D opo il crollo dell’impero romano, nel 476 dC, la frontiera settentrionale diventò un melting pot di soldati, agricoltori e “barbari”, rivela un’analisi dei genomi antichi prelevati da centinaia di siti di sepoltura nel sud della Germania.
Per molti versi le popolazioni e le usanze familiari che esistevano dopo la caduta dell’impero somigliano a quelle dell’Europa moderna.
I risultati dello studio, pubblicati su Nature, confutano l’idea diffusa secondo cui le tribù barbare del nord invasero i territori romani, indicando invece cambiamenti genetici e culturali graduali, frutto di migrazioni su piccola scala e matrimoni misti.
“È un risultato molto importante, perché smonta definitivamente le idee romantiche di grandi popoli che attraversarono le campagne europee e distrussero l’impero romano”, commenta Patrick Geary, medievalista dell’Institute for advanced study di Princeton, negli Stati Uniti, che non ha partecipato allo studio.
La fine dell’impero romano d’occidente ebbe ricadute in tutta Europa, rimodellando i sistemi politici, religiosi e sociali. Gli studi sul dna antico avevano già scoperto cambiamenti del patrimonio genetico dei popoli che all’epoca vivevano in Europa, ma non era chiaro se fossero dovuti a migrazioni di massa o a movimenti più limitati.
Per scoprirlo Joachim Burger, genetista e antropologo dell’università Johannes Gutenberg di Magonza, si è concentrato insieme ai colleghi sulla frontiera settentrionale dell’impero, l’attuale Germania del sud. Il gruppo ha raccolto dati sul genoma di più di duecento individui sepolti nei vari cimiteri “a schiera” che comparvero per la prima volta intorno al 450 nelle piccole comunità di agricoltori e allevatori.
“Non arrivarono come invasori, orde o grandi gruppi: erano singoli nuclei presenti sul territorio romano già da quattro o cinque generazioni”
Le persone nelle prime sepolture avevano antenati simili agli abitanti antichi e attuali di Germania del nord, Paesi Bassi e Danimarca. Burger è stato tentato di interpretare questa scoperta come il segno dell’inizio di una grande migrazione dall’Europa settentrionale.
Ma le strutture del dna condivise indicano che queste linee di discendenza risalivano a prima del crollo dell’impero. “Non arrivarono come invasori, orde o grandi gruppi: erano singole famiglie presenti sul territorio romano già da quattro o cinque generazioni”, spiega Burger. Probabilmente si consideravano romani, aggiunge.
Famiglie moderne
Dopo il 470, però, i ricercatori hanno individuato un cambiamento. Le persone sepolte intorno a quell’epoca discendevano da un mix di antenati dell’Europa del nord e di varie zone dell’Europa del sud. La ricostruzione degli alberi genealogici grazie ai genomi ha rivelato che erano frutto di unioni miste avvenute subito dopo la fine dell’impero, quando i confini sociali scomparvero.
Una possibile origine erano gli individui sepolti negli insediamenti militari romani, spiega Burger, con antenati “supereterogenei” provenienti da tutte le regioni dell’impero, come la Britannia e l’Europa meridionale e sudorientale, forse originari dei Balcani dove l’esercito romano reclutava gran parte dei suoi soldati.
Con il passare del tempo, nei resti di tutti i cimiteri a schiera aumentano gli antenati dell’Europa del nord, elemento che secondo Burger potrebbe riflettere il costante arrivo dei popoli dell’entroterra. Nel settimo secolo il patrimonio genetico degli abitanti della Germania del sud somigliava a quello degli abitanti di oggi, i cui antenati provengono dall’intera regione.
Anche le pratiche culturali della Germania del sud postimperiale sono continuate fino all’età moderna. Gli alberi genealogici indicano una società che ruotava attorno alla famiglia nucleare, in cui la monogamia era la regola e l’incesto una rarità. I legami familiari non seguivano rigidamente la discendenza maschile (patrilineare): alcuni individui erano sepolti accanto ai parenti della madre. “È l’origine della famiglia che ha dominato l’Europa latina e cristiana fino a poco tempo fa”, dice Burger.
Tramite un metodo sviluppato da loro e basato sugli alberi genealogici antichi, i ricercatori calcolano che gli uomini avevano un’aspettativa di vita di 43 anni e le donne di 40. La mortalità neonatale e infantile era quasi del 10 per cento per i maschi e dell’8 per cento per le femmine, e un quarto dei bambini di dieci anni aveva perso almeno un genitore.
I risultati hanno sorpreso Rebecca Flemming, storica delle malattie antiche dell’università di Exeter, nel Regno Unito, perché studi precedenti dello stesso periodo indicano un’aspettativa di vita inferiore e una mortalità infantile maggiore. La scoperta di cambiamenti graduali nelle linee di discendenza dopo il crollo dell’impero romano non stupirà gli storici, aggiunge Flemming, ma l’analisi genomica è “un contributo molto prezioso”.
Zuzana Hofmanová, studiosa di archeogenetica del Max Planck institute for evolutionary anthropology di Lipsia, sottolinea che lo studio è un ottimo esempio del contributo della genetica alla ricerca storica. “Può fornire uno spaccato della vita delle persone di cui altrimenti non avremmo traccia”. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 108. Compra questo numero | Abbonati