Vincent Bonnecase e i suoi amici Gwendal e Leslie erano andati a Genova a manifestare pacificamente con il movimento non violento dei pink. Di ritorno a Parigi raccontano ancora sotto shock la loro esperienza.
Verso le tre di pomeriggio di sabato 21 luglio il loro corteo è stato caricato dai carabinieri: manganellati, i tre giovani sono stati feriti alla testa. Un’ambulanza li ha trasportati all’ospedale Galliera. Dopo le prime cure sono stati interrogati dalla polizia, sistemata all’ingresso dell’ospedale. Poi sono stati condotti al centro di detenzione di Bolzaneto, a venti chilometri da Genova.
Leslie, vent’anni, studentessa di storia a Parigi, si ritrova nella cella riservata alle ragazze. Un medico l’avverte che “non riceverà nessuna assistenza sanitaria almeno finché non vedrà doppio, non vomiterà e non si trascinerà per terra”. Una delle sue vicine, sofferente, pulisce il suo vomito fra le risate delle guardie.
Vietato muoversi
Dai ragazzi le cose vanno peggio. “Mi hanno preso le generalità e confiscato gli effetti personali”, racconta Vincent. “Mi hanno portato in un edificio che conteneva quattro celle, dove dei giovani erano allineati contro le pareti. Nell’ultima c’erano una quindicina di persone, con la fronte e le mani contro il muro all’altezza delle tempie, i piedi arretrati, in equilibrio, con il divieto di muoversi. Sono rimasto in quella posizione per quattro o cinque ore. Ci colpivano regolarmente sulle ferite, in modo da non aggiungere tracce a quelle riscontrate all’ospedale. Ci sbattevano la testa contro il muro, vedevo il mio sangue colare. Ho chiesto un avvocato e ho ricevuto solo altre botte”.
Vincent è condotto in un altro edificio da un agente che gli ripete: “Sei una merda francese. Hai colpito Genova e devi soffrire”. Poi l’uomo gli torce un braccio. Vincent si lamenta e il poliziotto lo colpisce alla testa. Gli fanno percorrere un corridoio dove alcuni carabinieri lo prendono a calci negli stinchi. Vincent vede un manifestante con la schiena lacerata. Dalle celle vicine vengono delle grida.
Quando finalmente lo rilasciano, fra gli insulti e le minacce, dopo avergli fatto firmare un foglio che contiene le sue impronte digitali e degli spazi vuoti, sono le tre del mattino.
Oggi Vincent lancia un invito a testimoniare per un’eventuale denuncia alla Corte europea dei diritti umani (contact@aarrg.org).
Gwendal, studente di matematica a Parigi, 26 anni, era nella stessa cella di Vincent. Anche lui è stato picchiato, mentre alcuni carabinieri gli chiedevano di ripetere delle frasi in italiano, fra cui “Viva il Duce!”. Di fronte al suo rifiuto, lo hanno preso a calci in pancia.
Lo rialzavano a calci
Alla sua sinistra, un giovane stava in equilibrio con la fronte contro il muro e le mani dietro la schiena legate da una fascetta di plastica, di quelle con le tacche. “Stava male e ha chiesto che mettessero qualcosa fra la sua fronte ferita e il muro. L’hanno picchiato di nuovo sulla piaga e hanno stretto di qualche tacca la fascetta. Le sue mani erano già di un azzurro cupo. Soffocava ed è crollato a terra. Solo a quel punto un carabiniere è intervenuto per fargli allentare la fascetta”.
Nel corridoio Gwendal ha visto un uomo coperto di ecchimosi. “Aveva degli spasmi e non riusciva a stare seduto. Ogni volta che cadeva, lo rialzavano a calci. Per non sentire più i suoi rantoli di dolore, i carabinieri gli hanno messo del nastro adesivo sulla bocca”. Gwendal è stato rilasciato alle tre del mattino. Nella sua deposizione, il suo arresto è descritto come avvenuto “senza motivo”. ◆ cp
Il ventisettenne Mark O’Byrne e suo fratello Patrick, di 24 anni, vogliono denunciare la polizia italiana alla Corte europea dei diritti umani. I due irlandesi sono stati rinchiusi per trenta ore in una stazione di polizia di Genova e poi nel carcere San Michele ad Alessandria. Durante la loro prigionia, affermano, sono stati picchiati ripetutamente. In una foto pubblicata dall’Irish Times i due fratelli mostrano gli enormi lividi che hanno sulle spalle e sulla schiena. La polizia li ha arrestati dopo averli travolti in una carica, durante le manifestazioni di sabato 21 luglio a Genova, e li ha portati in un posto che Mark descrive come “una specie di centro di detenzione in mezzo alle montagne”. “Mi picchiavano, urlavano e mi colpivano ai genitali”, racconta. “Ci hanno messo faccia al muro con le gambe divaricate e le mani appoggiate alla parete”, continua, “poi è arrivato un agente, si è tolto i guanti e si è tirato su le maniche. Ha cominciato a riempirci di botte e di calci, urlandoci frasi in italiano”. Ogni volta che parlavano o le mani gli scivolavano dal muro venivano picchiati. Alla mezzanotte di sabato sono stati portati ad Alessandria e rilasciati il giorno dopo. L’ambasciata italiana in Irlanda non ha rilasciato dichiarazioni. Kitty Holland, The Irish Times
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati