Per comprendere il conflitto mediorientale le carte e la geo­grafia sono essenziali. È tracciando rette sul deserto che fu definito il mandato britannico di Palestina del 1920. È su piani di spartizione espressi da carte geografiche che si concentrarono le discussioni sull’esistenza di uno “stato ebraico” e di uno “stato arabo” fin dagli anni trenta. Solo recensendo su una mappa i circa seicento villaggi arabi distrutti o sfollati dopo il 1948 si comprende la Nakba. Fu su una carta che al termine della prima guerra arabo-israeliana fu segnato in due colori diversi un doppio confine tra Israele e Giordania. Il confronto tra la geografia politica nel 1946, nel 1967 e nel 2000 fa capire l’estendersi della presenza israeliana, così come le mappe storiche della Cisgiordania, delle zona di Gerusalemme o della Striscia di Gaza. Questo libro, scandito da quaranta mappe semplici, leggibili, non è solo un atlante del conflitto, è anche una storia dell’uso della rappresentazione cartografica per giustificare la guerra o per difendersene. Segue un ordine cronologico che va dall’età preistorica alla Gaza “reimmaginata” da Trump nel 2025, e a ogni tappa spiega con un linguaggio chiaro ed evocativo come la rappresentazione dello spazio è stata usata per esprimere un’idea. Mostra che la geografia è sempre una scelta, di propaganda, di militanza, che è bene imparare a decifrare. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati