A Safi, la città portuale marocchina in cui è nata, Salma (nome di fantasia per proteggere la sua identità) impacchettava lattine di sardine in piccole scatole di cartone. Le lattine uscivano dal forno ancora roventi in una cassa di metallo.
Nei giorni in cui il mare dava più frutti, lavorava anche diciotto ore al giorno finché l’intero carico non era stato inscatolato. Si ritrovava le punte delle dita annerite dal contatto con il metallo caldo.
Dopo la laurea Salma, 24 anni, ha cominciato a lavorare nella capitale Rabat in un grande palazzo di vetro con l’aria condizionata, uno dei simboli del recente sviluppo economico del Marocco. Le sue ciabattine schioccano sul pavimento di marmo. Ma, nonostante il prestigio del suo nuovo impiego, vive ancora in ristrettezze. Come molti marocchini della sua età, deve fare i conti con salari bassi e la sensazione che le opportunità si trovino altrove. Come tanti, non vorrebbe solo limitarsi a sopravvivere.
Negli ultimi decenni, da quando il Marocco si è impegnato a tenere in ordine i conti e a investire nelle infrastrutture, l’economia è cresciuta e la povertà è diminuita. Secondo gli economisti, però, questa crescita, che si concretizza negli stadi dalle forme sinuose e nelle torri scintillanti lungo la costa nordoccidentale, non si è tradotta in posti di lavoro sufficientemente buoni o salari migliori per la maggioranza delle persone.
Questo fallimento è finito sotto i riflettori alla fine di luglio, quando più di 72mila persone, in gran parte giovani marocchini in cerca di un futuro migliore, si sono riversate nella exclave spagnola di Ceuta. Secondo le autorità spagnole sono morte almeno 82 persone, ma un’ong marocchina stima un numero più alto, almeno 141. Eppure molti dicono di volerci riprovare.
Mehdi Lahlou, che insegna economia all’Istituto nazionale di statistica ed economia applicata di Rabat, ed è esperto di migrazione, sostiene che la spinta a partire deriva dalla riduzione del potere di acquisto, dalla marginalizzazione delle aree rurali e dall’assenza di servizi pubblici. “I frutti della crescita economica non arrivano alla maggioranza”, spiega.
I successi del Marocco sono tanti: negli ultimi anni ha costruito una solida produzione automobilistica e aeronautica, diventando uno dei pochi paesi della regione ad attirare questo tipo di manifattura. Un nuovo grande porto industriale ha migliorato la capacità nel campo delle esportazioni e della logistica, mentre l’azienda statale che produce fosfato ha reso il Marocco un fornitore chiave di fertilizzanti a livello mondiale.
Tuttavia i grandi investimenti pubblici, tra cui quelli nello sport (il paese ospiterà i Mondiali di calcio del 2030 insieme a Spagna e Portogallo) e nei treni ad alta velocità, “sono ad alta intensità di capitale, e non creano abbastanza opportunità di lavoro”, spiega Lahlou. Il tasso di disoccupazione è del 13 per cento, ma per i giovani la percentuale è il triplo, tanto che anche chi ha un lavoro desidera lasciare il paese.
Torri svettanti
L’ambizione del regno è visibile alla periferia della capitale, dove un grattacielo a forma di missile svetta su un’area coperta da alberi che crescono fiacchi sotto il sole. “Benvenuti nella torre Mohammed VI”, si legge su uno schermo interattivo all’interno dell’edificio intitolato al re, completato solo l’anno scorso.
I ceramisti che avevano i loro laboratori in quest’area prima dell’apertura del cantiere sono stati trasferiti nel centro della città. Lì vicino una guardia tiene i pedoni lontani dal prato del nuovo teatro reale, progettato dallo studio Zaha Hadid Architects, alla cui apertura quest’anno ha partecipato Brigitte Macron e la famiglia reale marocchina. Sul lungomare è stato recentemente inaugurato un enorme stadio di hockey sul ghiaccio, nonostante lo sport sia relativamente sconosciuto nel paese.
Quando Salma esce dal lavoro torna in un appartamento al piano terra che condivide con un’amica nella vicina città di Salé. La stanza è buia perché la finestra non si apre del tutto e di notte lei e l’amica dormono su una coperta zebrata stesa sul pavimento. Salma guadagna l’equivalente di 369 euro al mese, meno della metà del salario medio nel settore pubblico, che è di 862 euro, una somma insufficiente per vivere come lei vorrebbe. Arrotonda scrivendo testi per gli youtuber e registrando dei _voice-over _per la pubblicità.
Dopo l’università avrebbe voluto rimanere a Safi, città dominata dalle industrie delle sardine e del fosfato. Sua madre lavora ancora in uno stabilimento ittico, dove taglia le teste dei pesci. “Sono andata a chiedere in molti posti, ma non sono riuscita a trovare lavoro… Lì c’è più offerta che domanda. Sono così tanti i giovani che vogliono lavorare”, dice.
Secondo l’economista Najib Akesbi, i grandi investimenti hanno creato una facciata di successo agli occhi degli osservatori esterni. Lo sviluppo di ferrovie ad alta velocità e stadi costosi, concentrato soprattutto nel litorale di nordovest, è avvenuto a spese del resto del Marocco e di servizi come la sanità pubblica.
Questi contrasti, che Akesbi definisce il “Marocco dimenticato”, hanno determinato nel 2025 un’ondata di proteste della generazione Z, innescate dalla morte di otto donne incinte in un ospedale pubblico di Agadir. Il governo marocchino ha riconosciuto le disuguaglianze e ha dichiarato di voler ampliare la rete di protezione sociale e sanitaria.
All’inizio di agosto Medhi, fabbro e calciatore professionista di vent’anni, ha lasciato la sua casa a Salé per cercare di varcare il confine a Ceuta. Era il quinto tentativo per lui: sapeva cosa serviva e quale sarebbe stato l’itinerario. Ha portato con sé pinne e buste di plastica in cui avvolgere cellulare, soldi, cibo e acqua.
Ha nuotato per sette ore finché non è arrivato a Ceuta. È rimasto nell’exclave spagnola per una settimana. Dopo di che ha deciso di rientrare a nuoto in Marocco per paura delle forze armate spagnole.
Mehdi non riesce a trovare un lavoro fisso: passa dal fare il falegname, l’imbianchino o l’elettricista ad altri lavoretti nell’edilizia. Quando faceva il calciatore professionista era pagato circa mille dollari al mese, ma ha raccontato che gli servivano per ripagare i microprestiti che la sua famiglia aveva contratto per comprare beni di prima necessità.
“Prima di diplomarmi pensavo che avrei avuto delle opportunità di lavoro. In Marocco, però, diciamo che la vita vera comincia quando finisci gli studi”, dice. “La maggior parte dei marocchini vive così”.
I privati non investono
“La debolezza strutturale più significativa” dell’economia marocchina è la “sua incapacità di creare posti di lavoro in numero adeguato a una popolazione in età lavorativa in crescita”, si legge nell’ultimo rapporto della Banca mondiale. Si stima che fino a due terzi degli investimenti in Marocco provengano dal settore pubblico.
Secondo Akesbi, il settore privato teme di fare investimenti a lungo termine (che creerebbero posti di lavoro e una crescita più solida) a causa dello stretto controllo governativo sull’economia, dell’assenza di concorrenza e del vantaggio di alcune imprese che detenevano posizioni oligopolistiche in settori chiave come quello dei carburanti. “Sono interessati solo ai profitti di breve termine”, spiega.
Mentre Mehdi tornava indietro a nuoto di notte, molto dopo che i suoi compagni di viaggio erano già rientrati, ha visto un cadavere galleggiare in acqua.
Ha raggiunto le coste della città di confine di Fnideq la mattina presto, ha camminato per decine di chilometri e poi ha preso un autobus che l’ha riportato a Salé. Si è fermato a casa e ha visto sua nonna e sua madre. Sopraffatte dalla gioia per il suo ritorno improvviso, lo hanno perdonato per essere ripartito.
Alle sette del mattino è andato alla spiaggia pubblica di Salé giusto in tempo per cominciare a noleggiare ombrelloni. Guadagna circa 13 euro al giorno, a seconda di quante persone vanno in spiaggia. Dice che aspetterà ancora due settimane e poi farà un altro tentativo a Ceuta. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati