A Gela, in Sicilia, tutti conoscono almeno una persona colpita dalla crisi sanitaria in corso da decenni. In città i tassi di mortalità sono più alti della media dell’isola e si registra un numero insolitamente alto di anomalie congenite, e la più alta incidenza al mondo di una rara malattia dell’uretra.

“Tragedie di questo tipo avvenivano ogni giorno” racconta Luigi Fontanella, un avvocato che nel 2007 cominciò a raccogliere testimonianze sui problemi di salute dei 70mila abitanti di Gela. “Tutti qui avevano un parente o un amico, tanti avevano un bambino colpito da malattie gravi”. Fontanella notò che centinaia di bambini erano nati con malformazioni congenite tra cui l’ipospadia (la malattia dell’uretra), la palatoschisi e la spina bifida.

Kimberly Scudera a Gela, il 21 novembre 2017 (Francesco Bellina, Cesura)

Da tempo gli abitanti di Gela puntano l’indice contro l’inquinamento. Uno studio richiesto nel 2011 dalle autorità sanitarie italiane arrivò a una conclusione simile: ogni anno l’inquinamento provocava la morte di decine di feti nell’utero o di bambini entro una settimana dalla nascita.

Oggi, a dieci anni dall’inizio della battaglia per individuare i responsabili di quelle patologie, gli abitanti di questa città martoriata sono un po’ più vicini alla giustizia. A novembre sono state formalizzate le accuse di inquinamento ambientale contro cinque dirigenti dell’Eni, la principale compagnia petrolifera italiana, che a Gela ha gestito una raffineria per 54 anni. Secondo gli inquirenti, per anni l’Eni avrebbe nascosto illegalmente tonnellate di rifiuti tossici in una discarica sottomarina lunga quasi tre chilometri. Se giudicati colpevoli, i dirigenti dell’Eni potrebbero ricevere condanne fino a sei anni di carcere. Contattata dal Guardian, l’azienda ha fatto sapere di “aspettare la decisione dei giudici”, ribadendo la fiducia nei confronti dei dirigenti di Gela. Secondo l’Eni non ci sono prove che le malformazioni siano state provocate dalla sua raffineria e non da altri fattori, come lo smog o altre sostanze presenti nell’aria.

Nel 2007 Fontanella chiese al tribunale locale di indagare sul rapporto tra l’alto tasso di difetti congeniti e l’inquinamento provocato dalla raffineria, che i residenti chiamano “il mostro di Gela”.

Il tribunale ha accolto la richiesta nel 2012 e ha incaricato una squadra di ambientalisti, medici e genetisti di studiare la possibile correlazione. Nel 2015 il rapporto degli esperti ha stabilito che le falde acquifere intorno a Gela erano così inquinate che era “tecnicamente sbagliato parlare di contaminazione tossica dell’acqua. Per parlare di contaminazione la sostanza tossica dovrebbe essere meno dell’acqua. A Gela sembra esserci la situazione opposta: è l’acqua a contaminare le sostanze tossiche”.

Un mare in tempesta

Tra le presunte vittime dell’inquinamento c’è Kimberly Scudera, una ragazza di vent’anni affetta da spina bifida, una malattia rara che impedisce il corretto sviluppo della colonna vertebrale e del midollo spinale. Scudera è costretta a spostarsi su una sedia a rotelle. I medici nominati dal tribunale hanno definito così la sua malattia: “La commissione tecnica, all’unanimità, ritiene assolutamente concreta la possibilità che la spina bifida di Scudera sia stata provocata dalla presenza di sostanze chimiche nell’ambiente (aria, acqua, cibo) prodotte dallo stabilimento industriale”.

Scudera è una campionessa di tiro con l’arco e si sta allenando per partecipare alle Paralimpiadi del 2020. La sua famiglia ha chiesto un risarcimento all’Eni, senza successo. La ragazza vive in un appartamento al secondo piano nella casa della famiglia, che non ha soldi sufficienti per costruire un ascensore. Per accompagnarla agli allenamenti, la madre deve farle fare le scale portandola sulle spalle. “Qui è quasi normale, siamo abituati”, spiega Scudera. “Naturalmente sono arrabbiata”.

Secondo l’Eni lo studio non ha “raggiunto conclusioni degne di nota”, e “in questo contesto non si sta valutando la possibilità di risarcimenti”. Questo vale anche per il caso di Nicolò Pace, 15 anni, nato con una forma particolarmente grave di palatoschisi. Per pagare le cure di Nicolò, il padre Antonio si è pesantemente indebitato. “È una follia”, spiega Antonio. “Se mai otterremo un risarcimento il denaro andrà tutto a mio figlio, per il suo futuro, per permettergli di fare quello che vuole nella vita dopo anni di sofferenza”.

A marzo Fontanella ha chiesto al tribunale di mettere sotto sequestro i terreni agricoli intorno alla raffineria, per evitare che le persone mangino cibo che potrebbe essere legato ai difetti di nascita. Inoltre Fontanella ha chiesto un risarcimento di 20 milioni di euro per cento famiglie colpite. Il tribunale non si è ancora pronunciato su queste richieste. Il procuratore capo di Gela Fernando Asaro, che porta avanti le indagini insieme alla guardia costiera locale, ha dichiarato: “Se da un lato l’impianto petrolchimico ha dato lavoro a molte famiglie, dall’altro ha inquinato pesantemente l’aria, l’acqua e il sottosuolo, causando tumori e malattie genetiche. Era nostro dovere intervenire”.

Lo stato italiano, che possiede una quota delle azioni dell’Eni, ha riconosciuto già nel 1998 il potenziale collegamento tra la raffineria e i problemi di salute degli abitanti di Gela. In quell’anno il ministro dell’ambiente inserì la città siciliana in una lista di aree altamente contaminate. Il governo chiese all’Eni di portare avanti un “lavoro di bonifica” per decontaminare l’aria, con un costo previsto di 127 milioni di euro. I lavori non sono mai stati completati.

Fontanella spiega che la battaglia per ottenere giustizia non è ancora finita. “In questo processo non mi sento un avvocato. Mi sento una specie di capitano di una nave di sopravvissuti che solca un mare in tempesta. Combatterò contro queste onde fino alla fine, fino a quando i miei clienti riceveranno quello che l’Eni gli ha tolto”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati