Alla fine di aprile, mentre gli europei ragionavano dell’ipotesi di razionare il carburante, ero a una cena elegante a San Francisco. Si chiacchierava d’intelligenza artificiale, soprattutto dello scontro tra la Anthropic e il Pentagono e della possibile quotazione in borsa della SpaceX e della OpenAi. “Non avete paura che gli eventi in Iran possano creare problemi?”, ho chiesto. I miei commensali sono rimasti impassibili. “Guarda i mercati”, mi ha risposto alla fine uno. “Stanno andando alla grande”. Benvenuti nel paradosso del 2026. Secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea), la guerra nel golfo Persico ha creato la “più grave crisi energetica della storia”, mentre la violenza sta sconvolgendo nuove aree del Medio Oriente, oltre al Sudan e all’Ucraina; il populismo, il nazionalismo e la polarizzazione rabbiosa sono sempre più dominanti in occidente; il peso del debito è enorme; la crisi climatica sta accelerando; la rivoluzione dell’intelligenza artificiale minaccia di distruggere una marea di posti di lavoro; la fiducia dei consumatori statunitensi è ai minimi storici. Eppure questa è solo una faccia della medaglia: viviamo in un’epoca d’oro della scienza, che non solo sta alimentando la discussa rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ma produce anche miracoli meno conosciuti. L’economia globale cresce ancora a un ritmo superiore al 3 per cento all’anno; l’indice S&P 500 ha guadagnato più del 3 per cento rispetto a febbraio, cioè dall’inizio della guerra in Iran, e più del 30 per cento su base annua; le borse di Europa, Regno Unito e Giappone hanno seguito un andamento più altalenante ma restano abbastanza dinamiche.
In apparenza è un fenomeno sbalorditivo. In genere, sottolinea l’analista della Ts Lombard Steven Blitz, le borse e gli umori dei consumatori tendono ad andare di pari passo; ora, invece, Wall street sembra fuori fase rispetto alla realtà quotidiana e alla geopolitica. Come ha rivelato Christopher Wood, dirigente della banca d’investimenti Jefferies, “quasi tutti i manager dei fondi d’investimento sono stupefatti davanti alla calma dei mercati rispetto agli sviluppi in Medio Oriente”. Perfino il presidente statunitense Donald Trump è stato colto alla sprovvista: “Pensavo che avrebbero perso il 20 per cento, o comunque molto, e che il prezzo del petrolio sarebbe stato molto più alto”, ha dichiarato alla Cnbc. Molti esperti ritengono che tutto questo non possa durare e annunciano privatamente (o in alcuni casi pubblicamente) che è in arrivo una correzione. Eppure gli ottimisti della Silicon valley e di Wall street non mostrano segni di nervosismo. Si sbagliano? O forse è esagerato il pessimismo dei politologi che analizzano la crisi di Hormuz e quello degli industriali preoccupati dalla carenza di materie prime?
L’ossessione di Trump
Un motivo per cui queste domande sono molto rilevanti è che Trump è ossessionato dal mercato azionario. Pensa che “sia un indicatore dell’efficacia della sua amministrazione più di qualsiasi altro presidente del passato”, mi ha confessato un ex funzionario della Casa Bianca. Da qui deriva l’espressione “Taco” (Trump always chickens out, Trump si tira sempre indietro) coniata dal mio collega Robert Armstrong, cioè l’idea che si defili ogni volta che i mercati perdono terreno. I suoi avversari lo scherniscono, ma Trump in sostanza incarna una tendenza culturale più vasta. In occidente il significato simbolico di “mercato” come polo culturale delle nostre vite è cresciuto esponenzialmente negli ultimi decenni, soprattutto negli Stati Uniti.
Una delle ragioni è il fatto che la vita statunitense si è finanziarizzata sempre di più. Il mercato azionario è diventato un comodo indicatore della salute attuale e futura dell’economia, producendo un aumento costante del numero di mezzi d’informazione concentrati sulle borse. Inoltre, cresce la tendenza ad antropomorfizzarlo, cioè a parlarne come se fosse una creatura vivente, con umori, emozioni e intenzioni. Nel 1949 l’analista Benjamin Graham è stato probabilmente il primo a usare questo espediente, creando un personaggio chiamato Mr Mercato in un suo saggio. Ma quello era solo un artificio letterario di nicchia, mentre oggi è impossibile leggere o ascoltare le notizie del giorno senza imbattersi in frasi come “il mercato è vivace”, “i mercati stanno faticando a raggiungere nuovi record” o ancora “i mercati stanno avendo una crisi di nervi”.
Tutto questo “semplifica le complessità e offre un quadro narrativo che permette agli investitori e al pubblico di comprendere il caos”, spiega lo psicologo Sam Goldstein. “Quello che percepiamo non è un fantasma dentro la macchina, ma un riflesso di noi stessi, delle nostre paure, delle nostre speranze e della nostra visione del mondo proiettata su un sistema complicato”.
Naturalmente questo “riflesso” non attrae tutti. Solo il 62 per cento degli statunitensi possiede azioni, mentre il 10 per cento più ricco della popolazione detiene l’88 per cento dei titoli (per valore). Un cinico noterebbe che nello “specchio del mercato” ci sono anche i robot: il 60-80 per cento degli scambi è realizzato da programmi computerizzati e algoritmi. Una conseguenza del peso crescente dei fondi che comprano automaticamente azioni seguendo l’indice generale, oltre che delle operazioni ad alta velocità fatte da investitori che vogliono sfruttare il divario nei prezzi delle azioni prima che le persone abbiano la possibilità di accorgersene a occhio nudo. Le operazioni ad alta velocità sembrano aver creato un consistente “effetto gregge”, dato che gli algoritmi sono spesso programmati per comprare e vendere azioni in modi simili, spingendo i mercati a reagire alle notizie molto più rapidamente rispetto al passato. Questa innovazione, a sua volta, tende ad aumentare le tensioni. “Alcuni studi suggeriscono che il comportamento degli algoritmi può innescare risposte emotive negli operatori umani di borsa, contribuendo a un circolo vizioso d’instabilità”, spiega Goldstein.
Ma c’è un altro effetto: per i finanzieri umani diventa più difficile “battere il mercato”. Nel suo saggio sull’investimento, Graham sottolineava che nel breve periodo il mercato era “un applausometro”, mentre nel lungo diventava “una bilancia”. Il senso della metafora era che le emozioni influenzavano i prezzi delle azioni nell’immediato, ma a lungo andare riflettevano il loro reale valore economico. Oggi, invece, i computer possono produrre uno slancio e una tensione tali che sono i flussi di liquidità a dominare, non le analisi economiche razionali. Quindi il punto è questo: per Trump il mercato è un indicatore del suo successo e per molti investitori è uno strumento per prevedere il futuro, mentre in realtà è semplicemente uno specchio imperfetto del nostro mondo. Certo, a volte le aspettative razionali hanno un peso, ma i mercati sono anche influenzati da quella che il finanziere George Soros chiama “riflessività”: l’idea che le nostre percezioni e i nostri pregiudizi plasmino e allo stesso tempo riflettano la realtà. Come succede alle piattaforme d’intelligenza artificiale, lungo il percorso non mancherà qualche allucinazione.
Risposte estremamente varie
Ma allora cosa ci sta dicendo davvero il mercato? Nelle ultime settimane sono stata a New York, Washington, Londra e San Francisco, dove ho fatto questa domanda a molte persone. Le risposte sono state estremamente varie.
A San Francisco la spiegazione della crescita del mercato era chiara: tutti sono così euforici per l’età dell’oro della scienza, e in particolare da quella dell’intelligenza artificiale, che sembra assolutamente normale che i mercati continuino a crescere, a prescindere dalle turbolenze geopolitiche. In questo senso va ricordato che molte aziende al centro del boom dell’intelligenza artificiale, come l’OpenAi e la Anthropic, non sono quotate in borsa. Ma dato che le “magnifiche sette” – Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Tesla, Nvidia e Meta – lo sono e oggi rappresentano circa un terzo dell’S&P 500, questo ottimismo rispetto alla tecnologia ha contribuito senz’altro alla recente crescita delle borse. Quindi, quando Trump celebra la crescita dei prezzi delle azioni, si riferisce al trionfo delle aziende tecnologiche, almeno dalla prospettiva della costa occidentale degli Stati Uniti.
A Washington ho sentito spiegazioni molto diverse. “Gli Stati Uniti non sono vulnerabili alla crisi in corso. Sono i paesi asiatici a soffrire”, ha dichiarato ad aprile il segretario al tesoro Scott Bessent. Mentre le carenze energetiche colpiranno duramente i paesi europei e asiatici, l’economia statunitense sembra più protetta, anche perché gli Stati Uniti estraggono grandi quantità di combustibili fossili. Non sorprende che istituzioni come il Fondo monetario internazionale parlino di una crescita dell’economia statunitense più rapida rispetto alle rivali e prevedano che il divario continuerà ad allargarsi.
L’effetto disomogeneo della guerra contribuisce a chiarire le dinamiche del dibattito sui mercati dei capitali: oggi le azioni statunitensi rappresentano il 65 per cento della capitalizzazione globale delle borse, mentre nel 2010 la percentuale era del 40 per cento.
A New York ho sentito una terza spiegazione: i profitti aziendali. I dati di Bloomberg indicano che ad aprile quasi l’80 per cento delle aziende quotate nell’S&P 500 ha riportato risultati trimestrali superiori alle stime. Questo aspetto riflette il rafforzamento dell’alta tecnologia, ma anche altri settori sono andati oltre le aspettative. La maggioranza degli analisti prevede che la tendenza proseguirà anche in futuro grazie all’aumento della produttività permesso dall’intelligenza artificiale. Per i lavoratori potrebbe essere una pessima notizia, perché questo genere di sviluppo tecnologico coincide spesso con ondate di licenziamenti. Tuttavia, dato che l’aumento dei profitti si traduce in una crescita dei prezzi delle azioni, il dominio del capitale sulla manodopera è un altro elemento che può giustificare la situazione dei mercati.
◆ La guerra in Iran prospetta grandi opportunità di guadagno anche per l’industria bellica. Significativo un dato rivelato dal governo degli Stati Uniti: alla fine di aprile il Pentagono ha dichiarato che in quasi due mesi di attacchi il conflitto era costato ai contribuenti statunitensi 25 miliardi di dollari. Gli arsenali di Washington stanno per svuotarsi. La cifra potrebbe sembrare relativamente contenuta rispetto alle dimensioni del bilancio federale (la sola difesa riceve 839 miliardi di dollari). Ma non è così. Come spiega il New York Times, è superiore al budget annuale di molte agenzie governative; è pari a circa 190 dollari per ogni famiglia statunitense; in due mesi di guerra il Pentagono ha speso più della somma che stanzia ogni anno per le munizioni. A questo bisogna aggiungere il fatto che per il prossimo bilancio federale il presidente Donald Trump ha chiesto di assegnare alla difesa la somma record di 1.500 miliardi di dollari. Probabilmente il congresso non approverà una proposta simile, ma in ogni caso sarà necessario riarmare le forze di difesa, il che vuol dire ricchi affari per i produttori. E di riarmo non si parla solo negli Stati Uniti. Lo Stockholm international peace research institute ha stimato che tra il 2021 e il 2025 gli acquisti di armi sono aumentati del 9,2 per cento in tutto il mondo, in particolare grazie alla domanda proveniente dall’Europa, dove nel quinquennio tra il 2021 e il 2025 le importazioni di armi sono cresciute del 210 per cento rispetto al periodo 2016-2020.
Esiste poi una quarta spiegazione, spesso citata a Londra e legata alla nostra resistenza davanti agli shock. Se guardiamo al passato, ci accorgiamo che spesso gli investitori hanno mantenuto la calma (o l’aggressività, se preferite) in situazioni di guerra. All’inizio della seconda guerra mondiale, per esempio, i mercati guadagnarono terreno. Gli analisti della AllianceBernstein sottolineano che “durante otto grandi conflitti scoppiati negli ultimi cinquant’anni, l’indice S&P 500 è rimasto piuttosto instabile nelle prime fasi”, aggiungendo però che “in media, a un anno dall’inizio di una guerra, l’indice aveva guadagnato il 7 per cento”.
In questo momento sembra esserci uno sviluppo simile. Oggi gli investitori e i manager hanno una certa esperienza nell’affrontare gli shock più intensi. “Negli ultimi anni l’economia globale ha dovuto fare i conti con la guerra in Ucraina, con il forte aumento dei tassi da parte delle banche centrali e con una serie di tensioni commerciali; eppure la crescita è rimasta costante e l’inflazione è scesa a livelli precedenti la pandemia di covid-19”. Come sottolinea David Malpass, ex capo della Banca mondiale, la guerra in Iran “è un chiaro trauma per le catene di forniture e il mondo ha bisogno di tempo per adeguarsi. Ma sono convinto che i mercati siano molto abili nell’adattarsi”.
Naturalmente esiste anche una quinta spiegazione, a cui spesso accennano gli esperti: la possibilità che questa sia semplicemente una bolla sul punto di esplodere. Più nello specifico, la nuova ossessione sulla capacità di adattarsi potrebbe essere interpretata come la prova di un atteggiamento compiaciuto e di ignoranza, oppure come una conseguenza pericolosa di un tris di acronimi: Tina, Fomo e Taco. Il primo si riferisce all’atteggiamento di molti investitori che comprano le azioni con riluttanza, confessando che “non ci sono alternative” (There is no alternative, Tina), perché bisogna investire il contante e le altre opzioni sono meno incoraggianti. Il secondo, la “paura di restare esclusi” (Fear of missing out, Fomo), spinge gli investitori a continuare a comprare azioni, anche tra mille dubbi, per non apparire sprovveduti. Il Taco, infine, ha creato la convinzione diffusa che gli investitori debbano comprare quando i titoli crollano per capitalizzare i rialzi innescati puntualmente da Trump con le sue misure. Questa tendenza nasconde evidenti azzardi morali (l’assunzione di un rischio, sicuri di non pagarne le conseguenze) e non è chiaro se gli investitori che oggi comprano in modo sfrenato comprendano fino a che punto la guerra in Iran potrebbe stravolgere l’industria nel mondo reale e la crescita futura. Il mio sospetto è che molti di loro non ne abbiano idea, esattamente come pochi investitori conoscevano il funzionamento dei mutui spazzatura prima del crollo del 2008. Tutto questo crea il rischio che i mercati correggeranno l’aberrazione se e quando le sofferenze del mondo reale diventeranno più visibili. “Le proiezioni attuali dell’espansione tecnologica si scontrano con la dura realtà geologica”, spiega Craig Tindale, investitore australiano ed esperto di attività mineraria. Ma per il momento Fomo, Taco e Tina stanno creando una bolla.
Un drago ubriaco
Quale spiegazione è corretta? Se torniamo a Graham, secondo cui il mercato azionario è allo stesso tempo un applausometro e una bilancia, probabilmente tutte e cinque. L’entusiasmo per la tecnologia, la crescita degli Stati Uniti e i profitti aziendali stanno provocando lo slancio dei mercati, insieme al trading computerizzato. Ma forse la questione più rilevante ora riguarda il motivo per cui la nostra società è convinta di doversi concentrare sui mercati come specchio computerizzato e misura del nostro ecosistema complesso.
Oppure si potrebbe prendere in prestito una metafora circolata di recente negli ambienti della Banca di Inghilterra: perché così tanti restano “incatenati alla coda di un drago ubriaco”, osservando le risposte dei mercati agli interventi di Trump sui social media? È solo per monitorare il livello della nostra ricchezza collettiva? È per trovare conforto nella confusione del mondo di oggi? O è per andare alla ricerca delle emozioni forti, come Trump? Uno storico o un romanziere del futuro dirà la sua sull’argomento. Nel frattempo, mentre la guerra in Iran continua, una cosa è chiara: l’approccio di Trump ai mercati è un simbolo potente della nostra epoca. Pensateci, la prossima volta che date un’occhiata alle vostre azioni. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati