Sally Rooney avrebbe potuto rendersi la vita molto più facile. Nel 2025, quando il governo del Regno Unito ha messo fuori legge il gruppo Palestine action definendolo un’organizzazione terrorista (e trasformando in reato qualsiasi aiuto finanziario o sostegno morale nei suoi confronti), la scrittrice avrebbe potuto restare in silenzio. Del resto a quel punto era chiaro quale fosse la sua posizione a proposito dei massacri commessi da Israele a Gaza: la scrittrice irlandese aveva detto esplicitamente che si trattava di un genocidio compiuto con il supporto del governo statunitense e dei paesi europei, una vergogna a cui bisognava opporsi in ogni modo.
Eppure Rooney ha deciso di non tacere. Ha scritto un articolo per l’Irish Times (pubblicato su Internazionale il 29 agosto 2025 con il titolo “Sto con chi manifesta per la Palestina, chiamatemi pure terrorista”) analizzando l’attacco del governo contro Palestine action e le ramificazioni che avrebbe potuto avere, e criticando il governo irlandese per non aver aiutato i suoi cittadini arrestati nel Regno Unito, “colpevoli” di aver manifestato il proprio appoggio a Palestine action. Quelle persone, a causa della stessa legge contro cui protestavano, rischiavano condanne fino a 14 anni di carcere. Rooney ha anche difeso esplicitamente Palestine action e le sue iniziative dirette contro i produttori delle armi vendute a Israele e usate per distruggere Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Palestine action è stata messa al bando dopo che i suoi attivisti hanno fatto irruzione in una base aerea nell’Oxfordshire e ricoperto di vernice rossa due aerei, in segno di protesta contro il sostegno militare accordato a Israele dal governo.
Pienamente consapevole
In quel contesto, Rooney aveva sentito il dovere di esplicitare il suo impegno. “Se questo mi rende una ‘sostenitrice del terrorismo’ secondo la legge britannica, pazienza”, aveva scritto, sottolineando che i suoi libri erano ancora in vendita nelle librerie del Regno Unito e che riceveva ancora pagamenti dalla Bbc per l’adattamento televisivo di due sue opere. “Voglio essere chiara”, aveva aggiunto. “Intendo usare questi introiti derivanti dal mio lavoro, oltre che la mia piattaforma pubblica in generale, per sostenere Palestine action e l’azione diretta contro il genocidio, in ogni modo che mi sarà possibile. Se lo stato britannico considera che questo sia ‘terrorismo’, allora forse dovrebbe indagare sulle losche organizzazioni che continuano a promuovere il mio lavoro e a finanziare la mia attività, come W.H. Smith e la Bbc”.
Quando ha scritto queste parole Rooney sapeva perfettamente che avrebbe dovuto affrontarne le conseguenze legali. Non è stato un atto sconsiderato, ma una decisione ponderata. L’obiettivo era usare la sua fama e la diffusione dei suoi libri per mettere a nudo l’assurdità della legge britannica. Le ripercussioni sono puntualmente arrivate: il suo editore britannico Faber è stato costretto a smettere di versarle i diritti a causa del rischio legale di essere ritenuto complice di finanziamento del terrorismo (la stessa situazione si è ripresentata per gli adattamenti televisivi di Persone normali e Parlarne tra amici). Subito dopo è arrivata la notizia che a causa dell’impossibilità di versare le cifre dovute, la Faber non avrebbe più distribuito i libri di Rooney nel Regno Unito.
Niente di cui sorprendersi. Rooney è una cara amica. La conosco da prima che cominciasse a scrivere. La mia valutazione di tutta la vicenda non può non essere influenzata da questa amicizia. Ma la mia ammirazione per il modo in cui interpreta il suo ruolo di figura pubblica (il modo giudizioso e moralmente apprezzabile in cui usa la celebrità, risorsa altrimenti inutile) sarebbe esattamente la stessa anche se non la conoscessi personalmente. Rooney ha concordato con la Faber la decisione di smettere di distribuire i suoi libri nel Regno Unito. L’editore non lo avrebbe mai fatto senza il suo consenso. Nessuno impediva alla Faber di vendere i libri di Rooney, l’unico ostacolo riguardava il pagamento dei diritti. Tuttavia, come ha chiarito l’editore in un comunicato, “vendere il lavoro di uno scrittore e non potergli versare il denaro dovuto è inaccettabile per una casa editrice”. In senso stretto, è una questione di principio su cui l’autore e l’editore sono pienamente d’accordo.
Spingere al limite
Ma è una questione di principio anche in senso più ampio. Lo scopo di Rooney è quello di spingere questa situazione legale fino ai limiti dell’assurdo, indipendentemente da quale sarà il prezzo da pagare. Il bando nei confronti di Palestine action è legato al Terrorism act, approvato nel Regno Unito nel 2000. La legge contiene una definizione molto ambigua di terrorismo, affermando che “il riferimento ad azioni compiute con fini terroristici include anche ogni riferimento all’azione intrapresa a beneficio di un’organizzazione messa al bando”. Dato che Palestine action è dichiarata fuorilegge, qualsiasi attività a suo beneficio può essere interpretata come intrapresa a fini terroristici. Fino alla sua messa al bando (su cui si esprimerà a novembre la corte suprema), i governi britannici avevano usato il potere di vietare le attività delle organizzazioni in modo meno aggressivo, ma la possibilità di una deriva autoritaria è un rischio insito nella legge.
A settembre Margaret Owen – avvocata di 94 anni specializzata nella difesa dei diritti civili – è stata arrestata a Liverpool dopo aver mostrato un cartello con la scritta “mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine action”. Owen sapeva benissimo cosa stava facendo e soprattutto sapeva perché lo faceva. Voleva evidenziare la follia di questa legge crudele e stupida. C’è riuscita. Rooney sta facendo qualcosa di simile. Il ritiro dei suoi romanzi dalle librerie è la conseguenza diretta di una legge illiberale e della sua assurda applicazione, legge che danneggia l’immagine del Regno Unito come paese paladino della libertà individuale e della libertà di espressione. Non è così che si comporta una cultura democratica in buona salute.
Oggi ci sono pochi scrittori famosi quanto Sally Rooney, e quasi nessuno di loro è disposto a usare la propria fama in modo altrettanto coraggioso per difendere una causa. In tanti disprezzano e attaccano la scrittrice per questo motivo, ma d’altronde ci sono sempre state persone che disprezzano gli artisti e altre figure pubbliche (soprattutto donne) per il loro solido impegno politico e sociale. Rooney sa bene che vale assolutamente la pena di pagare questo prezzo per dare alla fama uno scopo sociale.
Questo scopo, nella sua natura più diretta e politica, è quello di rispettare il ruolo dell’artista nella società: mostrare la vera natura del mondo a tutti quelli che hanno voglia di scoprirla. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati