New York, 6 aprile 2026 (Charly Triballeau, Afp)

Il 37 per cento degli statunitensi ha rotto un’amicizia, un legame familiare o una relazione sentimentale per divergenze su questioni politiche. È il risultato di un recente studio sulle conseguenze interpersonali della polarizzazione negli Stati Uniti condotto da Mertcan Güngör e Peter Ditto, due ricercatori che insegnano in California, e uscito sulla rivista scientifica Pnas Nexus. Tra quelli che hanno interrotto una relazione per motivi politici, il 62 per cento lo ha fatto con un amico, il 40 con un familiare, il 29 con un collega e il 10 con un partner. I democratici sono più propensi dei repubblicani a riferire di aver vissuto una rottura e di esserne stati all’origine, probabilmente anche perché oggi al potere c’è un leader polarizzante come Donald Trump. “Considerato il ruolo che l’esposizione a opinioni diverse svolge nel costruire un clima di tolleranza, queste ‘rotture politiche’ sono un segnale preoccupante per la salute della democrazia. E vista l’importanza delle relazioni per il benessere fisico e mentale, hanno conseguenze anche sulla salute dei cittadini”. Lo studio di Güngör e Ditto è in linea con un altro del 2021 in cui si parla di una “recessione delle amicizie” che sta portando le persone a essere sempre più sole e isolate. Secondo lo studioso Anton Jäger, che ne parla nel suo saggio Iperpolitica pubblicato da Nero edizioni, è uno degli effetti della progressiva demolizione dei partiti di massa, dei sindacati e in generale di ogni forma associativa e di organizzazione collettiva. Da soli, senza amici, senza nessuno che abbia idee diverse dalle nostre con cui poterci confrontare, rinchiusi nei nostri telefoni e sui social media, viviamo oggi una fase storica che è al tempo stesso di massimo coinvolgimento individuale nella politica e di minima partecipazione collettiva ai movimenti di ogni tipo. Jäger la definisce “politicizzazione senza politica” e conclude: “La nostra società disorganizzata si è ripoliticizzata. Ma non si è risocializzata”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati