Ana Tijoux è su un viale di Santiago del Cile con una tazza di caffè in mano e aspetta di attraversare la strada per raggiungere la sala prove del quartiere di Bellavista dove, insieme alla sua band, sta provando lo spettacolo con cui saluterà il Cile prima di trasferirsi in Francia. Molte cose sono successe in passato che l’hanno portata a questo traguardo: esilio, torture, abbandoni, un interrogatorio della polizia segreta cilena quando aveva sei anni, la vita in una casa a Lille e in un edificio a Parigi con i corridoi pieni di siringhe, lezioni di danza e di kung-fu, una piazza gelida in Cile, un pigiama, un gruppo di amici morti o finiti in carcere. Tijoux è una rapper, ha ricevuto otto nomination ai Grammy, è stata elogiata da Thom Yorke, David Byrne e Iggy Pop. Nelle sue canzoni parla di verità, giustizia, memoria, e dell’oblio come di una tragedia. Ma poi quando racconta il suo passato, in più di un’occasione dice: “Non mi ricordo, nella mia famiglia non si parla mai di queste cose”.
Alle nove di sera del 13 maggio 2019 il cortile di un bar di Santiago è pieno di gente che beve e fuma al freddo. All’interno, un tecnico del suono prepara l’impianto per il concerto, che comincerà tra mezz’ora. A lato del cortile c’è una stanza. Dentro un tavolo pieno di bottiglie vuote. Lì, giacca di cuoio, calze animal print, le Nike ai piedi, c’è Ana Tijoux con i suoi musicisti e tre amiche. Mezz’ora dopo sale sulla pedana che fa da palcoscenico e canta il suo brano Mi verdad: “Per la mia pelle scura hanno cancellato la mia identità. Mi sono sentita calpestata da tutta la società. Ho dovuto farmi forte per necessità, sono stata l’uomo di casa fin dalla tenera età”, recita il testo. Tra una canzone e l’altra, con un bicchiere di spumante in mano, Tijoux fa dei riferimenti alle cause che difende, come il movimento femminista e la lotta degli studenti cileni.
“Fare rap mi rendeva felice, ma la fama mi faceva un pessimo effetto”
Quando finisce lo spettacolo esce in cortile e si avvicina a una coppia per chiedere da accendere. Sono belgi. La ragazza le chiede se è vero che andrà a vivere in Francia, e perché. “Buona domanda. Un po’ per amore e un po’ perché ho bisogno di cambiare”, risponde lei. “Sei famosa in Francia?”, le chiede la ragazza. “No, per niente. Questo è un bene”, risponde la cantante. Poi parla con diversi sconosciuti. Si fa selfie e ride, come se in lei non restasse nulla della ragazza che a vent’anni, nauseata dalla fama, abbandonò un gruppo rap di successo, i Makiza, e andò in Francia, dove passò due anni a lavorare come cameriera con l’idea di non cantare mai più.
“È stanca”, dice Jon Grandcamp. “Passa metà dell’anno in tour e credo che non cerchi più il successo, ma l’armonia. Trasferirsi a Parigi le farà un gran bene. Là potrà portare avanti la sua carriera e tornare in Cile quando vuole”. Grandcamp è un batterista francese di 38 anni. Da febbraio è il marito di Ana Tijoux, l’uomo con cui lei e i due figli – Luciano, 14 anni, ed Emilia, sei anni – vivranno a Parigi.
Appuntamento a colazione
“Sali! Ultimo piano”. Alle otto di mattina del 14 maggio la voce di Ana Tijoux esce dal citofono di un edificio del quartiere di Providencia. All’ultimo piano la porta di casa, adornata con bandiere tibetane, è socchiusa. Esce dal bagno con un accappatoio e i capelli umidi: “Preparo subito la colazione”. L’appartamento ha tre stanze, con una cucina a vista. C’è una libreria con opere di Leonardo Padura, Roberto Bolaño, John Berger, disegni con su scritto “Mamma ti voglio bene”. Più che un appartamento, sembra un luogo di passaggio. “Sto per lasciare la casa ed è tutto sottosopra. Abbandono tutto: libri, mobili. Nella mia famiglia non siamo molto attaccati alle cose”.
Parla con una dizione chiara. È stanca, ma nulla fa pensare che sia esaurita o trafelata, anche se l’aspettano prove, riunioni con dei produttori di Netflix – interpreta e produce la musica della serie La jauría, diretta dall’argentina Lucía Puenzo – e deve risolvere alcune questioni per il concerto dell’8 giugno al teatro Caupolicán di Santiago, durante il quale saluterà il suo paese definitivamente prima di partire per Parigi. “La settimana scorsa ho avuto un crollo e sono andata da sola sulla spiaggia. Poi mi è venuto un forte senso di colpa. Ti dispiace se camminiamo verso la sala prove?”, dice.
Di sera il quartiere di Bellavista si riempie di gente e di musica. Ma la mattina è vuoto, e i locali sono chiusi. Dietro la facciata di un bar, una scala porta fino all’attico che ospita la sala prove. Per tre ore Ana Tijoux canta seduta, seguendo i consigli dei suoi collaboratori. “Forse è meglio se ripetiamo un’altra volta il ritornello?”, chiede.
Gli anni dell’esilio
“Mi porti un bicchiere di spumante, per favore?”, dice a un cameriere del ristorante El Toro. Adesso le prove sono finite, e siamo in un locale tradizionale di Bellavista. Di Ana Tijoux si dicono molte cose. Per esempio che non ami le interviste e che sia esigente. Ma in realtà di lei si sa poco. È nata a Lille, in Francia, è figlia di María Emilia Tijoux, sociologa, e di un professore di scienze politiche, Roberto Merino, che non è il suo padre biologico. I genitori sono cileni, e fuggirono in Europa durante la dittatura di Augusto Pinochet, cominciata nel 1973. “Mia madre rimase incinta in Francia, credo. Se ne andarono dal Cile nel 1976”.
“Tuo padre lasciò il Cile con lei?”, le chiedo. “Questo è un argomento vietato nella mia famiglia. Ma fa parte di me, quindi ne parlo. Ho un padre biologico e uno che mi ha cresciuto. Mia madre andò in Francia con il mio padre biologico e lì rimase incinta. Poi lui se ne andò, e dopo arrivò Roberto. Ma Roberto è mio padre, non ho dubbi. Il mio padre biologico si suicidò quando avevo dodici anni. Si chiamava Douglas Olivares. Era di Iquique”. Olivares era un militare che poi entrò nel Mir, il movimento della sinistra rivoluzionaria, nel quale militava anche María Emilia Tijoux, la madre di Ana. “Ho pochi ricordi di Douglas. Lo chiamavano El Negro. Quando veniva, io facevo i capricci. Quando avevo tre anni mi portò al circo. Dopo gli capitarono cose assurde. Forse rimase sconvolto dall’esperienza del carcere. Tutti e tre i miei genitori sono passati dai centri di tortura cileni. Quando Douglas si suicidò nessuno mi disse niente. Lo scoprii due anni dopo. Trovai una lettera in cui qualcuno diceva che si era ucciso. Non dissi nulla perché non volevo far soffrire Roberto”.
Ana Tijoux non sa quanti anni aveva sua madre quando lasciò il Cile (“direi 26”), non ha mai parlato con lei di quello che successe nei centri di tortura e non le ha mai chiesto quando ha cominciato a stare insieme a Roberto. Le bastano i ricordi che coltiva: una casa a Lille piena di musica, due genitori che la portavano alle riunioni politiche e si rifiutavano di comprarle la Barbie e il Monopoli. “Erano simboli del capitalismo. A tre anni all’asilo mi chiesero di cantare una canzone e io intonai L’internazionale”.
Quando Ana aveva sei anni i suoi si trasferirono a Parigi, a Belleville, che all’epoca era un quartiere difficile, e sua madre cominciò a studiare sociologia. Il loro appartamento si trovava in un edificio in cui vivevano eroinomani (“c’erano siringhe nei corridoi, era terribile”, ricorda) ma, nonostante le difficoltà economiche, la vita era stimolante: sua madre la portava a vedere il balletto, suo padre aveva installato un laboratorio fotografico in bagno, dove passavano ore a fare esperimenti. Poco dopo il trasloco volle andare in Cile a trovare i nonni. I genitori, che non potevano tornare nel paese, decisero di mandarla da sola. A Santiago rivide cugini e nonni, furono giorni felici.
“Quando ripresi l’aereo per tornare a Parigi però fui fermata dalla Dina, la polizia segreta cilena”, racconta. “Mi fecero scendere dall’aereo e mi sottoposero a un interrogatorio di sei ore. Mi parlavano in spagnolo e io rispondevo: ‘Paco di merda’. Erano stati i miei genitori a insegnarmelo”. Paco è il nome popolare usato per indicare le forze dell’ordine in Cile, ma la Dina era qualcosa di più: era la polizia segreta di Pinochet, responsabile di sequestri, omicidi e stupri. Davanti alle stesse persone che avevano torturato i suoi genitori, Ana Tijoux, sei anni, urlava. “I miei mi dicevano sempre: ‘Non piangere mai davanti a un paco’. E io non piansi. I passeggeri bloccarono l’aereo fino a quando non salii anch’io. Alla fine mi lasciarono andare. Due anni dopo tornai, ma quella volta andò tutto bene”.
Pigiama e capelli blu
A Parigi sua madre cominciò a lavorare come educatrice di strada con i ragazzi dei quartieri emarginati. Non sapeva dove lasciare la figlia e quindi la portava con sé. In uno di quei quartieri Ana vide per la prima volta un gruppo che faceva freestyle, una delle quattro discipline principali dell’hip hop, che consiste nel rappare testi improvvisati. “Mi piaceva molto, ma preferivo ballare. Mi misi a studiare danza contemporanea e jazz. Facevo anche scherma”, racconta Tijoux.
La musica però non era tra le sue aspirazioni quando María Emilia e Roberto le dissero: “Torniamo in Cile”. Lei aveva quattordici anni. “Fu orribile. Lasciai la Francia, dove mia madre incinta aveva partecipato alle manifestazioni per l’aborto, e arrivai in Cile, dove l’aborto ancora oggi è un argomento proibito. Erano tutti molto credenti, e io sono atea”.
Si trasferirono alla periferia di Santiago, in una zona umile. Lei, grazie a una borsa di studio, frequentava una scuola francese a Vitacura, uno dei comuni più ricchi della città. “Litigavo con i miei compagni di scuola. Volavano pugni. Per me era dura. Avevo messo da parte il mio padre biologico. Si era suicidato in Francia, ma era sepolto nel nord del Cile. Andai sulla sua tomba, due o tre volte”.
In quel periodo cominciò ad avere attacchi di panico. I sintomi andavano dal soffocamento a sudorazione, nausea e tachicardia. “Cominciai a quattordici anni e la cosa andò avanti per tre anni. Mi sentivo morire”. Decise di tingersi i capelli di blu e cominciò a indossare un pigiama tutto il giorno. Si presentò vestita in quel modo insieme a un fidanzato graffitaro a plaza Macul, dove un gruppo di maschi faceva freestyle. “Cominciai a frequentare quella piazza e le crisi di panico finirono. Stavo lì, bevevo birra, fumavo canne. In seguito ho smesso di fumare, perché mi fa svenire. Ma all’epoca perdere i sensi mi sembrava una trovata creativa. Un giorno mi dissero: ‘Improvvisa tu’. E io lo feci. Quando finii, c’era un silenzio infernale. In mezzo ai maschi del quartiere c’ero io, con il mio pigiama. Alla fine mi dissero: ‘Brava!’. E lì cominciò tutto. Per un po’ di tempo rappai in quella piazza. Oggi quei ragazzi sono tutti in carcere o sono morti, ma nei loro confronti provo un grande affetto. A scuola avevamo una lezione in cui dovevamo definire una parola, tipo ‘dialettica’. Io non riuscivo a memorizzarla e m’inventai un metodo. Pensavo: ‘Dialettica. Cosa mi ricorda questa parola? Una bistecca. Bistecca, cucina, ecco’. Cominciai a dividere le parole in sillabe e suoni. Le cose cominciarono a girare per il verso giusto. E pensavo: ‘Cavolo: me la cavo bene con le parole’”. Ed è stata quella capacità a portarla dov’è arrivata oggi.
María Emilia Tijoux, la madre di Ana, arriva al bar cinque minuti prima dell’appuntamento. Ha appena fatto lezione, e poi andrà alla Cnn cilena a parlare di razzismo e migrazione. “Siamo tornati in Cile perché qui vivevano mia madre e mio padre, io sono figlia unica. Fu una decisione presa unilateralmente, senza consultare Ana. Per lei fu molto difficile. Qui frequentava una scuola francese dove all’epoca c’era una forte segregazione e molto razzismo. Ci furono episodi spiacevoli con i professori, la disprezzavano”.
Le chiedo se abbiano mai parlato con Ana degli anni dell’esilio. “Non molto. Ci sono molte cose di cui dobbiamo ancora parlare. Molti dei nostri parenti e amici sono desaparecidos. Non mi pento di nulla. Eravamo lì perché bisognava lottare”.
A proposito dell’interrogatorio di Ana quando aveva sei anni, dice: “La volevano usare come merce di scambio. I militari l’avevano fermata perché volevano che il padre e io ci consegnassimo. Fu una cosa terribile. Dicevo: ‘Se non la lasciano andare vado in Cile, non m’interessa cosa mi succede’. Alla fine per fortuna la liberarono”. María Emilia Tijoux guarda la tazza del caffè e abbozza un sorriso che si trasforma in amarezza. “Mi sono sentita colpevole. L’avevamo fatta viaggiare da sola. È una cosa che non mi perdonerò mai, sarebbe potuto succederle di tutto. Tornò in Cile quando aveva otto anni e non ci furono problemi. Ma è inconcepibile che io abbia fatto una cosa del genere due volte. È davvero imperdonabile”, commenta.
Una cassetta fortunata
“Mammina, mammina”. “Senti, piccola dittatrice, vuoi un biscotto, una mela o tutti e due?”. Emilia, la figlia minore di Ana Tijoux, disegna sdraiata sul divano del salotto. Sono le otto di mattina del 15 maggio e la giornata in questa casa sembra essere cominciata da un bel po’.
Il padre del figlio maggiore Luciano, Didi, è un disegnatore da cui Ana si è separata quando il bambino aveva un anno. Il padre di Emilia, Henry, è uno scienziato politico impegnato nei movimenti sociali. Si sono separati poco dopo la nascita della figlia.
◆ ** 1977 **Nasce a Lille, in Francia.
◆ ** 1993 **Dopo la fine della dittatura torna in Cile con i genitori.
◆ ** 1997 **Entra nel gruppo hip hop Makiza. ◆ ** 2007 **Pubblica Kaos, il suo primo disco solista.
◆ ** 2011 **Il suo brano 1977 viene incluso nella colonna sonora della serie tv Breaking bad.
Alla fine delle superiori Ana cominciò a lavorare come cameriera e a studiare design solo perché a casa sua “davano molta importanza all’istruzione universitaria”. Continuava a fare rap, ma non pensava a fare la cantante finché un amico, che collaborava con i Tiro de Gracia, un gruppo hip hop cileno di grande successo, non la invitò a partecipare a un nuovo progetto. “Quel gruppo erano i Makiza. Un giorno qualcuno disse: ‘Incidiamo una cassetta’. E io: ‘Non la comprerà nessuno’. Ma le cinquecento copie andarono a ruba”. Era il 1998 e la cassetta s’intitolava Vida salvaje. Le etichette andavano a caccia di gruppi emergenti e i Makiza firmarono con la Sony. Nel 1999 uscirono l’album Aerolíneas Makiza _e il singolo _La rosa de los vientos, pieno di riferimenti all’esilio (“A volte vorrei scomparire dal radar, tornare dove sono nata, ma non è una cosa scontata”), che fu un successo. La chiamavano sponsor, case discografiche, televisioni. “Fare rap mi rendeva felice, ma la fama mi faceva un pessimo effetto. Mi aveva alienato. Chiamai la band e dissi: ‘Me ne vado’”.
Si trasferì a Parigi. Lavorava come cameriera, portiera, operatrice di call center e addetta alle fotocopie. Per due anni si tenne alla larga dalla musica. “L’anonimato era molto comodo. Dopo due anni scoprii che in Cina stavano aprendo dei templi per imparare il kung-fu. Chiamai mia madre e le dissi: ‘Vado in Cina’. Lei mi rispose: ‘Sei pazza. Vieni qui in Cile’. Tornai nel paese e da allora non me ne sono più andata. E cominciai una carriera da solista. La musica è la mia terapia”, dice la cantante.
Il suo primo disco solista è stato Kaos, nel 2007. Il secondo, del 2009, s’intitolava 1977 e conteneva la canzone omonima, scritta in omaggio al padre Roberto Merino. In seguito quel brano l’avrebbe trasformata in una star. Ma all’inizio non succedeva niente. “Il disco non funzionava. A gennaio 2010 mi sono detta: ‘Ho un figlio, come faccio? Potrei andare a vivere a sud, dove la vita costa meno’. Ma a quel punto mi ha scritto Timothy Bisig, uno statunitense che poi è diventato il mio manager: ‘C’è un festival a Austin, in Texas, si chiama South by southwest. Ti vorrebbero invitare, ma non hanno i soldi per pagarti il biglietto’, mi ha detto. Gli ho risposto: ‘Fa niente, posso viaggiare con le miglia che ho accumulato’. Gli ho chiesto di organizzarmi un tour, dicendogli che ero disposta a suonare ovunque.
La rivista Rolling Stone, dopo averla vista al South by southwest, l’ha definita “la miglior rapper in lingua spagnola”: “Ana Tijoux è una Lauryn Hill latinoamericana”, ha scritto il giornale. A maggio di quell’anno Thom Yorke, leader dei Radiohead, ha pubblicato una classifica di canzoni sul Dead Air Space, il blog della band di Oxford, mettendo al primo posto la canzone 1977. Nel 2011 il pezzo è entrato nella colonna sonora della serie tv Breaking bad, ed è stato nominato ai Grammy. David Byrne, il fondatore dei Talking Heads, l’ha trasmessa nel suo programma radiofonico. Nel 2012 Tijoux ha inciso l’album La bala. La canzone Shock _(“La strada non tace, la strada s’infuria”), ispirata alle proteste degli studenti cileni e al libro _Shock economy di Naomi Klein, è stata un successo. Nel 2014 ha inciso il disco Vengo, con canzoni come Somos sur e Antipatriarca, ispirata a un manifesto scritto dalle donne delle bidonville argentine. Nel 2014 Rolling Stone l’ha inserita nella lista dei dieci nuovi artisti da scoprire dopo che nel 2013 in Cile aveva vinto il premio Altazor per il miglior album e la migliore canzone. Nel 2015 Iggy Pop ha scelto il pezzo Somos sur per il programma radiofonico che conduce sulla Bbc. Alla prima edizione dei premi Pulsar, un riconoscimento per i migliori prodotti della musica cilena, Tijoux ha vinto in quattro categorie (album dell’anno, canzone dell’anno, artista dell’anno e miglior artista di urban music). Ha duettato con la cantautrice messicana Julieta Venegas, con il cantautore uruguaiano Jorge Drexler, con i britannici Morcheeba, e nel 2019 è stata la prima donna a ricevere il premio cileno Icono del rock, che l’ha eletta una delle artiste più importanti della sua generazione. Con una carriera in ascesa, ha deciso di fermarsi.
“Non conoscevo Ana né la sua musica”, dice Jon Grandcamp, “ci siamo incontrati in Nuova Zelanda, a un festival. Quando sono tornato in Francia ero già innamorato. Abbiamo cominciato a scriverci. Poi mi ha detto: ‘Vado ad Abu Dhabi a fare una conferenza sul femminismo. Vuoi venire?’. Sono andato”. Tre mesi dopo essersi conosciuti, pranzando a Parigi, lei gli ha chiesto: “Ci sposiamo?”. Si sono sposati nel 2019 in Cile.
“Lui diceva: ‘Dobbiamo rivederci’. E io: ‘Tesoro, tu vivi a Parigi, io a Santiago, ho due figli da due uomini diversi, lascia stare’. Ma ci siamo rivisti e ci siamo sposati”, racconta Tijoux. “Jon ha una calma di cui ho bisogno. Anche lui soffre per il modo in cui funziona l’industria musicale. Bisogna produrre. Ma produrre cosa, per chi. Se dovessi vivere in campagna e lavorare in un forno, potrei comunque essere felice”.
“E la musica?”, le chiedo. “La metterei nel forno. Il palco non è l’unico posto per fare musica. In questo momento ho molte canzoni per un disco. Sto trattando con una piccola etichetta. Non so se voglio ancora essere famosa. Non mi fanno paura né la povertà né il lavoro. Mi fa paura la desolazione. Vivere un giorno in una villa con una piscina e sentirmi vuota”, aggiunge. Poi prende il telefono ed esce.
Figlie uniche
Alle nove di mattina di giovedì entra in un albergo di Providencia. Cammina per strada senza essere riconosciuta, ma in realtà è molto popolare. Ogni tanto attorno a lei scoppia qualche polemica. Nel marzo 2014 ha suonato al festival Lollapalooza Chile. Durante il concerto alcune persone le hanno gridato “faccia da nana”. Nana è la parola usata in Cile per parlare delle dipendenti domestiche e che si prendono cura dei bambini. “Ho scritto un tweet che diceva: ‘Sono orgogliosa di avere una faccia da nana, da donna lavoratrice’. La questione è stata al centro di un dibattito nazionale per tre mesi”, spiega.
Alle due del pomeriggio nell’enoteca in cui ha suonato quattro giorni fa c’è una luce rinascimentale. Anche se ripete di essere figlia unica, discendente di figlie uniche (sua madre, sua nonna, sua bisnonna), quando le chiedo se ha fratelli risponde: “Da parte di Roberto no, da quella di mio padre biologico sì, due sorelle. Ho conosciuto la minore, Norma, quando lei aveva sei anni e io dieci. Ho conosciuto Tania, che oggi ha 48 anni, quando ero piccola, perché venne a vivere con noi in Francia. Mio padre era mezzo matto e Tania finì in una casa famiglia”. Le chiedo perché. “Non lo so. Ma i miei genitori la tirarono fuori di lì. E, poco dopo il suicidio di mio padre, si uccise anche la madre di Norma. Adesso Tania è malata e ci siamo viste per la prima volta tutte e tre insieme l’anno scorso, in ospedale”. Le domando se si è mai chiesta perché ha così tanti vuoti di memoria quando molte delle tue canzoni sono legate al ricordo. “Non me n’ero accorta”, risponde.
L’8 giugno al Caupolicán ha detto addio al Cile di fronte a 4.500 persone con un concerto in cui ha cantato 23 canzoni. Una, Calaveritas, l’ha fatta insieme a sua madre. Poi è andata in Francia. ◆ fr
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati