Qualche anno fa, in un bel pamphlet (elèuthera 2019), Goffredo Fofi definiva la cultura (nel senso giornalistico di area del senso comune in cui confluiscono i discorsi sui libri, gli spettacoli, l’arte e le idee) come “l’oppio del popolo”. Oggi la sua voce tonante torna a farsi sentire rispondendo alle domande che Maria Teresa Carbone pone a lui ed ad altre quindici persone, che a diverso titolo vivono di cultura, in merito al loro mestiere e allo stato del giornalismo culturale in Italia. I temi toccati sono importanti: come è cambiato il modo di raccontare ciò che si produce, come festival e social network stanno mutando le regole del gioco, qual è l’impatto economico di recensioni e presentazioni. I toni delle risposte variano molto andando dalla nostalgia dei più apocalittici al realismo degli integrati passando per la soddisfazione, l’ottimismo, il pragmatismo e la desolazione. L’intervistatrice intreccia fili tra le varie risposte facendo emergere un panorama vasto, nel quale i confini del campo culturale sono saltati. Ed essendo impossibile seguire (o gerarchizzare) tutto, i compiti più importanti diventano la selezione, la segnalazione motivata, la connessione con qualche aspetto della realtà che esula dal piano strettamente culturale, più ancora che l’analisi (lasciata ad altri contesti come quello accademico) e il giudizio di valore (che del resto su giornali e riviste ha sempre meno spazio). ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 121. Compra questo numero | Abbonati