinieri di Campione, Natale Grasso, scopro che “l’attività investigativa è in una fase importante”. Qualcosa emerge, per esempio che il latitante è stato individuato e che non si troverebbe né in Svizzera né in Italia. “Stiamo aspettando che decida di rientrare”, dice il comandante, “sappiamo che ci sono contatti con gli altri tre, prima o poi usciranno allo scoperto”. Allora anche il basista, Roberto Bernasconi, conosce l’uomo che entrò con i baffi finti nell’ascensore della Fabbrica? “È così”, dice Grasso, arrivato a Campione d’Italia nel 2017, “giusto in tempo per il tornado”. E i 750 mila franchi? Mi fa capire che una minima parte è già stata spartita, e che “qualcosa è stato trovato a casa del Bernasconi Roberto”. Il comandante non smentisce quel che si dice in paese, che i soldi sarebbero ancora a Campione. “Lo prenderemo”, assicura. “Altrimenti sarà l’unico ad aver vinto al casinò”.
Marzio G. Mian è un giornalista e scrittore italiano. Collabora con la rivista svizzera Reportagen. Il suo ultimo libro è Tevere controcorrente (Neri Pozza 2019).
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Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati