Dopo il 17 ottobre, mentre si prova a distinguere le ragioni del movimento e le dinamiche dei saccheggi, di comprendere le diverse anime della piazza, le responsabilità dei manifestanti e quelle delle forze dell’ordine, i giornali tornano a parlare di “maranza”, quando descrivono gli autori degli scontri a Milano. Da questa stessa parola parte Gabriel Seroussi, giornalista, per capire, attraverso una serie d’interviste, cosa sta succedendo nelle periferie del nord. La parola “maranza”, che oggi sintetizza “due delle categorie sociali più temute dalla maggior parte degli italiani: i giovani e le persone non bianche”, ha una sua storia. Negli anni ottanta cominciò a evolvere da epiteto scherzoso in insulto classista rivolto ai meridionali. Fu quindi ripescata dopo la pandemia dall’estrema destra dei social come insulto razzista rivolto a ragazzi stranieri e italiani di seconda o terza generazione, prima di essere rivendicata per costruire orgoglio e senso di appartenenza. Gabriel Seroussi interroga rapper, antropologi, operatori sociali e riesce a mostrare che mentre si cerca di coagulare attorno alla figura del maranza frustrazioni e odio, dalle periferie, attraverso una musica che le collega ad altre città multietniche e multiculturali d’Europa, emerge una cultura complessa, dinamica, dotata di un forte ascendente su tutta la società, anche quella più bianca. ◆
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati