Dal primo giugno i dazi statunitensi sull’acciaio e l’alluminio colpiscono anche le esportazioni dell’Unione europea e quelle dei paesi del G7 (il gruppo delle economie più industrializzate che comprende, oltre agli Stati Uniti, Canada, Francia, Italia, Regno Unito, Giappone e Germania). Nessuno è escluso, neanche il Canada, che quest’anno detiene la presidenza di turno del gruppo. Per questo all’incontro tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali dei paesi del G7, che si è svolto dal 31 maggio al 2 giugno a Whistler, in Canada, si è parlato soprattutto della guerra commerciale con gli Stati Uniti.
Il nuovo “G6 più 1” – come l’ha soprannominato il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire a causa delle crescenti divergenze con Washington – ha affidato al segretario del tesoro statunitense, Steven Mnuchin, un messaggio chiaro per la Casa Bianca. Mnuchin, si legge nel comunicato, ha il compito di riferire l’unanime preoccupazione e la delusione dei sei paesi. Le misure commerciali degli Stati Uniti mettono a rischio la collaborazione e la tenuta del gruppo.
In una breve conferenza stampa il ministro dell’economia canadese Bill Morneau ha fatto riferimento alle grandi differenze di vedute tra gli Stati Uniti e gli altri paesi del G7 in materia di politiche commerciali. I nuovi dazi, ha detto, sono un provvedimento distruttivo, che pone tutti di fronte a sfide complesse. Morneau ha ribadito la posizione canadese: è assurdo credere che il Canada, con le sue esportazioni di acciaio e alluminio, possa rappresentare un rischio per la sicurezza degli Stati Uniti. Il governatore della banca centrale canadese, Stephen Poloz, ha parlato di una grande insicurezza che grava sull’economia mondiale a causa di questi contrasti. È certo che nel vertice dell’8 e 9 giugno a Charlevoix, in Québec, anche i capi di stato torneranno a confrontarsi sull’argomento. Al momento è prevista la partecipazione del presidente statunitense Donald Trump.
Secondo l’agenzia di stampa Bloomberg, il ministro dell’economia francese avrebbe concesso agli Stati Uniti pochi giorni per un cambiamento di rotta che possa scongiurare una guerra commerciale con i paesi alleati. In effetti, subito dopo il 1 giugno l’Unione europea e il Canada hanno annunciato misure di ritorsione, che però non sono ancora entrate in vigore (il 6 giugno, invece, il Messico ha introdotto dei dazi su alcuni generi alimentari). Spetta agli Stati Uniti fare un passo avanti e arrestare l’escalation, ha dichiarato Le Maire.
Al vertice, quindi, Mnuchin si è dovuto sottoporre a non poche critiche, anche se è uno dei rappresentanti più moderati del governo statunitense. Il suo ministero non è direttamente responsabile degli studi sui dazi doganali sull’acciaio e l’alluminio, né della svolta protezionistica della Casa Bianca. Finora, però, Mnuchin ha sostenuto lealmente le posizioni di Trump, difendendole nei vertici internazionali. Il suo collega giapponese, Taro Aso, ha detto di essere quasi dispiaciuto per le dure critiche che Mnuchin ha dovuto incassare dai colleghi.
Durante il vertice, Mnuchin ha annunciato di aver già trasmesso il messaggio del G7 a Trump e ha aggiunto che l’obiettivo di Washington è un mercato più giusto. Mnuchin ha affermato – secondo Bloomberg con toni poco convinti – che gli Stati Uniti non rinunceranno al loro ruolo di leader dell’economia mondiale e che, al contrario, stanno mettendo in atto un’importante riforma fiscale che avrà effetti positivi.
Niente da perdere
Intanto in un tweet da Washington Trump ha dichiarato che per gli Stati Uniti è tempo di essere trattati in modo equo. Non è corretto né tollerabile che si impedisca a
Washington di mettere dei dazi, mentre i paesi alleati impongono sulle esportazioni statunitensi tariffe del 25, del 50 o addirittura del 100 per cento.
Secondo Trump, questo non è un commercio libero o equo, ma un commercio stupido. Il presidente ha ribadito inoltre la sua convinzione che Washington non avrebbe niente da perdere in una guerra commerciale, visto che perde già 800 miliardi di dollari all’anno negli scambi internazionali. Per anni gli Stati Uniti sono stati presi per in giro, ha concluso, ora è arrivato il momento di farsi furbi.
Non è chiaro a cosa si riferisca Trump quando parla di una perdita di 800 miliardi di dollari. Quel che si sa è che il presidente considera erroneamente il deficit commerciale statunitense come un affare in perdita. Nel 2017 gli Stati Uniti hanno raggiunto gli 800 miliardi di deficit nello scambio di beni, ma se si considerano anche i servizi il disavanzo scende a 568 miliardi. ◆ ct
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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati