La tv si è presa anche l’ultima tana emotiva: quella in cui ci rifugiamo, nel tentativo disperato di dare un senso alle cose, immaginando il nostro funerale e il discorso davanti a una platea straziata. L’emittente belga Vrt1 ha scelto sei cittadini con una diagnosi infausta e li ha affidati a sei comici, con un compito solo: scrivere l’elogio funebre. Prima di arrivare a parenti e amici, il testo passa dal diretto interessato, che ha l’ultima parola e deve approvarlo. In The last laugh scorrono le storie di Bert, clarinettista allegro che vuole un addio altrettanto ridanciano; di Donald, che dopo un viaggio a Creta si è convinto che quello è il posto dove avrebbe voluto passare gli ultimi anni; di Marie-Claire, che gira per Bruxelles con la sua comica, in una città che ha imparato a esplorare da sola. La tv ha una certa familiarità con la malattia, soprattutto quando serve da pretesto per sermoneggiare sulla vita. Qui, almeno nelle intenzioni, si va a caccia del contrario: difetti, manie, battute ripetute mille volte, ossessioni, tutto ciò che di solito occultiamo sotto il tappeto dell’autorappresentazione. L’equilibrio narrativo è fragile, tra risate e lacrime. Resta però un privilegio raro, quello di ascoltare cos’hanno da dire gli altri su di noi prima che sia troppo tardi. E magari scoprire che a ricordare meglio ciò che siamo stati, fallibilità compresa, saranno proprio quelli che ci hanno voluto abbastanza bene da prenderci in giro. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati