Il 20 gennaio 2021, appena arrivato nello studio ovale della Casa Bianca, Joe Biden ha mantenuto la promessa di contrastare la crisi climatica. Il nuovo presidente ha firmato una serie di decreti e si è impegnato a prendere altri provvedimenti per ridurre le emissioni di gas serra.
Per prima cosa ha riportato gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi, il trattato internazionale non vincolante firmato nel 2015 per scongiurare le conseguenze più catastrofiche del riscaldamento globale. Con questa decisione Washington s’impegna di nuovo a ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica per contenere l’aumento della temperatura globale sotto i due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Nel 2017 Donald Trump aveva lasciato tutti sbalorditi annunciando che gli Stati Uniti non avrebbero più rispettato l’accordo, fortemente voluto invece dall’amministrazione di Barack Obama.
È un passo fondamentale, ma gli altri decreti firmati da Biden per affrontare la crisi climatica sono ancora più importanti, così come le decisioni che prenderà nelle prossime settimane. Il 20 gennaio Biden ha cominciato a cancellare alcune delle cento misure dannose per l’ambiente introdotte da Trump negli ultimi quattro anni.
Uno dei provvedimenti copre un’ampia gamma di questioni: dalle emissioni di metano agli standard di efficienza energetica per gli elettrodomestici fino ai consumi delle automobili. Inoltre il provvedimento vieta le trivellazioni nella riserva Arctic national wildlife refuge, in Alaska, e blocca la costruzione dell’oleodotto Keystone Xl, che secondo i piani originari avrebbe dovuto collegare la provincia canadese dell’Alberta con il Nebraska. Le agenzie federali impiegheranno mesi per cancellare gli effetti delle decisioni prese da Trump, ma l’introduzione immediata di un gran numero di nuove norme dimostra che l’amministrazione Biden vuole impegnarsi sul serio per affrontare la crisi climatica.
“Il fatto che Biden abbia deciso di mobilitare l’intero governo per raggiungere obiettivi ambiziosi nella riduzione delle emissioni è entusiasmante”, sottolinea Dan Lashof, direttore dell’organizzazione non profit World resources institute. Le nuove norme, insieme alle leggi sul clima che i democratici presenteranno al congresso, saranno fondamentali per rispettare gli impegni contenuti nell’accordo di Parigi. In base ai termini del documento, presto l’amministrazione Biden dovrà comunicare gli obiettivi degli Stati Uniti per il 2030, detti anche Nationally determined contribution (Ndc). Dagli Ndc si capirà la reale ambizione della nuova amministrazione nella battaglia monumentale per decarbonizzare l’economia statunitense.
Ora Biden dovrà recuperare il tempo perso. L’accordo di Parigi, infatti, prevede che i paesi aderenti presentino nuovi obiettivi per ridurre le emissioni ogni cinque anni. L’Unione europea, che comprende alcuni dei paesi che inquinano di più al mondo, ha annunciato i suoi obiettivi a dicembre del 2020.
Traguardo raggiungibile
Biden ha detto che gli Stati Uniti recupereranno il ruolo di leader globali nella lotta ai cambiamenti climatici, lasciando intendere che Washington fisserà obiettivi molto ambiziosi per il 2030. Tuttavia, gli anni di immobilità durante il mandato di Trump hanno ritardato la riduzione delle emissioni, e questo rende il lavoro della nuova amministrazione ancora più difficile.
Secondo la proposta del World resources institute, entro il 2030 gli Stati Uniti dovrebbero puntare a ridurre le emissioni del 45-50 per cento rispetto ai livelli del 2005. Questo taglio permetterebbe di rispettare l’obiettivo più ambizioso dall’accordo di Parigi, cioè tenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi. È un traguardo raggiungibile? Nel 2020, durante la pandemia di covid-19, le emissioni di anidride carbonica legate alla produzione di energia negli Stati Uniti sono diminuite dell’11 per cento. Ma è probabile che torneranno a crescere nel 2021, man mano che le persone saranno vaccinate e l’economia statunitense si rimetterà in moto.
Questo significa che anche solo per rispettare gli impegni presi nel 2015 – ridurre le emissioni del 26-28 per cento entro il 2025 – gli Stati Uniti dovrebbero introdurre nuove leggi per la tutela dell’ambiente. Per ridurre le emissioni del 50 per cento, quindi, serviranno azioni ancora più coraggiose, come l’acquisto di veicoli elettrici per tutti i dipendenti federali e l’imposizione di nuovi standard nazionali per le energie rinnovabili.
Un modello energetico elaborato di recente dall’università di Princeton ha dimostrato che l’obiettivo di azzerare le emissioni nette entro il 2050 è raggiungibile, ma ci sarà bisogno di un investimento da 2.500 miliardi di dollari in nuove infrastrutture nei prossimi dieci anni. Il ritmo della transizione energetica dovrebbe accelerare rapidamente. Secondo il New York Times, bisognerebbe raddoppiare il tasso di installazione di impianti alimentati da energie rinnovabili e dotare un quarto delle nuove abitazioni di pompe di calore ad alta efficienza energetica. “Molti leader mondiali hanno tirato un sospiro di sollievo quando Biden ha approvato i primi provvedimenti contro la crisi climatica”, sostiene Lashof. “Ma non credo che si lasceranno subito guidare dagli Stati Uniti”. Dopo aver visto Trump bloccare o cancellare le iniziative di Barack Obama, i governi stranieri vorranno prima capire se i politici statunitensi sono in grado di mettere in atto provvedimenti duraturi.
Biden può ottenere grandi risultati su questo tema facendo ricorso ai decreti presidenziali, per esempio modificando i livelli dei consumi delle automobili (oggi i trasporti sono la principale fonte di emissioni del paese). Ma per investire nuovi fondi nelle energie rinnovabili e approvare altri provvedimenti essenziali il presidente avrà bisogno del sostegno del congresso.
Il Partito democratico ha una maggioranza solida alla camera ma ha solo un voto in più al senato. Quindi le leggi per la tutela dell’ambiente e per la lotta al riscaldamento climatico dipenderanno dal sostegno dei parlamentari più moderati del Partito democratico (come Joe Manchin, senatore del West Virginia) e da complesse manovre parlamentari come la “riconciliazione”, una scappatoia che permette di approvare con la maggioranza semplice alcune leggi per cui in teoria servirebbe una maggioranza qualificata.
Aiutare gli altri
Oltre che sul fronte interno, gli Stati Uniti dovrebbero tornare a contrastare la crisi climatica anche sulla scena internazionale. In base al trattato di Parigi, le principali economie mondiali si sono impegnate a finanziare i progetti per ridurre le emissioni dei paesi più poveri, che storicamente hanno contribuito poco al riscaldamento globale. Nel 2019 alcuni paesi occidentali hanno aumentato i contributi al Green climate fund, il fondo che gestisce gli investimenti, mentre l’amministrazione Trump non ha voluto versare nemmeno i due miliardi di dollari che gli Stati Uniti avevano promesso in precedenza.
Il modo in cui l’amministrazione Biden recupererà il tempo perso per aiutare i paesi in via di sviluppo sarà un altro segnale della volontà di Washington di tornare a guidare la battaglia per il clima. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati