L’ombra della politica e le minacciose condizioni della geopolitica hanno pesato sulla cerimonia di chiusura del 79° festival di Cannes, che si è svolta il 23 maggio sul palco del Grand Théâtre Lumière. La polemica che ha scosso questa edizione – provocata dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato di Canal+, Maxime Saada, in risposta al manifesto “Zapper Bolloré” (la lettera aperta pubblicata da Libération che denuncia l’egemonia di Vincent Bolloré sul cinema francese) – è stata evocata solo in modo indiretto dalla conduttrice della cerimonia Eye Haïdara e dal regista Emmanuel Marre, vincitore del premio per la migliore sceneggiatura con Notre salut.
Al termine della cerimonia il romeno Cristian Mungiu ha ricevuto la Palma d’oro per Fjord, il suo settimo film, entrando nel ristretto club di chi l’ha vinta due volte (la prima nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni). Come molti altri, il vincitore si è detto preoccupato per la situazione attuale, evocando “società divise e radicalizzate” e ammettendo di non essere “molto orgoglioso di quello che lasceremo ai nostri figli”.
_Fjord _descrive l’integrazione in una piccola città norvegese di una famiglia romena evangelica, dove il padre è accusato di maltrattare i figli, senza prove concrete. La situazione innesca un meccanismo kafkiano, che mette alla prova le strutture più avanzate del sistema socialdemocratico di fronte all’accoglienza di un nucleo familiare tradizionalista.
Il discorso politico più forte è stato però quello di Andrej Zvjagincev, il cui film _Minotaur _– evocazione dell’invasione russa in Ucraina attraverso il disfacimento di una famiglia – ha ricevuto il Grand Prix della giuria. Il regista russo in esilio in Francia si è rivolto a Vladimir Putin: “Deve mettere fine a questo massacro, il mondo intero aspetta questo gesto”, parole che fanno eco al discorso che il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj aveva fatto sullo stesso palco il 17 maggio 2022.
Riflessioni e consolazioni
Di fronte alle circostanze drammatiche di questo periodo, la giuria ha scelto di premiare due grandi categorie di film. Da un lato una vena analitica e riflessiva, con le due opere citate, a cui si può aggiungere lo stupefacente Notre salut di Emmanuel Marre, e Fatherland del polacco Paweł Pawlikowski, che ha ottenuto il premio per la regia con (ex aequo con _La bola negra _del duo spagnolo Javier Calvo e Javier Ambrossi).
Ma è stato dato anche spazio a film consolatori e terapeutici come Soudain di Ryusuke Hamaguchi, che affronta il tema del fine vita, le cui protagoniste – la francese Virginie Efira e la giapponese Tao Okamoto – hanno ricevuto un doppio premio per l’interpretazione femminile.
Con grande generosità, la giuria ha bissato il premio doppio per la controparte maschile, assegnando il riconoscimento a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, i due giovani attori del film di guerra Coward, del belga Lukas Dhont. Inclassificabile e con un’interpretazione molto intensa, il più grande film femminista in competizione, _L’aventure rêvée _della tedesca Valeska Grisebach – un viaggio ai confini bulgari dell’Europa – ha vinto il premio della Giuria.
Due elementi principali hanno caratterizzato questa edizione. Molti film, presi da una sorta di proliferazione barocca, hanno fatto ricorso alla tecnica della mise en abyme. Lo spagnolo Rodrigo Sorogoyen si cimenta con il “film nel film” con El ser querido, racconto di un set in cui un padre regista e la figlia attrice regolano i conti tra di loro fra telecamere e riflettori. Nel molto acclamato La bola negra _dei suoi connazionali Calvo e Ambrossi, la scoperta di un manoscritto perduto di Federico García Lorca permette d’intrecciare un feuilleton queer in tre epoche diverse. Altro spagnolo in concorso, Pedro Almodóvar firma con _Amarga navidad un esercizio apertamente autoriflessivo, invitandoci nel laboratorio di un film in fase di scrittura e negli ingranaggi esauriti della sua ispirazione.
La scrittura è anche al centro di Histoires parallèles _dell’iraniano Asghar Farhadi, che ruota intorno a una scrittrice per mescolare fantasia e realtà. Con _The man I love, lo statunitense Ira Sachs ricorre al teatro e alle prove di uno spettacolo per raccontare gli ultimi mesi di vita di un attore malato di aids nella New York degli anni ottanta. Infine con L’inconnue, Arthur Harari ci porta in un labirinto narrativo che prende spunto da uno scambio di corpi tra i due protagonisti, Niels Schneider e Léa Seydoux.
Nell’abisso della guerra
Ma dalla _mise en abyme _all’abisso il passo è breve, e il festival lo ha fatto selezionando tra i 22 film in competizione sei opere (in proporzione sono tante) che si confrontano con la guerra. Segno dell’inquietudine che il ritorno generalizzato dei conflitti fa affiorare nelle coscienze. Nulla di strano quindi se il cinema, arte strettamente legata alle condizioni del mondo, ne è così profondamente influenzato.
La difficoltà sta nel rendere conto dell’insieme di questi film sia nella sua eterogeneità, ma anche nella diversità dei punti di vista. Fedeltà storica, e creazione artistica, descrizione dell’orrore e semplice contesto storico, non vanno necessariamente d’accordo. C’è in effetti molta distanza, estetica e filosofica, tra Notre salut – che attraverso la promozione di un piccolo burocrate agli ordini del maresciallo Pétain mostra lo spirito della collaborazione – e Moulin di László Nemes, che glorifica il martirio del partigiano Jean Moulin torturato a morte da Klaus Barbie. _Fatherland _sceglie invece una terza via, puntando al disastro morale e civile della seconda guerra mondiale con il racconto del ritorno di Thomas Mann in Germania.
Coward e La bola negra _possono invece essere accostati nel loro tentativo di dipingere storie proibite d’amore gay sullo sfondo della prima guerra mondiale e della guerra civile spagnola. Una scommessa rischiosa, che paga fino a un certo punto. Zvjagincev tiene l’invasione russa dell’Ucraina sullo sfondo – scelta alla fine preferibile – per dipingere il fallimento morale del regime russo. Tra i rari conflitti contemporanei rappresentati c’è anche _Ben’imana _di Marie-Clémentine Dusabejambo, dedicato al genocidio dei tutsi in Ruanda, che ha ricevuto il premio per l’opera prima, Caméra d’or. Titoli simili anche fuori concorso e nelle sezioni parallele. _La troisième nuit _di Daniel Auteuil racconta la storia di un funzionario del regime di Vichy. Mentre _La bataille de Gaulle, primo dei due film di Antonin Baudry dedicati al generale, si limita a riscrivere una leggenda nazionale.
Il tema della seconda guerra mondiale rimane quindi il difficile canone per raccontare la violenza della storia e il male assoluto a cui l’essere umano, molto facilmente, rischia di cedere. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 79. Compra questo numero | Abbonati