È una considerazione strategica, ha dichiarato il 4 gennaio Donald Trump ai giornalisti sull’Air Force One. “In questo momento la Groenlandia pullula di navi russe e cinesi. Ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza nazionale, che la Danimarca non è in grado di garantire”. Se gli Stati Uniti non avranno il controllo dell’isola, Russia e Cina amplieranno la loro influenza nella regione, è la conclusione del presidente statunitense. Lui vuole impedirlo a tutti i costi. Il segretario di stato Marco Rubio ha poi parlato di “acquistare” la Groenlandia, un territorio che fa parte del Regno di Danimarca. Lo stesso Trump ha chiarito che non esiterà a usare la forza militare, minaccia diventata più credibile dopo l’attacco al Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás Maduro.

L’affermazione che la Groenlandia sia piena di navi russe e cinesi è una bugia: l’8 gennaio sul sito MarineTraffic non se ne vedeva neanche una. Ma il nocciolo della tesi di Trump è valido? Cina e Russia sono così attive in Groenlandia e dintorni, come sostiene? E che interesse hanno per una grande isola scarsamente popolata e per la vasta regione artica che la circonda? Dove si scontrano i loro obiettivi?

Cosa vuole la Casa Bianca

Che a Trump prema solo la sicurezza sembra improbabile. La Groenlandia è, prima di tutto, estremamente ricca di risorse naturali. Oltre a minerali come ferro, rame, piombo, diamanti, oro e uranio, possiede ampie riserve di terre rare. Questo insieme di diciassette elementi è definito “raro” non per una scarsa presenza, ma per il complesso processo di estrazione, spesso altamente inquinante. Sono elementi cruciali in molti campi, come l’elettronica, le armi e le auto elettriche, settori chiave negli Stati Uniti.

La Cina detiene attualmente il primato nel mercato globale delle terre rare. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2024 ne ha prodotto circa il 60 per cento, lavorandone ben il 91 per cento. Controllare la Groenlandia offre, almeno politicamente, un accesso senza limiti a queste risorse e per Trump un’occasione per ridurre la dipendenza dalla Cina, da cui, tra il 2019 e il 2022, proveniva il 72 per cento delle importazioni statunitensi di terre rare.

Inoltre il riscaldamento globale sta rendendo accessibili aree della Groenlandia precedentemente ghiacciate. La consapevolezza ecologica in Groenlandia è però aumentata, portando a dire che non è giusto sacrificare intere parti del paese solo per agevolare l’attività mineraria. Nel 2021, per esempio, la Groenlandia ha deciso di negare il permesso di estrazione nella miniera di Kvanefjeld a una società australiana che aveva azionisti cinesi, a causa del previsto danno ambientale.

Il riscaldamento globale sta influenzando gli interessi statunitensi anche in un altro modo: lo scioglimento dei ghiacci marini renderà la rotta del mare del Nord più navigabile. Questa via marittima tra Europa e Asia fa risparmiare alle navi tempo e carburante, ma è attualmente accessibile solo durante i mesi estivi e autunnali. Poiché la stragrande maggioranza del commercio mondiale avviene via mare, gli statunitensi sono ansiosi di esercitare la loro influenza nell’area.

Il riscaldamento globale influenza gli interessi statunitensi: lo scioglimento dei ghiacci renderà la rotta del mare del Nord più navigabile

La posizione della Groenlandia è importante per Washington anche da un punto di vista militare. La rotta aerea più breve tra Stati Uniti e Russia passa proprio sopra l’isola. Se gli Stati Uniti vogliono rilevare e potenzialmente distruggere i missili balistici provenienti dalla Russia prima che causino danni sul suolo americano, è necessario che in Groenlandia sia installato un sistema di allerta.

La base militare groenlandese di Pituffik, la più settentrionale degli Stati Uniti, è quindi cruciale per Trump. Grazie a un trattato del 1951 gli americani hanno accesso alla base da anni e potrebbero perfino espandere le loro attività militari. Lo stesso vale per il commercio: la Groenlandia ha ripetutamente dichiarato la sua volontà di fare affari con Washington. Per questi obiettivi non serve un’occupazione.

Infine, gli amici di Trump ai vertici delle grandi aziende tecnologiche vedono nella Groenlandia un luogo ideale per costruire data center, miniere di criptovalute e relative centrali nucleari. Qualunque sia il motivo che lo spinge a desiderare la Groenlandia, è chiaro che il presidente statunitense non tollererà alcun aumento dell’influenza russa e cinese.

Gli obiettivi di Mosca

L’importanza dell’Artico per la Russia è enorme. Circa un terzo della Federazione Russa si trova al di sopra del Circolo polare artico, rendendo la regione un elemento centrale per la difesa e la politica estera, l’economia e la scienza russe.

Fin dall’era degli zar la Russia ha esplorato, sfruttato e condotto guerre contro potenze locali e internazionali nella regione: questa lotta “epica” contro elementi ostili è una componente chiave dell’identità nazionale e, di conseguenza, della propaganda di Mosca.

La difesa russa della costa artica è affidata alla Flotta del nord e alle forze armate. Dalla base di Murmansk sono gestite circa 25 basi militari, di varia funzione e dimensione, lungo i 25mila chilometri di costa. La penisola di Kola e quella di Novaja Zemlja, in particolare, sono posizioni strategiche per sottomarini (nucleari) e rompighiaccio. C’è un ostacolo importante: per raggiungere altre destinazioni, le navi e i sottomarini russi devono passare il cosiddetto varco di Giuk, il corridoio che attraversa le acque territoriali di Groenlandia, Islanda e Regno Unito. L’abbordaggio e il sequestro della petroliera russa Marinera proprio lì, il 7 gennaio, fa capire l’importanza strategica per Mosca del varco, un collegamento vitale tra Murmansk e l’oceano Atlantico.

Il Cremlino mette costantemente in guardia le potenze occidentali contro un’escalation militare. “La Russia è assolutamente preparata a un conflitto con la Nato nell’Artico”, aveva dichiarato il ministro degli esteri Sergej Lavrov alla fine del 2024. Durante una visita a Murmansk nell’aprile 2025, anche Vladimir Putin ha affermato che gli Stati Uniti “continuano a perseguire i loro interessi geostrategici, politico-militari ed economici nell’Artico” e che i paesi della Nato stanno sempre più usando la regione “come trampolino di lancio per conflitti”. La Russia risponderà, avvertiva Putin, senza specificare cosa avrebbe comportato tale risposta. Intanto i funzionari russi stanno cogliendo ogni opportunità per mettere in luce l’arsenale nucleare ampliato e testato nell’Artico dalla società statale Rosatom, che produce anche le testate per il missile ipersonico Oreshnik. Putin vuole certamente mantenere stretti contatti con Trump per la questione ucraina, ma è chiaro che si sente militarmente messo alle strette dai piani americani.

Anche gli interessi economici della Russia in questa regione ricca di risorse sono significativi, sebbene il loro sfruttamento si sia rivelato impegnativo e, a volte, impossibile. La Russia impegnata nella guerra in Ucraina non ha né le competenze tecnologiche né i soldi necessari per sfruttare commercialmente la rotta. Inoltre, le infrastrutture attuali sono spesso in cattive condizioni. Anche se riceve aiuti dalla Cina, Mosca teme anche che Pechino voglia dominare l’area.

E la Cina?

Ma mentre il dibattito su una possibile acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti si è riacceso, nessuno in Danimarca parla del ruolo della Cina sull’isola, afferma il politologo danese Jesper Zeuthen. Un ruolo “estremamente limitato”. Zeuthen monitora gli interessi della Cina in Groenlandia dal 2011. Respinge la dichiarazione di Trump sul gran numero di navi cinesi presenti in Groenlandia: anche se le aziende di Pechino hanno aperto nel 2025 la prima rotta marittima commerciale dalla Cina all’Europa, che costeggia la costa settentrionale della Russia ed è accessibile per parte dell’anno, le loro navi non raggiungono il versante occidentale dell’Artico, spiega.

Nelle analisi delle possibili strategie per conquistare l’isola, il sostegno americano al movimento indipendentista è in cima alla lista

Quando nel 2009 la Groenlandia ottenne una maggiore autonomia che le consentì di sfruttare le proprie risorse, i suoi leader si rivolsero alla Cina. Ritenevano che gli investimenti cinesi gli avrebbero permesso di ridurre la dipendenza dalla Danimarca. Così furono avviati diversi progetti finanziati con fondi cinesi. Ma il governo danese, che si riservava il diritto di bloccare gli investimenti in Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale, considerò presto la presenza cinese un rischio. Nel 2016 Copenaghen ha bloccato l’acquisizione di un’ex base navale danese e, nel 2019, anche un progetto cinese per tre nuovi aeroporti, d’accordo con gli Stati Uniti.

Ufficialmente solo un’azienda cinese è attualmente attiva in Groenlandia, nella miniera di Kvanefjeld, di cui detiene una quota di minoranza. Tuttavia quel progetto, che avrebbe incluso l’estrazione di uranio, è fermo per motivi ambientali.

La Cina è impegnata principalmente nella ricerca e nello sviluppo di rotte marittime nell’Artico, ma diversi governi occidentali sono preoccupati per le potenziali applicazioni militari di queste attività. Per esempio, la scorsa estate, dei sottomarini cinesi hanno navigato per la prima volta nell’Artico e, sempre nel 2025, il numero di navi da ricerca cinesi in Alaska è aumentato.

È quindi sorprendente la collaborazione sempre più stretta tra Pechino e Mosca nell’Artico. Secondo Patrik Andersson, dell’Istituto svedese di affari internazionali, Pechino è la nuova arrivata nella regione, con poco peso ed esperienza. In cambio del sostegno alla Russia, che ha perso molti alleati dopo l’invasione dell’Ucraina, potrebbe chiederle una maggiore collaborazione nell’Artico. I due paesi conducono esercitazioni militari congiunte nella regione dal 2023, e nel 2024 per la prima volta hanno pattugliato insieme lo stretto di Bering. Tuttavia questo non cambia il fatto che restino concorrenti nella regione. Andersson trova notevole la rapidità con cui la Cina sta imparando a operare in modo più indipendente. Ora ha cinque rompighiaccio, in grado di tagliare lo spesso ghiaccio artico (gli Stati Uniti ne hanno due, la Russia più di quaranta). “La Cina sta rapidamente espandendo la sua capacità”. Non è chiaro come un’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti potrebbe impedire questa avanzata.

L’attuale sistema di cooperazione sulla sicurezza nazionale tra Danimarca e Stati Uniti è esattamente ciò che tiene la Cina fuori dalla Groenlandia, sottolineano gli esperti, mentre le recenti dichiarazioni di Trump stanno allontanando Copenaghen da Washington, mettendo a rischio la loro storica collaborazione, afferma Andersson.

In cerca di Europa

L’Unione europea ha riconosciuto il potenziale strategico della Groenlandia e dell’Artico un po’ più tardi rispetto a Stati Uniti, Cina e Russia. Nel 2024 ha aperto un ufficio commerciale a Nuuk per promuovere la cooperazione per l’idrogeno verde e l’estrazione delle risorse. Bruxelles intende inoltre raddoppiare la spesa per la Groenlandia a partire dal 2028, come rivelato in una bozza della Commissione europea del settembre 2025, ma gli stati devono ancora approvarla. L’Unione ora vuole fortemente che la Groenlandia resti della Danimarca.

Da Nuuk
Tenere a bada Washington

◆ Il 14 gennaio il ministro degli esteri danese Lars Løkke Rasmussen e quella groenlandese Vivian Motzfeldt sono andati a Washington per incontrare il vicepresidente statunitense JD Vance e il segretario di stato Marco Rubio e discutere degli interessi manifestati dagli Stati Uniti verso la Groenlandia. In una conferenza stampa che si è tenuta subito dopo il vertice, i due rappresentanti di Copenaghen e di Nuuk hanno ribadito che le loro prospettive e quelle di Washington continuano a essere molto distanti. Rasmussen ha ribadito che non c’è necessità di vendere la Groenlandia, e che la Danimarca “continua a credere che la sicurezza a lungo termine della regione possa essere garantita nell’ambito dell’attuale quadro normativo”, respingendo “qualsiasi proposta che non rispetti l’integrità territoriale della Danimarca e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese”. Come riportato dal quotidiano di Nuuk Sermitsiaq “sarà creato un gruppo di lavoro di alto livello per prendere in considerazioni le preoccupazioni degli Stati Uniti in materia di sicurezza nell’Artico, ma nel rispetto delle linee rosse danesi, che si riunirà nel giro di poche settimane”. I due politici europei hanno ribadito la necessità di un rispetto reciproco (“È importante rafforzare la nostra cooperazione con gli Stati Uniti, ma questo non significa che vogliamo essere di loro proprietà”, ha detto Motzfeldt), vista anche la lunga storia di collaborazione tra i rispettivi paesi. In virtù di questa alleanza, Copenaghen ha annunciato che nell’ambito di una cooperazione con la Nato sarà aumentata la presenza militare sull’isola grazie all’invio di aerei, navi e soldati da parte di alcuni paesi dell’alleanza atlantica, tra cui Germania, Francia, Svezia e Norvegia.


La Danimarca è da tempo attiva nell’Artico, inizialmente grazie alla partnership offerta agli Stati Uniti: la “carta Groenlandia” consiste nel concedere a Washington l’uso della base militare sull’isola. Ma a causa della crescente presenza di grandi potenze nella regione, negli ultimi anni è aumentato anche l’interesse di Copenaghen, che sa di dover conservare per sé la Groenlandia se vuole partecipare alle trattative su questo territorio.

Nel 2012 la Danimarca ha nominato un ambasciatore per la regione artica, responsabile del mantenimento delle relazioni con gli altri stati artici su questioni come la demarcazione dei confini, il cambiamento climatico e la sicurezza marittima. Dopo aver assunto la presidenza di turno del Consiglio artico (che riunisce Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti e Svezia), all’inizio del 2025 la Danimarca ha firmato un accordo con la Groenlandia e le isole Fær Øer, che prevede investimenti anche in tre navi militari, satelliti e droni di sorveglianza, per un valore di 14,6 miliardi di corone danesi (quasi due miliardi di euro).

Anche l’esercito danese è presente in Groenlandia, distribuito su una manciata di postazioni. Per quanto l’isola abbia ottenuto un significativo grado di autonomia nel 2009, Copenaghen ne gestisce la difesa e la politica estera.

E i groenlandesi? “Non siamo in vendita e non lo saremo mai”, dichiarava nel 2025 l’allora primo ministro della Groenlandia, Múte Egede, rispondendo alle prime provocazioni di Trump. Il suo successore, Jens-Frederik Nielsen, ripete lo stesso messaggio. “Basta con le fantasie sull’annessione”, ha scritto sui social media. “Siamo aperti al dialogo (…), ma questo deve avvenire attraverso i canali giusti e nel rispetto del diritto internazionale”.

Gli indipendentisti

La popolazione è d’accordo: in un sondaggio del gennaio 2025, l’85 per cento dei groenlandesi diceva di non volersi unire agli Stati Uniti. Il 56 per cento preferiva l’indipendenza. E alcuni groenlandesi ritengono che Washington potrebbe svolgere un ruolo in questa direzione. Nelle elezioni locali del marzo 2025 il partito populista Naleraq ha raddoppiato le sue preferenze, dopo una campagna elettorale che sosteneva una rottura radicale con la Danimarca e una più stretta collaborazione con gli Stati Uniti.

Visti i recenti sviluppi, il partito tiene questa porta aperta. Il suo leader, Pele Broberg, ha dichiarato all’inizio di gennaio alla tv canadese Cbc di non essere preoccupato per le parole di Trump e di credere ancora che il presidente statunitense voglia dare più voce al popolo groenlandese. “C’è una grande differenza tra ciò su cui si concentra la stampa e ciò che sentiamo. Serve meno retorica”.

Anche Trump se n’è accorto. Nelle analisi delle possibili strategie per conquistare l’isola, il sostegno americano al movimento indipendentista della Groenlandia è in cima alla lista. Una Groenlandia indipendente non avrebbe più bisogno di Copenaghen per concludere accordi con gli Stati Uniti. Non a caso diversi mezzi d’informazione hanno già riferito che le agenzie di intelligence statunitensi stanno monitorando attentamente il movimento indipendentista. ◆ sm

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati