Il 12 aprile 2026 gli ungheresi andranno alle urne per quelle che sono considerate le elezioni europee più importanti del 2026. Il voto sarà un referendum sull’operato del primo ministro Viktor Orbán, il cui governo ha una maggioranza schiacciante e agisce in modo sempre più autoritario. Al potere dal 2010, Orbán è responsabile del crollo degli standard democratici in Ungheria e della nascita del primo stato illiberale in occidente. In questo senso ha anticipato una tendenza che oggi è molto più diffusa.

La campagna elettorale è stata caratterizzata da una serie di eventi inattesi e spesso preoccupanti, dalla diffusione di notizie false online alla fuga di informazioni diplomatiche riservate, fino a un falso scandalo sessuale organizzato per mettere in difficoltà l’opposizione.

Sulla scia delle controverse elezioni presidenziali in Romania, annullate nel 2024 e ripetute nel 2025, il voto ungherese potrebbe rivelarsi il più rilevante sotto il profilo geopolitico nella storia dell’Unione europea. In un paese che è stato già terreno di sperimentazioni politiche, le elezioni vedranno le forze liberali e filoeuropee scontrarsi con un regime ormai consolidato e deciso a portare avanti la sua rivoluzione illiberale. I paesi confinanti con l’Unione europea hanno già vissuto in passato elezioni così cariche di tensione. Oggi tocca a un paese comunitario. Tuttavia dall’Ungheria arrivano segnali incoraggianti.

Negli ultimi anni il controllo di Orbán sulle istituzioni statali e le risorse del sistema politico è stato talmente saldo da fare sembrare quasi impossibile una sconfitta del suo partito, Fidesz, in un sistema in cui le elezioni sono in teoria libere ma chiaramente in un contesto sbilanciato. E invece, dopo quattro mandati consecutivi, il regime di Orbán sembra incapace di opporsi alla crescita vertiginosa del partito Tisza, fondato nel 2020.

Negli ultimi due anni la paura che dominava la società ungherese si è affievolita. Guidato da Péter Magyar, ex deputato di Fidesz, Tisza (una sigla che riunisce le sillabe iniziali delle parole rispetto e libertà e che rimanda al nome di un grande fiume ungherese) è in netto vantaggio nei sondaggi, anche se con ogni probabilità il risultato finale si giocherà sul filo di lana.

Quali sono i motivi di questa svolta inattesa? Come ha fatto Tisza a contrastare Fidesz in modo così efficace?

Paradossalmente proprio quando la rivolta illiberale sembra aver assunto una portata globale, il governo che ne è stato il pioniere all’interno dell’Unione ha cominciato a commettere errori gratuiti. Strumentalizzando l’adesione all’Unione europea in modo sempre più discutibile, Orbán ha marginalizzato il paese negli equilibri comunitari, nonostante Budapest continui a dipendere fortemente da Bruxelles.

Inoltre Fidesz ha trascurato il suo compito principale: governare in modo efficace, conservando la legittimità democratica. Il primo ministro ha lasciato che la qualità dei servizi pubblici peggiorasse nettamente mentre il costo della vita continuava a salire. Oggi tra gli ungheresi il malcontento è molto diffuso. Ma gli sviluppi a cui stiamo assistendo hanno cause più profonde, che vanno analizzate per capire in che modo l’egemonia illiberale, apparentemente inscalfibile, potrebbe andare in crisi anche altrove.

Contraddizioni intrinseche

Accentrando metodicamente il potere, Orbán ha proposto una narrazione populista e moraleggiante, attaccando le élite liberali internazionali e promettendo di proteggere la popolazione ungherese da una serie di minacce reali o immaginarie. Il governo ha perfino promosso una sorta di utopia conservatrice, secondo cui il paese avrebbe dovuto diventare il bastione dei valori tradizionali. L’appartenenza all’Unione europea ha arginato in qualche modo questa deriva, se non altro perché ha costretto Orbán a cercare di salvare le apparenze. Per questo, nonostante il suo progressivo irrigidimento, il regime ha continuato a esibire un autoritarismo in qualche modo “morbido”.

Péter Magyar ha presentato proposte liberali in chiave nazionalpopulista

Nei paesi meno ricchi della periferia dell’Unione questa combinazione di populismo, conservatorismo e autoritarismo “soft” è stata a lungo una formula vincente, ma di recente sono emerse le sue contraddizioni intrinseche. La nascita di una nuova élite di oligarchi rischia di trasformare la retorica populista in un boomerang. Più il governo ungherese cercava di imporre la sua utopia conservatrice, più questa si scontrava con la realtà dei problemi sociali, provocati da un sistema privo di pesi e contrappesi. Più il regime prometteva di proteggere la popolazione e la nazione, più le crisi socioeconomiche ne intaccavano la popolarità.

Detto questo, è innegabile che l’esplosione di consensi per Tisza abbia colto tutti di sorpresa. Tuttavia, è possibile identificare alcuni fattori chiave all’origine di questo successo. La defezione delle élite è uno degli elementi capaci di mettere in crisi i regimi autoritari, soprattutto se i “disertori” sanno usare le loro stesse tattiche per attaccarli, creando alleanze tra l’opposizione tradizionale e gli ex sostenitori del sistema. Questa sembra la formula adottata da Magyar. Per delegittimare un sistema illiberale, ha presentato proposte liberali in chiave nazionalpopulista.

Lo stile aggressivo e plateale di Magyar può far storcere il naso a qualcuno, ma un opportunista dinamico ed esperto, concentrato su alcuni punti di principio, potrebbe essere la figura ideale per cambiare le cose all’interno di un sistema illiberale. Oltre a condividere con Orbán l’abilità retorica e il carisma, Magyar è più giovane del suo avversario (45 anni contro 62), più raffinato e soprattutto meno cinico.

Quando in un paese gestito in modo pessimo e segnato dal malcontento popolare emergono speranze di cambiamento, di solito ci sono anche buone ragioni per preoccuparsi. Se attaccati, infatti, i regimi corrotti e autoritari tendono a perdere ogni freno e a diventare più pericolosi. La strategia elettorale di Orbán si è basata sull’esaperazione dei conflitti, soprattutto quello creato a bella posta con l’Ucraina. Le campagne di disinformazione sono parte integrante di questa strategia. Non sappiamo fino a che punto i sostenitori del regime si spingeranno per mantenere il potere. L’egemonia illiberale potrà anche crollare, ma difficilmente Orbán e i suoi accetteranno la sconfitta senza scatenare una feroce battaglia di retroguardia.

Nei prossimi giorni i dirigenti di Tisza dovranno quindi mantenere la calma, cercando un equilibrio tra la volontà di democratizzare le istituzioni e la necessità di allentare la tensione. Anche nella migliore delle ipotesi, l’eredità dei sedici anni di Fidesz peserà ancora a lungo sulla società ungherese.

Le lezioni europee

Il decennale dominio di Orbán offre una lezione cruciale per il progetto europeo. Il momento decisivo vissuto oggi dall’Ungheria evidenzia alcuni problemi (sovversione illiberale, riallineamento geopolitico, mobilitazione di massa contro questi cambiamenti) che con ogni probabilità gli europei dovranno affrontare nei prossimi anni.

Attraverso sovvenzioni abbondanti e una legittimazione simbolica, per anni l’Unione ha allevato involontariamente uno stato autoritario al suo interno, e oggi rifiuta di assumersene la responsabilità nascondendosi dietro la propria ignoranza. La verità è che a Bruxelles avrebbero dovuto accorgersene da tempo. Del resto Orbán non ha mai nascosto le sue intenzioni: già nel 2014 parlava apertamente dello “stato illiberale” che stava creando.

L’evoluzione del progetto di Orbán ha messo a nudo i limiti e l’inefficacia dell’impegno dell’Unione a difesa della democrazia liberale all’interno dei suoi confini. Oggi è chiaro che, una volta che un paese entra a farne parte, l’Ue perde molta della sua capacità di influenzarlo. La tendenza a sottovalutare la propria forza ha spinto Bruxelles ad adottare un atteggiamento moderato verso Budapest. Probabilmente una posizione più intransigente avrebbe potuto alimentare nella società ungherese una maggiore resistenza alla svolta illiberale impressa da Orbán.

Negli ultimi anni, inoltre, il regime di Fidesz ha spudoratamente anteposto gli interessi di alcuni paesi stranieri a quelli dei suoi alleati dell’Ue. L’avventatezza di Orbán in politica estera ha evidenziato anche una grande debolezza del progetto europeo, cioè il potere di veto che spetta a ogni singolo stato. Mentre Bruxelles diventa oggetto di critiche al livello globale, è probabile che in futuro quest’arma sarà usata con maggiore frequenza. Gli ideologi della politica estera ungherese amano sottolineare che Budapest ha buoni rapporti con tutti i centri di potere mondiali eccetto Bruxelles, un atteggiamento che – alla luce della posizione geografica e politica del paese – è l’esatto opposto della realpolitik.

La remissività, la mancanza di consapevolezza e la debolezza mostrate da Bruxelles nei confronti di Orbán negli ultimi sedici anni portano a un’amara conclusione: l’Europa ha tradito quegli ungheresi che credono nella democrazia liberale e nell’integrazione transnazionale.

A prescindere dal risultato del voto del 12 aprile, per Fidesz il tentativo di salvare le apparenze democratiche potrebbe presto lasciare il passo alla tentazione d’intraprendere azioni radicali volte a mantenere il potere. Uno sviluppo di questo tipo metterebbe l’Ungheria in rotta di collisione con l’Unione europea, obbligando i 27 a immaginare un meccanismo di espulsione. In un simile scenario, difendere i diritti dei cittadini ungheresi diventerebbe ancora più importante, e allo stesso tempo più difficile.

Se Tisza vincerà e andrà al governo, i suoi primi due obiettivi saranno ripristinare la credibilità dell’Ungheria tra gli alleati e smantellare le strutture illiberali costruite da Orbán. Sfortunatamente, le strategie per cancellare l’eredità dell’autoritarismo, per quanto ben congegnate, potrebbero causare anche dei passi indietro. Mentre Tisza cercherà di governare, l’Unione europea dovrà trovare un equilibrio tra un sostegno solido al partito e la severità necessaria a far sì che i limiti della democrazia liberale non siano oltrepassati. In altre parole, l’Europa dovrà finalmente sviluppare un ambizioso programma democratico, pronto ad accettare compromessi solo nei casi in cui è davvero utile farlo.

Entrambi i possibili esiti del voto – un’ulteriore svolta autoritaria o un tentativo di smontare lo stato illiberale – costringeranno Bruxelles ad affrontare sfide inedite e a considerare problemi che in futuro potrebbero ripresentarsi spesso.

In ogni caso il fatto che gli elettori del paese più controverso dell’Europa unita sembrino pronti a emettere un verdetto fino a pochi mesi fa imprevisto è già motivo di cauto ottimismo. ◆ as

Ferenc Laczó _ è uno storico ungherese.
Insegna all’università di Maastricht, nei Paesi Bassi. Con Bálint Varga ha scritto Magyarország globális története _ 1869-2022 (Storia globale dell’Ungheria 1869-2022, edizioni Corvina 2022).

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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati